martedì 22 ottobre 2013

Ecumenismo alla scuola dei santi




La spiritualità è il fondamento della ricerca dell’unità tra i cristiani. 

Pionieri dell’ecumenismo spirituale (Bologna, Edizioni Dehoniane Bologna, 2013, pagine 196, euro 15,50) è il titolo del volume, a cura di Angelo Borghino e Paolo Martinelli, che raccoglie gli interventi dei partecipanti alla giornata di studio ecumenica tenutasi il 22 novembre 2012 a Padova, presso il santuario di San Leopoldo Mandić. Pubblichiamo ampi stralci della relazione svolta dal cardinale presidente emerito del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, diffusa con il titolo «Spunti teologici sull’ecumenismo spirituale». 
(Walter Kasper) Spesso si dice che la Chiesa cattolica solo con il concilio Vaticano II, con grande ritardo, si sia associata ufficialmente al movimento ecumenico. Questa affermazione è vera dal punto di vista dell’ecumenismo istituzionale e ufficiale. Però dal punto di vista dell’ecumenismo spirituale, che era l’anima di quello istituzionale, la Chiesa cattolica fu coinvolta sin dall’inizio.
Furono i santi che presero l’iniziativa e cominciarono. In Italia bisogna ricordare san Vincenzo Pallotti, uno dei primi a scoprire la vocazione dei laici a cooperare con l’apostolato gerarchico; egli riuniva a Roma gruppi di preghiera per l’unità. Di massima importanza per la cultura e per la spiritualità in Italia fu il beato Antonio Rosmini. Famoso filosofo e fondatore dell’Istituto della carità, conosciuto soprattutto per il suo libro Le cinque piaghe della santa Chiesa, già vide chiaramente che la causa sia dello scisma fra Oriente e Occidente sia della Riforma, che lacerarono il seno della sposa di Gesù Cristo, non fu soltanto colpa degli altri, ma anche della discordia, invidia, ambizione, cupidigia di ricchezze e di potenza nella Chiesa cattolica.
Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento possiamo accennare ad altri santi. San Leopoldo Mandić, l’umile frate cappuccino e famoso confessore, che — come disse Papa Paolo VI in occasione della sua beatificazione, il 2 maggio 1976 — fu un ecumenico ante litteram, cioè un ecumenico ancor prima che la parola «ecumenico» fosse conosciuta. Il suo foro ecumenico non era dato da conferenze e simposi sul tema dell’ecumenismo, non da grandi assemblee o commissioni ecumeniche; il suo foro ecumenico era, in un modo a prima vista sorprendente e nondimeno emblematico, il confessionale. Così san Leopoldo ci insegna che la via ecumenica è la via della conversione e della penitenza. La beata giovane monaca trappista Maria Gabriella Sagheddu, figlia spirituale di Paul Couturier, che Papa Giovanni Paolo II beatificò alla fine della Settimana di preghiera per l’unità nel 1983, fu da questi proposta come modello esemplare dell’impegno ecumenico, non a causa delle sue attività ecumeniche, ma a causa della sua esistenza dedicata totalmente alla meditazione e alla preghiera incentrata sul capitolo 17 del Vangelo di Giovanni. Don Luigi Orione, fondatore dell’Opera della Divina Provvidenza, sulla base dell’«altissimo consiglio» di Leone XIII mise nella regola «di lavorare per l’unione delle Chiese d’Oriente». Come per lui, anche per Giovanni Calabria l’ecumenismo fu l’espressione della carità per tutti e di una fratellanza universale, che esige di andare incontro agli altri cristiani.
