Quattro meditazioni per incontrare Gesù, comprendere come Dio si manifesta nel mondo, il futuro della chiesa e la dimensione umana, pubblicate con un libro dal titolo” Aprite la mente al vostro cuore” (Rizzoli).
Ha scritto nell’ultima di copertina padre Bergoglio, oggi papa Francesco: “Amate la giustizia con la stessa sete di chi cammina nel deserto”.
“Preferite la ricchezza della povertà alla miseria a cui conduce il benessere mondano”.
“Aprite il cuore alla tenerezza anziché addestrarlo alla prepotenza”.
“Cercate la pace, più forte di ogni pacifismo”.
“Non temete la carne, una carne che ha fame e sete, una carne malata e ferita”.
“Una carne che sta scontando la sua colpa che non ha di che vestirsi”.
Nell’introduzione, monsignor José María Arancedo, arcivescovo di Santa Fe e la Vera Cruz, ha spiegato che il libro è frutto di un lungo percorso di riflessioni e predicazioni maturato nel contesto di ritiri spirituali.
L’esistenza cristiana viene presentata come realtà per migliorare i rapporti dell’umanità con Dio, con il mondo e con i propri simili.
Non è uno studio esegetico ma mostra un rigore teologico ed una profonda conoscenza dei testi biblici.
Gli insegnamenti di Gesù vengono presentati come qualcosa di molto affine all’esperienza umana, qualcosa che appartiene all’uomo e forse da questi lungamente atteso.
Le parole di Gesù vengono proposte come un cammino che è insieme umano e divino.
Il divino non è lontano dall’umano ma piuttosto lo presuppone lo libera e gli da pienezza potremmo dire che l’umano appare bisognoso del divino per la propria piena realizzazione.
Quattro tappe che iniziano dell’incontro con Gesù Cristo e finiscono con la preghiera narrata secondo l’esperienza tratta dai dei testimoni delle Sacre Scritture.
L’editore ha scritto che questo libro è una sorta di ritiro spirituale ignaziano, pensato per i sacerdoti ma illuminante per i laici.
Sant’Ignazio sosteneva che come si fanno gli esercizi corporali camminare, correre, passeggiare, così gli esercizi spirituali per preparare e disporre l’anima a liberarsi da tutte le affezioni disordinate.
Bellissima la riflessione di Padre Bergoglio sull’esperienza della gioia e della speranza cristiana radicata nella resurrezione di Cristo che vinto il male e la morte.
“La Gioia è consolazione, segno dell’armonia e dell’unità che si realizza nell’amore”, ha scritto il Pontefice.
Siamo tutti invitati a chiedere allo Spirito Santo il dono della felicità e della gioia perché come dice Paolo VI nella esortazione apostolica Gaudete in Domino (1975) “il freddo e le tenebre sono anzitutto nel cuore dell’uomo che conosce la tristezza”.
Secondo padre Bergoglio, “La tristezza, è la magia di satana che indurisce il mostro cuore e ci fa soffrire”.
Ha scritto al proposito Paolo VI nella Gaudete in Domino: “Che i nostri figli inquieti di certi gruppi respingano dunque gli eccessi della critica sistematica e disgregatrice! Senza allontanarsi da una visione realistica, le comunitrà cristiane diventino luoghi di ottimismo, dove tutti i componenti s’impegnano risolutamente a discerenere l’aspetto positivo delle persone e degli avvenimenti”.
Ed ancora: “La carità non gode dell’ingiustizia ma si compiace della verità che tutto abbraccia, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta”.
Per papa Francesco, l’aspetto più grave dello spirito di tristezza è che esso porta al peccato contro la speranza.
Lo scrittore George Bernanos nel suo Diario di un parroco di campagna indica il peccato contro la speranza come “il più mortale di tutti”, “il più ricco degli elisir del demonio”.
Padre Bergoglio sottolinea che “chi inizia senza fiducia ha già perso in anticipo metà della lotta” e spiega che la fede combattiva dobbiamo apprenderla dagli umili, perchè “l’umile custodisce nel cuore una devozione semplice, è la massima espressione del trionfo ed è quasi sempre accompagnato dalla croce”.
In merito alle tentazioni di giudicare come manichei, l’arcivescovo emerito di Buenos Aires afferma che “le opere di questo mondo non sono soltanto figlie del peccato” e ha aggiunto: “il grano e la zizzania cresceranno insieme e la missione del sacerdote è quella di proteggere il grano come un padre e lasciare agli angeli la mietitura della zizzania”.
