(María Encarnación González Rodríguez, Direttrice dell’Ufficio per le Cause dei Santi della Conferenza episcopale spagnola)
A Tarragona terra di testimoni
. Domenica 13 ottobre a Tarragona saranno beatificati 522 martiri. La grande maggioranza, 483, persero la vita a partire dal 20 luglio 1936 e da agosto a novembre dello stesso anno.
Ce ne sono però due del 1934, ventinove del 1937, sei del 1938 e altri due del 1939. Il 28 ottobre 2007 c’era stata un’altra grande beatificazione di testimoni della fede uccisi durante la stessa circostanza storica. Erano 498, appartenenti a ventitré cause, e la cerimonia si è tenuta a Roma.
È stata la Congregazione delle Cause dei Santi a proporre alla Conferenza episcopale spagnola, nel 1997, di procedere nelle beatificazioni per gruppi numerosi. Iniziò allora una serie di incontri e di esperienze, che si concretizzò, nel gennaio del 2001, con la creazione di un Ufficio per le Cause dei Santi con il compito di coordinarle. Da allora l’attività è stata intensa, sempre in contatto con la Congregazione romana: corsi, giornate e incontri, nei quali abbiamo approfondito gli aspetti teologici, giuridici, storici di questo tema, producendo numerose pubblicazioni.
A partire dalla fine degli anni Quaranta, in Spagna s’istruirono numerose cause di martiri, per la maggior parte collettive, che raggruppavano membri di una stessa diocesi o famiglia religiosa, o quanti avevano subito il martirio nello stesso momento. Ma quando si aprì il Vaticano II nessuna era giunta alla fase finale. L’elevato numero di queste cause e, soprattutto, il pericolo che potessero essere politicizzate, spinse Papa Paolo VI, nel 1967, a prendere la prudente decisione di bloccarne l’iter. Tuttavia, trascorsi cinquant’anni da quando si produsse il maggior numero di martiri in Spagna, e vista la pacifica transizione del Paese alla democrazia, Giovanni Paolo II decise di beatificare i testimoni della fede le cui cause avevano compiuto il proprio corso.
La prima beatificazione si tenne il 29 marzo 1987. Ne seguirono altre, per cui nel 1994, quando fu pubblicata la Tertio millennio adveniente, si erano già succedute cinque cerimonie nelle quali erano stati beatificati in tutto 173 martiri. Nel numero 37 di quella lettera apostolica, scritta in piena fase di beatificazione dei martiri del XX secolo in Spagna, Papa Giovanni Paolo II ricordava con coraggio alla Chiesa universale: «Al termine del secondo millennio, la Chiesa è diventata nuovamente Chiesa di martiri (...) È una testimonianza da non dimenticare». E chiedeva che si raccogliesse e conservasse il loro ricordo in forma documentata. Fu allora che, in vista del Grande Giubileo dell’anno 2000, creò a Roma la commissione Nuovi Martiri, incaricata di raccogliere informazioni e redigere un catalogo. Dopo le cerimonie del 1995, 1997, 1998 e 1999 che elevarono al rango di beati altri sessantacinque martiri, la prima grande beatificazione del nuovo millennio è stata celebrata nel 2001 — 233 di questi appartenevano a sedici cause spagnole — seguita da un’altra, di soli otto martiri, nel 2005, già nel pontificato di Benedetto XVI. Nel frattempo si erano tenute due cerimonie di canonizzazione nel 1999 e nel 2003. Si configurarono due grandi gruppi: quello delle cause le cui positio erano state consegnate alla Congregazione prima del 1997 — e che si conclusero con la beatificazione di 498 martiri nel 2007 — e quello le cui positio furono inoltrate tra il 1997 e il 2002; quelle dei martiri che saranno beatificati a Tarragona. L’antica Tarraco, la grande capitale della vasta provincia dell’Impero romano, fu la città dei protomartiri cristiani più documentati: il vescovo Fruttuoso e i suoi diaconi Augurio ed Eulogio, uccisi tra le fiamme nel 259 dell’era cristiana nell’anfiteatro della città. E ha anche la causa più numerosa di questa beatificazione: 147 martiri con a capo il vescovo ausiliare Manuel Borrás e sessantasei sacerdoti diocesani, oltre a due seminaristi e a religiosi di diversi ordini e congregazioni. È un modo per legare origine e presente e rievocare la radice martiriale del cristianesimo ispanico la cui linfa, con maggiore o minore intensità, scorre in questi venti secoli di storia. I martiri che saranno beatificati vennero uccisi in 33 diocesi, tra le quali spicca quella di Tarragona, con 103 martiri, seguita da quella di Madrid, con 82.
