giovedì 17 ottobre 2013

Di fronte agli abissi che dividono poveri e ricchi



La Filosofia della liberazione. 

Civiltà Cattolica. Anticipiamo alcuni stralci del lungo articolo che aprirà il prossimo numero della «Civiltà Cattolica». Nel suo contributo l’autore — teologo gesuita e direttore dell’istituto di investigazione filosofica alla facoltà di teologia e filosofia di San Miguel — ripercorre la storia, dal 1971 a oggi, della filosofia della liberazione allargando i temi della riflessione dalle problematiche sociali dell’America Latina a quelle dell’intero mondo globalizzato.
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(Juan Carlos Scannone) Oggi la situazione in America Latina è peggiorata, sotto molti aspetti, rispetto al momento in cui è nata la filosofia della liberazione. Infatti, anche se da allora non pochi poveri latinoamericani hanno elevato il loro livello di vita, attualmente le disuguaglianze sono comparativamente più scandalose, cosicché l’America Latina continua a essere non il continente più povero, ma il più ingiusto. D’altra parte, l’esclusione si mostra più iniqua e provoca ancora più vittime che lo sfruttamento. Così, se la filosofia della liberazione, secondo la sua caratteristica, sa adeguare la sua riflessione alla nuova questione sociale — quella della globalizzazione e dell’esclusione — essa non soltanto rimane ancora valida, ma lo è ancor più che negli anni Settanta.
Infatti, quando il mercato si dichiara autoregolato e regolatore di tutta la vita sociale, diventa intrinsecamente causa di concentrazione ingiusta della ricchezza; così approfondisce sempre di più l’abisso tra i più poveri e i più ricchi, tra nazioni povere e nazioni ricche, e non è più uno strumento, ma diventa centro e fine. Si provoca allora la mobilitazione di grandi masse di popolazione, che cercano di emigrare verso i centri di potere. Le finanze deregolamentate tendono a prevalere sulla produzione, opponendosi spesso sia agli interessi dei lavoratori, sia a quelli degli imprenditori che producono. La politica si mette al servizio dei poteri economici e finanziari. La cultura promossa da questi attraverso i mezzi di comunicazione di massa minaccia le culture dei popoli, cercando di imporre un’uniformità di regole e di comportamenti. È un pericolo per l’ambiente, e quindi anche per le generazioni future.
D’altra parte, l’implosione dell’Unione Sovietica lasciò allora senza contropartita l’egemonia unilaterale degli Stati Uniti come nuovo impero mondiale. Perciò l’ideologia del «pensiero unico», prima dell’attuale crisi globale, pretendeva di non avere alternative praticabili; e nell’America Latina si presentava l’Alca (Area di libero commercio delle Americhe) come il rimedio a tutti i problemi economici, con la minaccia di un maggior dominio non soltanto economico, ma anche politico e culturale. Tutti questi sono caratteri della «nuova questione sociale».
La crisi finanziaria ed economica, segno di una crisi di carattere etico e culturale, oggi aiuta a spezzare l’egemonia degli Usa, con l’emergere dei Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica). È questa un’apertura a un’epoca post-neoliberale e a nuove possibilità per una globalizzazione alternativa. È in questo contesto che si deve interpretare, anche filosoficamente, l’enciclica sociale di Benedetto XVI «Caritas in veritate».
Pertanto è indubbio che, sia per la situazione critica sia per le nuove possibilità, la “liberazione” umana integrale — di tutto l’uomo e di ogni uomo e donna, soprattutto dei poveri, degli oppressi e degli esclusi — è diventata oggi più necessaria e urgente che trent’anni fa: la liberazione come tema di riflessione, come atteggiamento esistenziale e politico e come prassi storica, anche teorica, compresa quella filosofica.
Perciò continua a essere necessaria una riflessione a partire dalla liberazione e sulla liberazione che, in forma interdisciplinare, sia al tempo stesso radicalmente critica, “generalista” (cioè, che abbracci integralmente l’uomo, la società e la realtà storica attuali) e universale; ma essa deve anche continuare a essere inculturata e contestualizzata, in quanto trascende le particolarità storiche e culturali, ma le abbraccia e si incarna in esse. È necessario discernere, in modo interdisciplinare e filosofico, i segni positivi dei tempi, che forse preannunciano un nuovo modello socio-culturale più umano, ai livelli globale, latinoamericano e nazionale.
Oggi viviamo la crisi del neoliberalismo — se non del capitalismo — e la ricerca sia di una globalizzazione alternativa, sia del posto che vi occupa l’America Latina liberata dalla povertà ingiusta, dalla disuguaglianza e dall’esclusione sociale. Così l’attualità di questa filosofia si mostra giustamente nella rinnovata validità della sua opzione etico-storica e teorica per le vittime dell’ingiustizia e della violenza, e nell’uso di un metodo interdisciplinare e anadialettico nell’affrontare filosoficamente le nuove sfide storiche.
Quindi, l’applicazione del contributo di una filosofia della liberazione alle sfide segnalate sopra deve compiersi nella prospettiva degli esclusi, nei suoi aspetti sia critici sia positivi, e in un dialogo reciprocamente critico con le scienze umane. Di conseguenza, si confermeranno o meno la validità attuale e la proiezione di futuro della FL, se e in quanto essa otterrà risposte teoriche e contribuirà a dare risposte pratiche, valide e umanizzatrici, alle sfide storiche presenti e future.
L'Osservatore Romano