lunedì 21 ottobre 2013

Il Papa senza “filtri”



Il  tweet di Papa Francesco: "Per conoscere il Signore, è importante frequentarlo: ascoltarlo in silenzio davanti al Tabernacolo, accostarsi ai Sacramenti." (21 ottobre 2013)

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L'assessore alla Segreteria di Stato Peter Brian Wells: l'accesso diretto dei fedeli alle omelie e agli interventi di papa Francesco è anche un antidoto efficace contro le operazioni di manipolazione mediatica

GIANNI VALENTE


Se ne sono accorti – e da tempo – anche ai piani alti della Cittadella vaticana: con l’avvento di Papa Francesco, il flusso costante di parole e interventi del Successore di Pietro ha trovato vie e accenti per arrivare ogni giorno a tutti senza mediazioni. E questo fenomeno non programmato manda fuori fase con i suoi effetti inediti tutte le ermeneutiche “orientate” che si cerca di cucire intorno alla figura e all’operato del vescovo di Roma.

L’ultimo che ha delineato con lucidi affondi la portata liberante della predicazione sine glossa di Papa Francesco è stato Peter Brian Wells, assessore per gli Affari Generali della Segreteria di Stato. Venerdì scorso, incontrando più di 300 benefattori – per lo più inglesi e nordamericani – venuti a Roma per il 30esimo anniversario dei Patrons of the Arts dei Musei Vaticani (la rete che raccoglie fondi per la conservazione e il restauro dei tesori d'arte custoditi nelle collezioni vaticane) il monsignore originario dell’Oklaoma ha risposto pubblicamente a alcune domande degli ospiti sul momento vissuto dalla Chiesa e in particolare dalla Curia romana. Nel botta e risposta, raccontato dall’Agenzia dei vescovi Usa Catholic News Service (CNS), Wells ha spiegato tra le altre cose di come anche l’accesso online alle omelie e agli interventi del Papa abbia liberato i fruitori – singoli, famiglie, comunità – da mediazioni comunicative potenzialmente manipolatrici o prevenute.

A ogni inizio di pontificato – ha detto senza toni di scandalo l’alto funzionario vaticano – i circuiti mediatici decidono che tipo di etichetta affibbiare al nuovo Papa. Ne nasce a volte una narrativa anchilosata, tutta irrigidita dall’intento di cercare conferme alle proprie chiavi interpretative preconfezionate. Nei primi sei mesi di pontificato, Papa Francesco sembra aver dribblato la mediazione degli “esperti” e degli addetti ai lavori: con la sua predicazione quotidiana, rilanciata online soprattutto grazie ai siti di Radio Vaticana, dell’Osservatore Romano e dalla piattaforma mediatica www.news.va, tutti possono ascoltare e vedere ciò che il Papa ha detto, fatto e scritto, a cominciare dalle omelie quotidiane nella cappella della Domus Sanctae Marthae. «Così» ha chiarito Wells «ognuno può tirare le proprie conclusioni, perché le parole di papa Francesco sono spesso diverse da quelle che gli vengono attribuite da certi organi di stampa». Con questo libero accesso sempre garantito a tutti – ha riconosciuto Wells - «La gente non deve più passare attraverso filtri per ricevere quello che il Papa dice».

Gli effetti di questo fenomeno nei dinamismi della vita della Chiesa già sono sperimentabili e innescano processi e reazioni di ordine diverso. La possibilità di attingere in maniera costante alle parole che Papa Francesco esprime “a braccio”, senza testi preparati (si pensi al flusso continuo delle omelie di Santa Marta) toglie consistenza alle versioni orientate e talvolta caricaturali del suo profilo e del suo magistero confezionate dalla casta degli opinion makers ecclesiastici di diversa obbedienza. Papa Francesco non sembra aver troppo bisogno di esegeti ufficiosi e ermeneuti auto-nominati che in altre stagioni ecclesiali avevano lucrato rendite di visibilità e quote di mercato anche sul terreno della politichetta ecclesiastica. Basta ascoltare le omelie quasi quotidiane di Bergoglio o guardare le sue catechesi per accorgersi che diversi commenti e analisi spacciati come “approfondimenti” del suo pontificato non raccontano né spiegano il papa argentino, ma puntano a costruire qualche suo avatar contraffatto, a uso e consumo delle proprie strategie mediatico-ecclesiastiche.

