lunedì 21 ottobre 2013

L'Europa va alla guerra...

Parlamento Europeo... contro la famiglia
di Tommaso Scandroglio

Oggi e domani il Parlamento europeo discuterà e metterà ai voti un progetto di risoluzione denominato, tanto per essere originali, “Salute e diritti sessuali e riproduttivi” proposto dalla parlamentare Edite Estrela. Il testo è stato redatto secondo le indicazioni di Vicky Claeys presidente della sezione Europea della potentissima organizzazione abortista International Planned Parenthood Federation. In questa risoluzione le lobby pro-choice non si sono fatte mancare niente: aborto, lotta all’obiezione di coscienza, contraccezione, fecondazione artificiale, teoria del gender.
Il testo 2013/2040 INI, licenziato dalla Commissione europea per i diritti della donna e l’uguaglianza di genere, brilla per chiarezza nel mostrare quali sono gli intenti ideologici che muovono non pochi parlamentari europei. Già nei “considerando” troviamo delle perle ormai non più così rare. Nel primo “considerando”si afferma in modo piano che “i diritti sessuali e riproduttivi sono diritti umani”, ciò a dimostrazione che è assodato in Europa che aborto, sterilizzazione, contraccezione e Fivet sono veri e propri diritti giuridici. Il non riconoscere questi “diritti” conduce all’apocalisse, infatti «le violazioni della salute sessuale e riproduttiva e dei relativi diritti hanno un impatto diretto sulla vita di donne e ragazze, sull'indipendenza economica delle donne, sulla fruizione dei servizi sociali da parte delle donne, sull'accesso di queste ultime al processo decisionale e alla partecipazione alla vita pubblica, sulla vulnerabilità delle donne alla violenza maschile, sull'accesso delle donne all'istruzione e sul godimento della vita privata e, pertanto, tali violazioni si ripercuotono sulla società nel suo insieme». E infatti si «esprime preoccupazione per le restrizioni all'accesso ai servizi per la salute sessuale e riproduttiva e ai contraccettivi nei paesi in via di adesione».
Tali restrizioni sono da addebitarsi a due colpevoli. Da una parte la Chiesa: «la salute sessuale e riproduttiva e i relativi diritti […] non dovrebbero subire restrizioni per motivi religiosi, per esempio concludendo concordati». Dall’altra i medici obiettori che non vogliono praticare aborti: si «sottolinea che gli Stati membri dovrebbero regolamentare e monitorare il ricorso all'obiezione di coscienza» dal momento che «il diritto all'obiezione di coscienza è un diritto individuale e non una politica collettiva». Insomma, uno o due obiettori vanno bene, ma non di più. Naturalmente la libertà individuale e religiosa deve cedere al credo abortista: la proposta di risoluzione infatti esprime «preoccupazione per il fatto che il personale medico sia costretto a rifiutarsi di prestare servizi per la salute sessuale e riproduttiva e relativi diritti negli ospedali e nelle cliniche di stampo religioso in tutta l’Ue». Che esistano medici costretti ad obiettare è davvero notizia nuova.
Il documento poi descrive un’equazione che dovrebbe essere la panacea di ogni male sociale: meno figli si hanno più tempo si ha per «consacrarsi ad attività quali l'istruzione e l'occupazione, il che contribuisce all'uguaglianza di genere, alla riduzione della povertà e allo sviluppo sostenibile per tutti». Il verbo “consacrarsi” rimanda all’idea che esista una vocazione quasi sacra alla sterilità, una nuova verginità secolare e laica per il bene dell’umanità.