Tutti questi santi ci dicono che cosa sia l’ecumenismo spirituale. Innanzi tutto, ecumenismo spirituale vuol dire preghiera con e in Cristo per l’unità, e se preghiamo con lui e in lui e nel suo nome, possiamo essere convinti che questa preghiera sarà esaudita (cfr. Giovanni, 14, 13). Tale preghiera tramite Gesù e nello Spirito di Gesù implica l’abbandonarsi senza riserve al Padre, che non è possibile senza conversione e penitenza, e si apre nell’amore fraterno verso gli altri, spingendoci ad andare loro incontro. Sì, tutti questi pionieri dell’ecumenismo spirituale parlavano dell’unità nei termini della loro epoca, cioè parlavano di un ecumenismo di ritorno, però sapevano già che la conversione non è mai solo la conversione degli altri, ma comincia da noi. La carità non aspetta che gli altri ritornino a noi, ma va loro incontro. Lo sviluppo è ovvio, se consideriamo lo sviluppo della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani. All’inizio non era una preghiera comune con gli altri cristiani, ma i cattolici erano invitati a pregare «per il ritorno a Roma dei dissidenti». Nel 1932 l’Ottavario fu avviato dall’abate lionese Paul Couturier come preghiera per l’unità «che Dio vorrà, con i mezzi che egli vorrà». C’è dunque uno sviluppo, che guidò al concilio Vaticano II e a un nuovo linguaggio come risultato di una prospettiva e di una visione teologicamente approfondite.
Sulla scia dei pionieri e del concilio Vaticano II, ci vuole oggi una rinnovata riflessione sul concetto di spiritualità e sul concetto di ecumenismo spirituale in particolare. «Spiritualità» è un termine recente, ma attualmente molto volgarizzato e utilizzato in modi molto diversi. Spesso lo si usa in un senso generale e vago, talvolta anche ambiguo. Nei contesti new age esso indica la connessione attiva e vitale a una forza, una potenza o una percezione di un più profondo “sé”. In tal senso, spiritualità significa qualsiasi comportamento, stile di vita e insieme di pratiche che sorpassano la percezione dei sensi per una ricerca di valori non materiali, cioè spirituali in un senso generico. La spiritualità così intesa non è identificabile con una specifica religione, ed «ecumenismo spirituale» significa dunque uno scambio di valori trascendentali intercambiabili, sovraconfessionali e interreligiosi. Tale concezione può forse aiutare nel dialogo interreligioso; perché lo Spirito di Dio in qualche modo può essere operante anche nelle altre religioni, come ha spiegato Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Redemptoris missio. Però è ovvio che questo significato non può essere quello di una spiritualità cristiana ed ecumenica.
Il concetto cristiano ed ecumenico va derivato dal termine biblico pneumatikòs. Lo pneuma, cioè lo Spirito di Dio, ci fu rivelato una volta per sempre da Gesù Cristo, fu da lui promesso alla sua Chiesa ed effuso nella Pentecoste. Spiritualità vuol dire vivere dallo Spirito e camminare secondo lo Spirito di Gesù. Tramite lo Spirito diventiamo figli di Dio nell’unico Figlio di Dio. In tal senso l’apostolo dice: «Tutti quelli che sono guidati dallo Spirito di Dio, questi sono figli di Dio» (Romani, 8, 14). L’opera dello Spirito è dunque universalizzare e interiorizzare l’opera di Cristo. La spiritualità cristiana è, come dice Hans Urs von Balthasar, il lato soggettivo della dogmatica, cioè la forma interiore e soggettiva della realtà oggettiva del vangelo di Gesù Cristo morto, risorto e glorificato. Spiritualità cristiana descrive quel comportamento, quella forma e quel dispiegamento dell’esistenza del cristiano determinato e rinnovato dallo Spirito di Cristo e guidato dal suo Spirito.
Questo concetto di spiritualità cristiana ha due componenti: una dimensione che proviene «dall’alto», e che non è influenzata dall’uomo poiché è sovrana opera dello Spirito di Dio, e una dimensione «dal basso», la risposta umana nella condizione e nella situazione contingente in cui si trova l’esistenza cristiana. La spiritualità vive dunque nella tensione fra l’unico Spirito Santo, che opera ovunque e in tutto, e la varietà della realtà della vita umana e delle situazioni culturali e sociali. Essa è il punto di sutura fra l’unicità dello Spirito e la pluralità delle spiritualità, fra il Vangelo e i segni dei tempi. In un certo senso, ci sono tante spiritualità quanti sono i cristiani. Genericamente, si può distinguere una spiritualità laica, sacerdotale, missionaria o monastica, ovvero una spiritualità benedettina, francescana, ignaziana, salesiana, eccetera. Tutte queste spiritualità sono cattoliche e sono l’espressione di una cattolicità d’unità nella pluralità (cfr. Lumen gentium, 13).
