giovedì 3 ottobre 2013

Con la semplicità dei contadini e la severità degli asceti



Giovanni XXIII, Assisi e la «novella Pentecoste». 

(Loris Francesco Capovilla) Profezia di novella Pentecoste. Uomini e donne di buona volontà sono interessati alla peregrinazione di Papa Francesco alla città serafica, felicemente predisposti dalle giornate di Rio de Janeiro, Lampedusa, piazza San Pietro (7 settembre) e Cagliari, resi arditi dalla voce divina che echeggia nei cinque continenti: «Convertitevi e credete al Vangelo» (Marco, 1, 15).L’Anno della fede (di cui siamo grati a Benedetto XVI) sta per concludersi. I documenti del concilio Vaticano II sono stati ripresentati nella loro ispirazione e interezza. L’applicazione dei deliberati sta rinnovando i prodigi della prima Pentecoste. Ce lo ha ricordato lo zelo dei numerosi pionieri e manovali a servizio dell’umanità anelante a un «nuovo ordine di rapporti, fondato sulla verità, costruito secondo giustizia, animato dalla carità, vivificato dalla carità e posto in atto nella libertà» (Pacem in terris).
Provvidenziale coincidenza vuole che la giornata di Assisi, venerdì 4 ottobre, ricordi il pellegrinaggio di Giovanni XXIII lo stesso giorno del 1962.
Il concilio — annunciato cinquantuno anni fa, l’11 ottobre 1962, aperto con la Gaudet mater ecclesia e concluso tre anni dopo — resta il punto fermo dell’aggiornamento della Chiesa, della giovanile presa di coscienza di dover ulteriormente riflettere sul Depositum fidei da trasmettere al mondo moderno, nella prospettiva di evangelizzazione e di dialogo a ogni livello e con gli uomini di retta coscienza (Giovanni Paolo II, 30 maggio 1986). La riconsiderazione delle problematiche affrontate allora e delle soluzioni prospettate è stimolo allo studio delle fonti, unico metodo ineccepibile per dire qualcosa su cui valga la pena soffermarsi. Estraggo dal patrimonio documentario il fiore non appassito del discorso papale dell’8 dicembre 1962, suggello della prima sessione, punto di sutura tra «l’introduzione lenta e solenne della grande opera» e il suo felice coronamento (Discorsi Messaggi Colloqui del Santo Padre Giovanni XXIII, Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 1964, vol. V, pp. 24-31).
Proprio la fedeltà all’ispirazione del concilio, «atto di fede in Dio e di obbedienza alle sue leggi, sforzo di corrispondere al piano di redenzione», suggerì a Giovanni XXIII l’auspicio della novella Pentecoste, convinto che la disponibilità dei Padri conciliari e dei periti all’azione divina avrebbe rinnovato i prodigi testimoniati da Luca negli Atti degli apostoli: «Sarà davvero la nuova Pentecoste, che farà fiorire la Chiesa nella sua interiore ricchezza e nel suo estendersi materna verso tutti i campi dell’umana attività; nuovo balzo in avanti del regno di Cristo nel mondo, un riaffermare, in modo più alto e suadente, la lieta novella della redenzione, l’annuncio luminoso della sovranità di Dio, della fratellanza nella carità, della pace promessa in terra agli uomini di buon volere, in rispondenza al celeste beneplacito».
A un patto: il prodigio si verificherà se «tutti coloro che invocano il nome del Signore saranno assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nella preghiera» (Atti degli apostoli, 2, 42).
È impossibile equivocare sul senso di questo auspicio, quando si raggiunga la convinzione che «la Chiesa del futuro sarà più semplice in molte cose, non giudicherà su tutto, non deciderà su tutto, là dove non è competente. Sarà la Chiesa non di potenti organizzazioni, né di convegni di massa, bensì delle piccole comunità, impegnate in un continuo rinnovamento, le quali, a loro volta, lo irradieranno nel mondo, costituendo comunità viventi, famiglie e parrocchie» (cardinale Franz König) educate «all’uso schietto e magnanimo della libertà, sottratta al dominio delle passioni» (Paolo VI).
Venti contrari potrebbero impedire l’aggiornamento voluto dal concilio se l’Autorità superiore non vigilasse «a che una spinta generosa forse, ma improvvida, non ne travisi i contenuti e i significati, e, altrettanto, che forze frenanti e timide non ne rallentino il magnifico impulso di rinnovamento e di vita» (Giovanni Paolo I, 1978). Il Vaticano II ha fatto riscoprire l’aspetto profetico e carismatico della Chiesa. Ciò poté accadere tanto più facilmente, in quanto la dote profetica e carismatica era palesemente percepibile nel Pontefice che lo convocò e ne avviò i lavori. Tutto quello che, meditando sugli Atti, riconosciamo umana premessa dell’azione dello Spirito Santo, traspariva dal volto di Papa Giovanni, che sin da fanciullo si era nutrito a casa sua, con la Parola rivelata e col Pane dei poveri, camminando nei solchi della tradizione.