Si prosegue con un sillogismo inappuntabile: se aborto, contraccezione e Fivet sono diritti umani devono essere riconosciuti a tutti e a qualsiasi età. A tutti: si auspica che l’aborto sia pratica diffusa anche oltre i confini dell’Europa. A qualsiasi età: porte aperte da una parte ad aborto e contraccezione anche per le giovanissime e dall’altra ai corsi scolastici che spieghino come accedere alle suddette pratiche «insegnando ai giovani ad assumersi le proprie responsabilità rispetto alla loro salute sessuale e riproduttiva» perché in tal modo «si ottengono effetti positivi a lungo termine e che durano tutta la loro vita, con ripercussioni positive sulla società» e perché  «è meno probabile che le madri adolescenti conseguano il diploma di istruzione secondaria, mentre è più probabile che vivano in povertà». Più che una verità scientifica pare una profezia di sventura.
Si continua sostenendo che «le percezioni stereotipate della femminilità e della mascolinità in generale, […] rappresentano un grave ostacolo al raggiungimento della salute sessuale e riproduttiva e dei relativi diritti». Il binomio donna-madre è dunque un retaggio stereotipato del passato da abbandonare.
C’è quindi il capitolo contraccezione che si apre con l’invito affinchè le pratiche contraccettive siano coperte economicamente dallo Stato e guai a tagliare la copertura delle spese per aborto e contraccezione per via della crisi perché questo sarebbe “inaccettabile”: meglio essere abortisti poveri, che benestanti non abortisti. In merito ai giovani e adolescenti si incoraggiano «campagne pubblicitarie, marketing sociale per l'uso dei preservativi e altri metodi contraccettivi, e iniziative quali linee verdi telefoniche confidenziali». Tanto confidenziali che papà e mamma non ne sapranno mai nulla di quello che vi siete detto al telefono, cari giovani. Ovviamente le adolescenti potranno abortire in piena “riservatezza”, cioè senza bisogno del consenso dei genitori e senza necessità che questi siano almeno informati della decisione della figlia.
In merito alla Fivet si «esorta gli Stati membri a garantire l'accesso ai trattamenti per la fertilità e alla procreazione medica assistita anche per le donne senza un partner e le lesbiche».
Una sezione sul gender non poteva mancare: «oggi le persone lesbiche, gay, bisessuali, transessuali e intersessuali (LGBTI) continuano a essere vittima di discriminazione, violenza e rappresentazioni non obiettive della loro sessualità e identità di genere in tutti gli Stati membri». Si invitano gli stati membri a diffondere informazioni relative al cambiamento di sesso.
L’ “educazione sessuale e affettiva” e quella di genere – “scevra da tabù” - dovranno poi essere materie obbligatorie alle elementari e medie. In particolare si «ricorda agli Stati membri il loro obbligo di garantire che i minori e i giovani possano avvalersi del loro diritto di richiedere, ricevere e impartire informazioni relative alla sessualità, anche per quanto riguarda l'orientamento sessuale, l'identità di genere e l'espressione di genere». Ciò comporta l’inclusione della «comunicazione di un'opinione positiva riguardo alle persone LGBTI, così da sostenere e tutelare efficacemente i diritti di giovani LGBTI».
La Federazione delle associazioni di famiglie cattoliche europee critica il documento in più punti. Tra l’altro mette in evidenza che il “diritto” all’aborto è «assente in tutte le dichiarazioni e i documenti giuridici internazionali», che l’obiezione di coscienza è osteggiata, che il ruolo educativo dei genitori è scavalcato dallo Stato il quale dovrebbe indottrinare anche i bambini secondo l’ideologia di genere, che la risoluzione invade un campo, quello della salute e dell’educazione, di competenza esclusiva dei singoli stati e «spinge a promuovere l’aborto oltre i confini dell’Unione Europea, in una sorta di impresa neo-colonialista».
La risoluzione con buona probabilità passerà. Certamente quest’ultima dal punto vista giuridico non è vincolante per gli stati membri però altrettanto certamente eserciterà sui singoli ordinamenti giuridici un pressing politico di sicuro rilievo.