Chi appare godere della connessione no-stop e senza filtri con le parole e i gesti del Vescovo di Roma è in primis quello che Bergoglio stesso chiama «il santo Popolo di Dio». Non le nomenclature, i professionisti e i perditempo della polemica intra-ecclesiale a oltranza, quelli che già Joseph Ratzinger definiva come «la Chiesa auto-occupata». Ma i singoli e le moltitudini dei credenti e degli ipo-credenti senza etichette che vanno a messa (anche non sempre), che affollano i santuari, che nel silenzio compiono gesti e opere di misericordia corporale e spirituale. Quelli il cui sensus fidei, per quanto tenue, si è subito riconosciuto nelle parole, nei gesti e negli accenti di Papa Francesco.
G. Valente

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Vescovi di papa Francesco cercasi
La chiesa cattolica è fatta di molte cose diverse. C'è un livello spirituale, di comunione tra i fedeli; c'è un livello istituzionale che presiede ad alcuni meccanismi necessari per la manifestazione di quella comunione; c'è il livello organizzativo, che fornisce mezzi e strumenti al volto istituzionale della chiesa, il quale a sua volta serve la comunione.
Snodo cruciale tra questi tre livelli è la gerarchia ecclesiastica, e specialmente il ruolo dei vescovi, che occupano una posizione insostituibile nella teologia di una chiesa, come la cattolica, articolata lungo una direttrice verticale (i vescovi in rapporto con il papa e con Roma) e una direttrice orizzontale (i vescovi pastori di chiese locali, ovvero le diocesi che sono a loro affidate).
È questo uno dei punti critici del pontificato di papa Francesco e del futuro della chiesa cattolica in generale. I cattolici del 2013, alle prese con un inizio di pontificato il cui carattere pastorale è più evidente che nei predecessori (la lunghissima intervista pubblicata da Civiltà Cattolica qualche settimana fa conferma le impressioni dei primi mesi di Francesco), non può fare a meno di notare una mancanza di sintonia tra la pastoralità del vescovo di Roma e quella di molti pastori di molte diocesi cattoliche.
Le due chiese cattoliche a cui appartengo (in vario modo: una prevalentemente per nascita, l'altra per vocazione), ovvero la chiesa cattolica in Italia e quella negli Stati Uniti, sono esempi eminenti di questa questione. Per almeno trent'anni i vescovi americani e italiani sono stati nominati, da Giovanni Paolo II prima e da Benedetto XVI, secondo un criterio che puntava a formare un corpo episcopale coeso dal punto di vista dottrinale, specialmente sulle questioni di morale sessuale e di difesa della chiesa dalla teologia femminista.
La dimensione pastorale è stata quasi sempre vista come un optional nel curriculum dei vescovi: basterebbe studiare quanti di essi sono stati parroci prima di essere nominati vescovi.
Durante i pontificati precedenti, una situazione del genere era non meno dolorosa di quella attuale, specialmente per alcune diocesi: per fare un esempio, la mia natìa Ferrara è stata negli ultimi decenni destinazione di nomine episcopali prive di un disegno pastorale, per una diocesi che sembra lasciarsi trattare ancora come la città "infettata" dalla protestante Renata di Francia alla corte degli Estensi nel Cinquecento. Ma quella situazione dolorosa dava meno nell'occhio qualche anno fa, prima dell'arrivo di papa Francesco.
Oggi la differenza è chiaramente percepibile, anche perché l'opinione pubblica si è fatta particolarmente esigente, si direbbe vendicativa con tutto quello che ha a che fare con la chiesa - anche quella opinione pubblica che non si abbevera al fiele somministrato da trasmissioni come Le Iene.
La procedura di nomina episcopale è assai complicata nella chiesa cattolica - una chiesa che conta ormai cinquemila vescovi. Nominalmente spetta al papa la "provvista di chiesa" per tutte le diocesi della chiesa cattolica mondiale (tranne rarissime eccezioni), ma di fatto le nomine vengono in molti casi preparate, istruite e incanalate da altri: i predecessori e le conferenze episcopali nazionali, i nunzi apostolici, la Curia romana, cordate di vario tipo (tra cui alcuni "movimenti cattolici").
Per questo motivo, ogni cambiamento nel tipo di vescovi cattolici richiederà tempo. Quel che si può sperare da papa Francesco è una riforma delle procedure che consenta alla chiesa di tornare almeno ai tempi del concilio di Trento (1545-1563), quando le nomine episcopali erano rispetto ad oggi - non suoni paradossale - meno influenzate da filtri ideologici e meno centralizzate nel Vaticano.
M. Faggioli