Sorprende in questo gruppo l’età delle vittime, in maggioranza molto giovani. Quasi due terzi, ossia 323, hanno meno di cinquant’ anni. Tra i nuovi beati ci sono cento sacerdoti diocesani e tre seminaristi. Il gruppo più numeroso è composto da religiosi: 411. I laici sono otto; attira l’attenzione un operaio ventunenne dell’Azione cattolica di Jaén, coraggioso — e giovanissimo — confessore della fede.
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(Vicente Cárcal Orti)
L’eccidio cominciò molto prima della guerra civile.
Quando si parla dei martiri spagnoli degli anni Trenta del XX secolo, li si chiama erroneamente “martiri della guerra civile”. Erroneamente perché i primi martiri ci furono già nell’ottobre del 1934, durante la rivoluzione delle Asturie.
Mancavano allora quasi due anni all’inizio della guerra civile e i martiri non avevano quindi nulla a che fare con essa. Ma c’è chi continua a collegarli con quel conflitto armato in cui ci furono “caduti in azioni di guerra” in entrambi gli schieramenti, perché lottavano sul fronte, e ci furono anche, nelle retroguardie delle due aree, “vittime della repressione politica”. Gli uni e gli altri meritano il massimo rispetto e vengono ricordati come eroi e modelli da imitare dai seguaci delle rispettive ideologie.
Ma ci furono anche “martiri della persecuzione religiosa”, perché durante la guerra civile, in tutta l’area repubblicana, il culto cattolico fu proibito per quasi tre anni. La Chiesa ufficialmente non esisteva. Gli ecclesiastici e le religiose furono uccisi perché erano uomini o donne di Chiesa, e per lo stesso motivo furono assassinati uomini e donne dell’Azione Cattolica e di altri movimenti ecclesiali, ossia perché erano cattolici praticanti. Ma nessuno di loro fu implicato in lotte politiche o ideologiche, e tanto meno vi prese parte.
La Chiesa li eleva agli onori degli altari con il titolo di martiri perché erano persone che lavoravano pacificamente in parrocchie, scuole, collegi, ospedali, ospizi e così via. Un’opera sociale immensa, mai abbastanza riconosciuta alla Chiesa, interrotta brutalmente da quella persecuzione religiosa, senza precedenti nella storia della Spagna. Quelle persone non persero la vita in azioni di guerra e non furono neppure vittime della repressione politica. Furono semplicemente testimoni di Cristo e quindi “martiri della fede durante la persecuzione religiosa”.
In piena guerra civile spagnola questi concetti risultarono ben chiari sia a Pio XI che ai suoi successori, fino a giungere a Papa Francesco. Con le beatificazioni del 13 ottobre, saranno 1.512 i martiri beatificati e 11 quelli canonizzati. I dati che abbiamo, sebbene non del tutto esatti, rivelano l’entità di quella persecuzione: dei 6.832 morti, 4.184 appartenevano al clero secolare, includendo dodici vescovi (nove sono già stati beatificati) e un amministratore apostolico, 2.365 erano religiosi e 283 religiose. Non è possibile fornire cifre definitive dei laici cattolici uccisi per motivi religiosi perché non esistono statistiche affidabili, ma probabilmente furono diverse centinaia.
A richiamare l’attenzione è innanzitutto l’età. Per esempio, dei 26 religiosi passionisti di Daimiel, 15 erano studenti tra i 18 e i 21 anni. Lo stesso vale per i Fratelli di San Giovanni di Dio, i claretiani di Barbastro, i Fratelli delle Scuole Cristiane di Turón e di Almería, gli agostiniani di El Escorial, i francescani, i domenicani, i trinitari, i carmelitani, gli scolopi, i claretiani salesiani, i maristi e così via. I più giovani furono l’aspirante salesiano Federico Cobo e lo studente carmelitano Pedro Tomás Prati, entrambi sedicenni.
Questi dati sono impressionanti, ma lo sono ancora di più le opinioni di alcuni responsabili della tragedia. Alla fine dell’agosto del 1936, un alto dirigente catalano, alla domanda di una redattrice del giornale francese «L’Oeuvre» sulla possibilità di riavviare il culto cattolico in Spagna rispose: «Oh, il problema non si pone neppure, perché tutte le chiese sono state distrutte». Andrés Nin, capo del Partito operaio di unificazione marxista, in un discorso pronunciato a Barcellona l’8 agosto 1936, non esitò a dichiarare: «C’erano molti problemi in Spagna (...) Il problema della Chiesa lo abbiamo risolto completamente, andando alla radice: abbiamo soppresso i sacerdoti, le chiese e il culto». José Díaz, segretario generale della sezione spagnola della III Internazionale, il 5 marzo 1937 disse a Valencia: «Nelle province in cui dominiamo, la Chiesa non esiste più. La Spagna ha superato di molto l’opera dei Soviet, perché la Chiesa, in Spagna, è ora completamente annientata».