*
Laicismo alla franceseLaicità francese, intollerante per sua natura
di Stefano Fontana

Gli eventi francesi recenti stanno mettendo in discussione la versione moderata della laicità proposta, per esempio, dal filosofo Charles Taylor. I sindaci non possono fare obiezione di coscienza davanti ai matrimoni tra persone omosessuali, né con riferimento a motivazioni religiose né con riferimento a scelte filosofiche: la legge non lo permette. Davanti a queste posizioni, che si prevedono sempre più diffuse, bisogna ripensare la libertà di coscienza e di religione ben oltre la versione moderata ed illuminata che Charles Taylor ha riproposto di recente nel libro “La scommessa del laico” (Laterza) scritto insieme a Jocelyn Maclure.

Secondo Taylor, lo Stato deve essere neutro da quadri di riferimento religiosi o filosofici. Ma non può essere neutro rispetto all’impegno di garantire a tutti i cittadini uguaglianza di trattamento e rispetto per le loro scelte morali e religiose. Se non facesse così, non potrebbe garantire la convivenza. Lo Stato non deve, quindi, farsi paladino della secolarizzazione, combattendo la religione. Bisogna fuggire la tentazione di fare della laicità un equivalente secolare della religione, sostituendola con una filosofia morale laica, una specie di religione civile, come, secondo Taylor, sta avvenendo in Francia.

Bisogna, invece, battere la via degli accomodamenti ragionevoli. Se il calendario prevede che si faccia festa alla domenica e non al sabato o al venerdì, se a scuola non si mangia kosher come vorrebbe la tradizione religiosa ebraica, se non è ammesso insegnare con il burka oppure fare il poliziotto con il turbante, basta prevedere delle eccezioni, appunto degli accomodamenti ragionevoli, e tutto si sistema. Certo, bisognerà concedere questi accomodamenti non solo per rispetto dei quadri di riferimento religiosi, ma anche di quelli secolari. Una persona vegetariana ha diritto, a scuola o in carcere, ad un menù vegetariano così come una persona di religione ebraica ha diritto a rimanere a casa dal lavoro al sabato per ottemperare ai propri doveri religiosi.

Ora, le nuove disposizioni francesi in termini di obiezione di coscienza dei sindaci mettono in crisi questa versione moderata, per una serie di motivi.

Il primo è che, accettando la proposta di Taylor, ogni quadro di riferimento avrebbe diritto al rispetto e alla tutela dello Stato. Se il criterio, come dice Taylor, è solo quello dell’adesione in coscienza degli aderenti, anche una associazione di pedofili, o di pornografi, o di mafiosi, avrebbe diritto alla protezione statale. Si aprirebbe, cioè, una proliferazione di richieste di tutela dei propri quadri di riferimento pressoché infinita. La distinzione, infatti, tra preferenze individuali – gusti, desideri … – e quadri di riferimento morali ed esistenziali è molto sottile. Se uno è vedano, si tratta solo di un gusto soggettivo o di una visione di vita? Se uno pretende di fare il poliziotto con la barba e il turbante perché è un Sikh, perché un altro non potrebbe chiedere di farlo pettinato con la cresta colorata e il piercing nel naso? 

Inoltre, gli accomodamenti ragionevoli si possono realizzare quando si tratta semplicemente di indossare un simbolo religioso in un ufficio pubblico, ma come sarebbe possibile farlo davanti, per esempio, all’aborto o al matrimonio gay? Anche qui si potrebbe fare appello ai quadri di riferimento che meritano il rispetto della protezione dello Stato. Quando si toccano i problemi della legge naturale, gli accomodamenti ragionevoli saltano, perché ammetterli non sarebbe più ragionevole. E se si ammettono diritti ad accomodamenti irragionevoli allora si deve per coerenza ammetterli tutti.

Questo è il punto: quand’è che un accomodamento è ragionevole e quando no? Se non si pensasse lo Stato come indifferente ai quadri di riferimento che nascono dalla legge naturale, il criterio sarebbe chiaro. Un poliziotto di religione Sikh che porta il turbante sì, un ebreo che sta a casa al sabato sì, una ragazza musulmana che va a scuola con il velo sì, ma un matrimonio tra due omosessuali no. Invece accade l’assurdo che lo Stato francese vieta di andare a scuola con il velo e permette il matrimonio omosessuale.

La soluzione moderata di Taylor non è in grado di mantenersi, ma scivola inevitabilmente verso la soluzione radicale alla francese. Senza un criterio, come potrebbe essere quello della legge naturale, non si capisce più quale sia l’accomodamento se non in termini di maggioranza e minoranza. Ed allora la maggioranza potrebbe anche arrogarsi il diritto di non concedere accomodamenti, come sta accadendo in Francia a proposito dell’obiezione di coscienza dei sindaci. Anche questo potrebbe essere un quadro di riferimento e una visione di vita e non solo un gusto o un desiderio.