Una altra tentazione – secondo padre Bergoglio - è quella di privilegiare i valori del cervello a quelli del cuore.
A questo proposito ha scritto: “non dimentichiamo che solo il cuore unisce e integra (…) la comprensione senza il sentire compassionevole tende a dividere” perché “Dio ci ha dato la ragione per gettar luce sulla fede”.
“Dio – ha sottolineato padre Bergoglio - non ha creato la ragione affinché si costituisse come giudice supremo di tutte le cose, è una luce prestata un riflesso (…) è soltanto una scintilla per illuminare la nostra fede”.
“E la fede – ha continuato - va richiesta con la preghiera”.
“Quando non ci inginocchiamo davanti alla fede dell’umile e non siamo capaci di chiedere a Dio d’infonderci la vera fede, - ha concluso padre Bergoglio - allora ci lasciamo abbagliare da una fede vuota, indipendente da qualunque religione, priva di pietà. A quel punto ci ritroviamo a spiegare la vera fede con slogan nati da ideologie culturali”.
A. Gaspari
*
Nella riflessione sul Vangelo della Messa del 17 ottobre nella Casa Santa Marta, il Papa ha messo in guardia dalla riduzione della fede a una ideologia e qualcuno ha sintetizzato, non senza fondamento, tale condivisione omiletica richiamando coloro che «che De Lubac chiamerebbe “specialisti del Logos”».
Tale espressione proviene dall’opera "Meditazioni sulla Chiesa" del noto teologo gesuita francese, ossia dal medesimo testo a cui rinviò il 9 marzo 2013, il cardinale Jorge Mario Bergoglio, nella penultima delle Congregazioni generali dei cardinali per denunciare «quel male così grave che è la mondanità spirituale» che è «secondo De Lubac, il male peggiore in cui può incorrere la Chiesa». Ciò è una indicazione chiara che per comprendere maggiormente l’insegnamento di Papa Francesco un testo imprescindibile è proprio le Meditazioni sulla Chiesa di Henri De Lubac.
Il testo in cui viene illustrata la categoria degli “specialisti del Logos” – con cui nulla ha a che fare il pensiero di Joseph Ratzinger prima e di Benedetto XVI poi – è presente in Henri De Lubac, "Meditazioni sulla Chiesa", Milano 1955, p. 354-357, riportato qui sotto:
***
Da quando esiste, la Chiesa si è sempre attirata il disprezzo di una élite. Filosofi o spirituali, molti spiriti superiori, preoccupati d’una vita profonda, le rifiutano la loro adesione. Alcuni le sono apertamente ostili. Come Celso essi sono disgustati da «questa accozzaglia di gente semplice». […]
Molti altri, invece, tra questi saggi, sono convinti di rendere giustizia alla Chiesa e protestano quando si sentono definire suoi avversari. Sarebbero disposti a proteggerla all’occorrenza! […] Ma conservano le distanze. Non sanno che farsene di una fede che li accomunerebbe a tutti i miserabili, di fronte ai quali si sentono senz’altro superiori per la loro cultura estetica per la loro capacità di ragionamento, o per la loro preoccupazione d’interiorità.
Sono «aristocratici» che non intendono affatto mescolarsi con il gregge. La Chiesa, secondo loro, conduce gli uomini per vie troppo comuni. Le riconoscono volentieri l’arte di presentare, sotto il velo di immagini, profonde verità; ma distinguendosi come «coloro che sanno» dalla massa di «coloro che credono», pretendono di conoscerla meglio di quanto possa conoscersi essa stessa. La trattano con molta degnazione, si attribuiscono il potere di enucleare, senza il suo consenso, mediante una «trasposizione metafisica», il senso profondo delle sue dottrine e dei suoi atti sacri.
Al di sopra della sua fede essi mettono la loro intuizione, come l’assoluto al di sopra del relativo, come la partecipazione diretta e attiva alla conoscenza divina al disopra d’una partecipazione indiretta e passiva… Si potrebbero chiamare degli «specialisti del Logos», che però non hanno letto in san Paolo che il Logos «respinge ogni altezza che si levi contro la conoscenza di Dio». Sono dei saggi, ma chi è che non vede realizzarsi dopo venti secoli la profezia: «Perderò la sapienza dei sapienti»? Sono dei ricchi che hanno ancora da sentire la voce della prima Beatitudine. Qualcuno trasformandosi in capo-scuola o capo-setta accresce con l’esca del segreto la promessa del sapere […]