Secondo Hugh Thomas, «in nessun altro momento della storia della Spagna, e forse persino del mondo, si è manifestato un odio così passionale contro la religione e tutte le sue opere. Molti di quei crimini furono accompagnati da una frivola e sadica freddezza» (The Spanish Civil War, 1961). Pierre Broué ed Emile Témine riconoscono il carattere religioso della persecuzione in quanto «in pratica la proibizione del culto si estende all’uso privato di immagini e di oggetti cultuali, come i crocifissi, i messali (...). Le milizie rivoluzionarie della retroguardia cercano quanti li possiedono e procedono ad arrestarli» (La révolution et la guerre d’Espagne, Paris, 1961, 1, p. 132). George Orwell, che durante la guerra si recò a Monflorite (Huesca) e visitò il cimitero, disse: «Tutto era pieno di cespugli e di erbacce, oltre alle ossa umane sparse per il paese. Ma la cosa più sorprendente era l’assenza quasi totale d’iscrizioni religiose (...) In qualche tomba c’era una piccola croce o una sommaria allusione al cielo; spesso era stata cancellata con uno scalpello da qualche zelante ateo».
Gabriele Ranzato, che si propone di smontare molte leggende che avvolgono ancora il conflitto spagnolo del 1936, afferma che l’errore più drammatico commesso dalla sinistra spagnola fu il suo atteggiamento verso la Chiesa, e nelle sue monografie L’eclissi della democrazia. La guerra civile spagnola e le sue origini (1931-1939) (Torino, Bollati Boringhieri, 2004), e La Grande paura del 1936. Come la Spagna precipitò nella guerra civile (Bari-Roma, Laterza, 2011), documenta come le sinistre spagnole scatenarono contro di essa «una vera e propria persecuzione religiosa».
Quando scoppiò la guerra civile già erano state date alle fiamme 239 chiese, erano state distrutte numerose opere d’arte, erano stati violati tabernacoli, gettate per terra ostie consacrate poi calpestate, disseppellite salme di vescovi e monache, imposte tasse ai funerali cattolici, impendendo in molti casi la loro celebrazione, proibiti i simboli cattolici sulle tombe, equiparata la settimana santa a una riunione clandestina, con i conseguenti arresti, impedite le prime comunioni dei bambini, lasciati liberi per le strade cani con una croce appesa al collare.
Nei suoi libri Ranzato non mostra mai simpatia per la causa e l’opera del vincitore della guerra civile, ma conclude la sua importante ricerca definendo «discutibile» il perpetuarsi dell’immagine della Spagna della primavera del 1936 come «un Paese di democrazia liberale, capace di tenere il suo sistema politico-economico al riparo da qualsiasi sollevazione rivoluzionaria e che fu condotto alla guerra civile solo da una sollevazione militare reazionaria e fascista». Queste poche e misurate parole ci fanno pensare che la storia della Spagna degli anni che precedettero la seconda guerra mondiale, e che in parte la determinarono, inizia a essere scritta solo ora alla luce di nuovi documenti.
La persecuzione religiosa repubblicana iniziò molto prima della guerra civile e non nacque come un’esigenza per combattere una Chiesa che, solo a partire dal luglio del 1937, appoggiò apertamente una delle parti del conflitto perché nell’altra essa aveva smesso di esistere e si continuava a uccidere gli ecclesiastici e i cattolici praticanti. La persecuzione cominciò in modo subdolo nel maggio del 1931, con chiese e conventi dati alle fiamme; continuò con una legislazione apertamente faziosa; proseguì nell’ottobre del 1934 nelle Asturie e in altri luoghi della Spagna, e terminò con l’ecatombe di sacerdoti, religiosi e cattolici tra il 1936 e il 1939. Viene quindi meno la tesi di quanti continuano a sostenere che la persecuzione religiosa fu la risposta della violenza anticlericale alla sollevazione militare del 18 luglio.
L’atteggiamento conciliante e aperto al negoziato della Chiesa dinanzi alla Repubblica, sin dal primo momento, è ampiamente dimostrato dalla documentazione vaticana che sto sistematicamente pubblicando (La II República y la Guerra Civil en el Archivo Secreto Vaticano, Madrid, Bac, 2011-2012, 3 volumi). Pio XI la riconobbe subito, nell’aprile del 1931, e mantenne le relazioni diplomatiche fino alla metà del 1938. Domandò ai vescovi, ai sacerdoti e ai cattolici di accettarla e di collaborare con essa per il bene comune. Ma i governanti repubblicani scatenarono molto presto quell’attacco frontale che finì in tragedia.
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(Jaume Pujol Barcells, Arcivescovo metropolita di Tarragona)
Uccisi perché cristiani.