*
Bandiera croata
La difficile battaglia dei cattolici contro l'ideologia gender
di Josip Horvaticek

I vescovi croati non perdono occasione di denunciare il gravissimo pericolo per la famiglia, i giovani e la società intera rappresentato dall’ideologia del gender.
Nel corso dell’omelia della Santa Messa celebrata al santuario mariano nazionale di Marija Bistrica, nei pressi di Zagabria, in occasione del pellegrinaggio annuale delle Forze Armate croate di domenica 6 ottobre, l’Arcivescovo di Spalato, mons. Marin Barišic, ha affermato la necessità di «reagire, vivere e agire nello spirito della fede» ai problemi della vita quotidiana. C’è da domandarsi, ha aggiunto mons. Barišic, se«non siamo diventati fuggitivi, disertori, pensionati della fede?» Non è la nostra fede staccata dalla vita, o forse perfino fuggita dalla realtà, «non ci siamo ritirati, diventati invisibili e paurosi?» Ritirandoci dalla realtà «non abbiamo forse abbandonato i campi della cultura, dell’educazione, del matrimonio e della famiglia, alle idee che sono prive di una bussola che ci guidi verso il futuro e la verità?». Quale conseguenza di questa pusillanimità, «vi è il pericolo che non sapremo più né ci sarà più permesso dire se un bambino è maschio e femmina, se i genitori sono il padre e la madre, oppure le lettere A e B o i numeri 1 e 2».
L’arcivescovo di Spalato si è infine appellato ai soldati, alle forze dell’ordine e ai veterani della Guerra per la Patria (la guerra di indipendenza croata del 1991, ndr) affinché siano difensori della famiglia la quale rappresenta «il fondamento della vita e dell’ordine sociale».
L’appello di mons. Barišic è più che mai attuale nonostante le recenti vittorie del vasto fronte che si oppone all'attuazione dell'ideologia del gender nella scuola e nella società croate.
Infatti, la Corte Costituzionale ha bocciato la procedura di attuazione del corso di educazione sessuale di stampo gender nelle scuole croate, nel contempo accusando il governo di avere agito con metodi non democratici; la raccolta di firme per indire un referendum affinché nella Costituzione sia inserito un articolo che preveda che il matrimonio rappresenta solamente l’unione di vita di un uomo e una donna ha avuto un grandissimo successo - il numero finale di firme raccolte in sole due settimane è stato di circa 770.000.
Tuttavia il governo di sinistra non demorde: non è certo che il referendum si possa tenere, giacché in un Paese alle soglie del totalitarismo come la Croazia ogni garanzia democratica è sempre sub judice; è in fase di redazione una nuova legge sulla famiglia, secondo la quale le unioni omosessuali non si chiameranno ‘famiglia’, ma avranno i medesimi diritti delle famiglie naturali, ad eccezione del diritto di adozione - unica concessione fatta al movimento di opposizione, la quale tuttavia è esclusivamente di natura tattica ed è facilmente modificabile in un prossimo futuro; infine per il nuovo anno scolastico il ministro dell’istruzione, Jovanovic, ha imposto, pur con qualche modifica puramente cosmetica, lo stesso programma di educazione sessuale dello scorso anno, anche in questo caso senza consultare i genitori e non lasciando loro la libertà di scegliere per i loro figli programmi alternativi a quello fondato sull’ideologia gender.
La battaglia è ancora lunga e irta di difficoltà, soprattutto perché l’avversario, cosciente di trovarsi in minoranza nella società croata, sfrutterà il vantaggio di essere al potere utilizzando tutti i mezzi che tale posizione gli consente, ivi inclusa l’intimidazione poliziesca, della quale hanno già avuto un assaggio alcuni esponenti del movimento cattolico Hrast. Del resto, il maggiore partito al potere ha una notevole familiarità con i metodi totalitari dell’ideologia comunista, attuati in questo Paese per quasi mezzo secolo, e che gli attuali governanti croati hanno abbandonato solamente a parole.