
Quando Papa Gregorio IX andò ad Assisi per canonizzare il Poverello. Francesco e gli operai dell’undicesima ora
Era stata, quella di Francesco, una canonizzazione annunciata: le fonti ci consentono infatti di capire che le autorità e i ceti dirigenti locali volevano assolutamente che egli spirasse tra le mura di Assisi; non senza crudezza, Tommaso da Celano riferisce che così speravano i suoi stessi concittadini (Fonti francescane, 502). Nelle ultime settimane di vita, Francesco fu quindi guardato a vista dagli assisani, i quali avevano tutto l’interesse a conservare nella loro città le reliquie di un santo che non avrebbe fatto mancare alla comunità la sua protezione e le avrebbe inoltre garantito prosperità economica (Fonti francescane, 1632, 1637). La stessa scelta di deporre le spoglie di Francesco in un sepolcro provvisorio e non nella cattedrale, induce a concludere che fin dalla morte dell’Assisiate fosse andato delineandosi non solo il disegno di una sua prossima elevazione agli altari, ma anche, con buona probabilità, l’idea della costruzione di una chiesa in suo onore.
Alla dichiarazione di santità si giunse comunque due anni dopo. Tommaso da Celano c’informa che il Pontefice, fuggito da Roma a seguito di tumulti scoppiati nell’Urbe, si trasferì a Rieti, da dove il 29 aprile indirizzò alla cristianità la lettera Recolentes, nella quale tesseva l’elogio dell’ordine dei minori e chiamava Francesco con il titolo di beato, annunciando come sembrasse «cosa degna e conveniente» che, «per riverenza dello stesso padre», venisse edificata una «chiesa particolare» nella quale riporre il suo corpo; a tutti coloro, perciò, che avrebbero erogato elemosine per la realizzazione di quest’opera, il Papa concedeva un’indulgenza di quaranta giorni (Fonti francescane, 2719).
Da Rieti il Papa si portò in seguito a Spoleto e di qui raggiunse finalmente Assisi dove diede inizio alla solemnis collatio, convocando a più riprese i cardinali per espletare tutte le procedure stabilite e giungere così alla proclamazione ufficiale della santità di frate Francesco.
A processo di canonizzazione ancora in corso, il Papa si recò a Perugia, dove l’attendeva il disbrigo di diversi affari; fece quindi ritorno ad Assisi per attendere ancora al negotium. Al termine dei lavori, il sacro concistoro si celebrò in camera domini papae a Perugia.
Si giunse così alla cerimonia di canonizzazione, ad Assisi, che Tommaso da Celano narra con dettagliata precisione: il suo racconto è infatti così pieno di particolari che possiamo a buon titolo accordagli la patente di testimone oculare.
Narra infatti l’agiografo che, giunti nel luogo predisposto per la celebrazione, cardinali, vescovi e abati si disposero intorno al Papa; accorsero sacerdoti e chierici, religiosi e religiose, insieme a una folla immensa. Egli descrive con accuratezza non soltanto le diverse fasi della cerimonia, ma anche lo scintillio degli abiti dei prelati, adorni di filamenti e fibbie auree incastonate di perle preziose.
A parlare per primo — annota — fu Papa Gregorio, il quale, dopo aver annunciato «con voce vibrante e affettuosa commozione le meraviglie di Dio», tenne un discorso che trasse esordio da un ben noto passo della Scrittura — «come la stella del mattino tra le nubi e come splende la luna nel plenilunio, e come sole raggiante, così egli rifulse nel tempio di Dio» (Siracide, 50, 6-7) — «commovendosi fino alle lacrime mentre rievoca la purità della sua vita».
A seguire, il cardinale Ottaviano degli Ubaldini dette lettura dei miracoli di Francesco, che furono commentati, anche questa volta con viva commozione, dal cardinale Raniero Capocci. Tutti si commossero fino alle lacrime. Gregorio IX dette quindi l’annuncio dell’iscrizione di Francesco nel catalogo dei santi, poi il Papa e i cardinali intonarono il Te Deum. Finalmente, il Pontefice discese dal trono e si recò «nel santuario per offrire voti e sacrifici», baciò con viva emozione la tomba del santo, pregò con grande intensità e «celebrò i sacri misteri» (Fonti francescane, 538-542).
Presumibilmente a ridosso di quella cerimonia, il Pontefice pose anche — per sua esplicita ammissione (lettera Speravimus hactenus, 16 giugno 1230) e come attesta la memoria agiografica dell’ordine — la prima pietra della costruenda basilica in onore del nuovo santo. Annunciò quindi al mondo il grande evento con la lettera Sicut phiale auraee, poi ancora con la lettera Mira circa nos. Quest’ultima — certamente più impegnata della precedente — esercitò un sicuro influsso sull’agiografia, come attestano gli indubbi rapporti che il suo dettato mantiene con l’opera più antica di tutto il corpus relativo a san Francesco d’Assisi, vale a dire la Vita beati Francisci di Tommaso da Celano.
Il Pontefice vi presentò tutta la vicenda terrena del santo sotto una luce provvidenziale: il Signore — esordiva — non cessa di proteggere la vigna da lui piantata con i doni della sua misericordia, e pure nell’ora undecima invia operai i quali, bonificando il terreno dalle erbacce, dalle spine e dai rovi, potati i tralci superflui, le consentiranno di produrre frutti soavi e saporosi, che saranno riposti per l’eternità, dopo che avranno arso l’empietà e la carità raffreddatasi nel cuore di molti (Fonti francescane, 2720). Per ben due volte, nella lettera papale, torna questo richiamo all’ora undecima, con indubbio — e significativo — riferimento alla parabola evangelica degli operai inviati dal padrone nella propria vigna in diverse ore del giorno (Matteo, 20, 1-16).
In una situazione di evidente difficoltà per la Chiesa, Gregorio IX puntava così decisamente sui nuovi ordini mendicanti, i cui membri vennero progressivamente caratterizzati, nelle lettere papali, quali operai dell’ora undecima. Nella Mira circa nos, il Pontefice effettuò dunque una scelta di enorme portata ecclesiale, avanzando — seppure ancora in maniera prudente — l’idea che fossero proprio i nuovi ordini mendicanti, e non i grandi ordini monastici dei quali la Sede Apostolica si era fino a quel momento servita per le missioni più delicate e importanti, a costituire la milizia scelta sulla quale fare affidamento per il combattimento che attendeva la Chiesa in un tanto delicato frangente storico, all’approssimarsi della fine e del futuro giudizio.
Il grande disegno del Pontefice assegnava dunque agli ordini mendicanti un compito di primaria importanza. Elemento qualificante della vita di Francesco diventava così la sua predicazione, ricca di semplicità, ma che aveva il potere di risanare e fecondare, come l’acqua che Ezechiele vide uscire dal Tempio verso Oriente e che faceva rivivere quanto lambiva (Ezechiele, 47, 1-12). In tal modo il Pontefice offriva all’ordine dei minori un chiaro modello di riferimento al quale ispirare la propria azione per condurre in porto la progettata riforma ecclesiale.