Secondo la tradizione cristiana, “martire” è colui che muore per la propria fede religiosa. Di solito tendiamo ad assimilare il termine “martire” ai cristiani dei primi tre secoli, che subirono le persecuzioni degli imperatori romani. Ma in realtà ci sono stati più martiri cristiani nel XX secolo che in tutti i diciannove secoli che l’hanno preceduto. E non bisogna dimenticare che nel nostro XXI secolo le persecuzioni religiose persistono e nella maggior parte dei casi a esserne vittima sono i cristiani.
È quanto accaduto, per esempio, lo scorso 7 settembre in Siria, a Maalula, città che i cristiani di quello sventurato Paese già chiamano “terra dei martiri”, e dove, come a Tarragona, sono venerate le reliquie della protomartire santa Tecla. I gruppi armati di Al Qaeda sono entrati a Maalula con l’intento di seminare devastazione e terrore. Hanno distrutto tutte le immagini sacre che hanno incontrato, sia nelle strade sia negli edifici. In una casa hanno trovato quattro greco-cattolici: Miguel Talab, suo cugino Antón Talab, suo nipote Sarkís e Antonia, un’altra parente. Il gruppo di ribelli li ha minacciati dicendo loro: «O vi convertite all’islam o vi uccidiamo». Sarkís, il più giovane, ha risposto senza vacillare: «Io sono cristiano (…) e se volete uccidermi perché sono cristiano, potete farlo!». Neppure i sicari hanno vacillato: il ragazzo è stato ucciso a sangue freddo, assieme agli altri due uomini. La donna, gravemente ferita, si è salvata perché data per morta. Un contrattacco dell’esercito siriano ha espulso gli islamisti da quel settore di Maalula. I soldati hanno trovato la donna e l’hanno portata all’ospedale di Damasco, dove sono riusciti a salvarle la vita. Quando è stata in grado di parlare, ha raccontato l’accaduto a una monaca italiana che lavora in quel centro sanitario e che alcuni giorni dopo ha spiegato quell’atto cruento all’agenzia d’informazione «Fides», aggiungendo: «Quello di Sarkís è stato un vero martirio, una morte in odium fidei, per odio alla fede».
Il 13 ottobre Tarragona farà da cornice alla beatificazione del più grande gruppo di martiri della storia della Chiesa. In quest’ottica, la morte del giovane Sarkís a Maalula ci serve per chiarire alcuni dubbi. Per esempio, c’è chi si chiede: «Perché saranno beatificate quelle persone e non altre?». Semplicemente perché quelle persone sono considerate vittime di una “persecuzione religiosa” e perché la violenza sistematica esercitata su di esse fu motivata dal loro essere membri della Chiesa cattolica.
Il mondo attuale è sotto molti aspetti simile a quello in cui vissero i santi protomartiri. L’omelia di Papa Francesco nella veglia per la Pace, celebratasi a piazza San Pietro lo scorso 7 settembre presenta diversi punti di vista, dinanzi ai quali nessuno può pensare che quelle parole non lo riguardino. Il Papa ha detto: «Quando l’uomo pensa solo a se stesso (…) e si pone al centro, quando si lascia affascinare dagli idoli del dominio e del potere, quando si mette al posto di Dio, allora guasta tutte le relazioni, rovina tutto; e apre la porta alla violenza, all’indifferenza, al conflitto».
Nelle parole del Pontefice possiamo intravedere un messaggio rivolto ai potenti dell’Occidente quando afferma che oggi «abbiamo perfezionato le nostre armi, la nostra coscienza si è addormentata, abbiamo reso più sottili le nostre ragioni per giustificarci», dimenticando che la violenza e la guerra portano con sé solo più morte e più odio. Tuttavia, senza negare il monito rivolto al mondo occidentale, non possiamo dimenticare che il Papa nel suo discorso ha qualcosa da dire anche sulla profonda e violenta crisi interna che sta scuotendo il mondo musulmano: «La mia fede cristiana — afferma il Papa — mi spinge a guardare alla Croce. Come vorrei che per un momento tutti gli uomini e le donne di buona volontà guardassero alla Croce! Lì si può leggere la risposta di Dio: lì, alla violenza non si è risposto con violenza, alla morte non si è risposto con il linguaggio della morte. Nel silenzio della Croce tace il fragore delle armi e parla il linguaggio della riconciliazione, del perdono, del dialogo, della pace».
Mi ha colpito vedere, durante l’adorazione eucaristica a piazza San Pietro, come alcuni leader musulmani si sono inginocchiati accanto al popolo cristiano presieduto dal Successore di Pietro. Lo spirito pacificatore e di perdono di tutti i martiri nel corso di ventuno secoli di storia ha scosso il cuore di quanti hanno partecipato a quella memorabile giornata di preghiera e di digiuno.
L'Osservatore Romano