Sapeva pregare con la semplicità dei contadini e la severità degli asceti. Gli era abituale l’ascolto delle voci apostoliche e delle armonie dei secoli: pregare, ascoltare, interrogare, come Gesù dodicenne al tempio (Luca, 2, 46).
Riferendosi all’annuncio dell’assise ecumenica aveva confidato: «Accogliendo, come venuta dall’alto, una voce intima del mio animo, ho ritenuto che erano ormai maturi i tempi per offrire alla Chiesa e al mondo il dono di un nuovo concilio, in aggiunta e in continuazione dei grandi concili, riusciti lungo i secoli una vera provvidenza celeste, ad incremento di grazia e di progresso cristiano».
Questo sacerdote, che ascoltava e pregava così intensamente, era al tempo stesso un pastore pieno di carità e avrebbe potuto appropriarsi della confessione di Blaise Pascal: «Amo la povertà perché Cristo l’ha amata. Amo i beni perché danno il mezzo di assistere i miseri. Serbo fedeltà a tutti e non rendo il male a quelli che me ne hanno fatto; ma auguro loro una condizione simile alla mia, in cui non si riceve né male né bene da parte degli uomini. Mi sforzo di essere giusto, veritiero, sincero e fedele con tutti ed ho un particolare affetto per coloro a cui Dio mi ha più strettamente unito. Che io sia solo o al cospetto degli uomini ho presente in tutte le mie azioni Dio che le deve giudicare e al quale le ho tutte consacrate. Ecco quali sono i miei sentimenti e io benedico tutti i giorni della mia vita il mio Redentore, che li ha posti in me e che, di un uomo, pieno di debolezze, di miserie, di concupiscenza, d’orgoglio e d’ambizione, ha fatto un uomo esente da tutti questi mali per l’azione della sua grazia, alla quale si deve tutta la gloria, non avendo in me che miseria ed errore» (Pensieri, 550).
In questo voto di spogliazione di sé («sono come un sacco vuoto che si lascia riempire dallo Spirito»), si coglie il segreto dell’influsso che emanava da lui, mistero di forza creatrice, che lo fece diventare strumento dello Spirito Santo per il rinnovamento ed il ringiovanimento della Chiesa, come attestarono ripetutamente i suoi successori.
Rammento il racconto che egli faceva del suo curriculum sacerdotale, quando si effondeva per potersi leggere, come in uno specchio, negli occhi degli ascoltatori. Non aveva segreti. Non si arrogava l’esclusiva di illuminazioni sensazionali. Gli bastavano il Libro e il Calice. Suo scudo di difesa era il colloquio immediato e la gestualità semplice. Le parole gli venivano su limpide, come polla d’acqua, dal suo intimo e non stupisce che Dio avesse esaudito la sua preghiera di novello sacerdote (10 agosto 1904), con cui aveva chiesto «per sé, fervore apostolico; per i congiunti e gli amici, favori celesti; per la Chiesa, i doni dell’unità, della libertà e della pace».
L’annuncio della novella Pentecoste, promessa alla Chiesa e al mondo come vera testimonianza profetica di quest’uomo ispirato, riecheggia di continuo dentro di me, e non potrei non condividerne «la sovrumana certezza» di cui egli si fece araldo nel discorso conclusivo della prima sessione conciliare: «La Chiesa: una, santa, cattolica, apostolica, è apparsa all’umanità nel fulgore della sua perenne missione, nella compattezza della sua struttura, nella forza persuasiva ed attraente dei suoi ordinamenti».
Cultore di storia, sapeva che Dio opera con la collaborazione delle sue creature; sapeva che egli le conduce infallibilmente alla meta predestinata; sapeva inoltre che l’attuazione dei disegni eterni può venire ritardata dalle manchevolezze umane. Lo commentò sul letto di morte invitandoci a coniugare l’impegno per la novella Pentecoste con questa sua intima riflessione carica di amore: «Il segreto del mio sacerdozio sta nel Crocifisso che volli di fronte al mio letto. Egli mi guarda e io gli parlo. Nelle lunghe e frequenti conversazioni notturne, il pensiero della redenzione del mondo mi è apparso più urgente che mai. “Ho altre pecore che non sono di questo ovile” (Giovanni, 10, 16). Quelle braccia allargate dicono che egli è morto per tutti; nessuno è respinto dal suo perdono e dal suo amore. La santificazione del clero e del laicato, la catechesi, la solidarietà sono compito precipuo del Papa e dei vescovi».
Dal 13 marzo di quest’anno ce ne parla mitemente e fortemente Papa Francesco che a tutti gli uomini confessa Gesù Cristo, figlio di Dio, salvatore e maestro, lo proclama con amore perché in ciascun cristiano, fatto a immagine e somiglianza di Dio, vede il riflesso del volto divino.
L'Osservatore Romano