Poiché lo Spirito Santo è spesso in contrasto con lo spirito «di questo mondo», varie forme di spiritualità possono essere mescolate e confuse con lo spirito del mondo, e poi diventare responsabili delle divisioni all’interno della cristianità. Perciò tutti i grandi maestri di spiritualità ci insegnano che ci vuole un discernimento degli spiriti. Questo è accaduto a proposito dello scisma fra Oriente e Occidente; una spiritualità diversa esisteva dall’inizio, ma «anche per mancanza di mutua comprensione e carità, diedero ansa alla separazione» (Unitatis redintegratio, 14). Le divisioni nella cristianità, infatti, non sono dovute solo a dispute, discussioni o controversie su formule dottrinarie divergenti, ma anche a diverse esperienze di vita, condizioni e costellazioni culturali, sociali e politiche. Per mancanza di mutua comprensione e di carità, le varie forme di vita cristiana possono diventare estranee le une alle altre e possono portare a un reciproco allontanamento, fino a non potersi più capire. La ricerca della verità si svolge in questa varietà storica, ed è sempre inscritta nell’esperienza concreta, e a questa inscindibilmente legata. Così le Chiese e comunità ecclesiali separate sono state portate a sviluppare diverse forme non solo di dottrina, ma anche di spiritualità. C’è una ricca spiritualità specificamente ortodossa, una spiritualità che si esprime, tra l’altro, nelle icone e nella liturgia ortodossa; c’è anche una ricca spiritualità specificamente protestante e pietista, che si esprime nella lettura della Bibbia e nei canti religiosi di Lutero e di Wesley, nelle cantate di Bach e di altri; ci sono finalmente una o variegate spiritualità di tipo cattolico, plasmate dai martiri e dai confessori, dai grandi santi scrittori, espresse nell’arte religiosa, nella vita dei fedeli e anche nella pietà popolare. Però tutte queste spiritualità portano anche l’impronta della loro cultura, spesso purtroppo anche di esperienze negative, delle ferite mai guarite dei conflitti secolari sanguinosi, delle polemiche e controversie del passato, e sono talvolta trionfaliste, apologetiche, delimitanti e indurite.
Se consideriamo il problema ecumenico in questo contesto della spiritualità e delle spiritualità, percepiamo da un lato una ricca comune eredità spirituale, che si esprime soprattutto in preghiere e in inni liturgici, dall’altro lato la difficoltà nel superare le differenze dottrinali, che sempre sono legate a differenze nelle esperienze personali e comunitarie in contesti storici e culturali profondamente diversi. Il dialogo ecumenico non si svolge in una sfera astratta, ma nella storia concreta e nella quotidianità della vita. Per superare queste difficoltà il dialogo ecumenico nella verità deve essere un dialogo nella carità e diventare un dialogo spirituale. Perché per mezzo dello Spirito Santo la carità di Dio è effusa nei nostri cuori. Lui, che conosce i cuori, «lava ciò che è sordido, bagna ciò che è arido, sana ciò che sanguina, piega ciò che è rigido, scalda ciò che è gelido, drizza ciò che è sviato» (sequenza di Pentecoste). Pertanto non esiste una migliore descrizione di questo tipo di ecumenismo spirituale di quella che l’apostolo Paolo ci dà nel suo inno alla carità: «La carità è magnanima, benevola è la carità; non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio; non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto, non gode dell’ingiustizia ma si rallegra della verità. Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1 Corinzi, 13, 4-7). In questo senso Papa Giovanni Paolo II nell’enciclica Ut unum sint scrisse: «Sebbene dal concetto di “dialogo” sembri emergere in primo piano il momento conoscitivo (dia-logos), ogni dialogo ha in sé una dimensione globale, esistenziale. Esso coinvolge il soggetto umano nella sua interezza; il dialogo tra le comunità impegna in modo particolare la soggettività di ciascuna di esse». La sua conclusione con riferimento a Lumen gentium 13 suona: «Il dialogo non è soltanto uno scambio di idee. In qualche modo esso è sempre uno “scambio di doni”» (Ut unum sint, 28). Potremmo anche dire: il dialogo ecumenico, sì, è un dialogo nella verità, ma un dialogo nella verità vissuta nella comunità e nella vita personale di ciascuno dei partecipanti. Pertanto esso non è solo una disputa accademica, per quanto sia utile anche quella. Un fruttuoso dialogo tenta di capire la fede vissuta dell’altro.
L'Osservatore Romano