Una responsabilità di tutti
(Antonio Maria Vegliò, Cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti) Pubblicato quattro mesi fa e presentato nella Sala Stampa della Santa Sede il 6 giugno scorso, il documento Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate, del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti, si occupa della situazione dei rifugiati ma affronta anche il tema degli sfollati interni e delle persone forzatamente sradicate, come pure del fenomeno del traffico di esseri umani. Il documento prende in esame gli sfollati interni e le persone forzatamente sradicate. Si tratta di due gruppi di persone le cui esigenze devono essere meglio risolte. Coloro che, in condizioni simili a quelle dei rifugiati, non oltrepassano i confini nazionali (Idps) non hanno i requisiti giuridici e istituzionali per ricevere protezione e assistenza umanitaria da parte della comunità internazionale. I loro governi hanno la responsabilità del loro benessere e della loro sicurezza. Spesso, però, non riescono a intervenire perché non sono in grado di fornire tali garanzie, quando addirittura non sono gli Stati stessi o gruppi armati non statali a provocare lo spostamento forzato.
Tutto ciò si traduce in tassi elevati di malnutrizione, malattie che si potrebbero prevenire e violazione dei diritti umani. Il numero degli sfollati interni è cresciuto rapidamente in questi anni. Fortunatamente anche la preoccupazione della comunità internazionale per queste persone continua a crescere e per proteggere i loro diritti sono stati predisposti programmi di assistenza umanitaria. Per affrontare tale fenomeno, si è compiuto un passo in avanti con la pubblicazione dei Principi guida sugli sfollati interni, nel 1998, un quadro giuridico non vincolante che copre tutte le forme di sfollamento interno. Questo strumento si basa su disposizioni vigenti del diritto internazionale. Nel dicembre 2012, poi, è entrata in vigore la convenzione per la tutela e l’assistenza degli sfollati interni in Africa, nota come convenzione di Kampala. Si tratta del primo strumento regionale al mondo che impone protezione legale per i diritti e il benessere di quanti sono costretti a fuggire all’interno del proprio Paese a causa di conflitti, violenze, disastri naturali o progetti di sviluppo.
Il documento si occupa poi delle vittime del traffico di esseri umani. Questo traffico esiste nella maggior parte dei Paesi del mondo, sotto forme molto diverse. Qui parliamo di persone provenienti da altri Paesi o regioni, che sono state ingannate sugli obiettivi delle attività che avrebbero svolto e che invece si trovano a vivere in condizioni di sfruttamento. Non hanno più la possibilità di dire una parola sul loro destino, né sulla loro vita. Il fine ultimo dei trafficanti è di trarre profitto da queste persone, non risparmiando loro minacce e violenze. Il traffico di esseri umani va oltre la cosiddetta “industria del sesso” e coinvolge nel lavoro forzato uomini, donne e bambini in settori quali l’edilizia, la ristorazione, la ricettività, l’agricoltura e l’impiego domestico, come pure nel traffico per il trapianto di organi, nell’obbligo all’accattonaggio e nel reclutamento di bambini per i conflitti armati.
Recentemente, durante un viaggio in Africa, ho ascoltato la storia di una delle tante vittime innocenti dell’insensata violenza tribale. “Anna” era ovviamente nervosa. Gocce di sudore le coprivano il viso. Le sue mani si muovevano in continuazione, facendo una sorta di cerchi nell’aria. Non si fermava un attimo. Ella ricordava ancora l’accaduto. Aveva cinque anni quando è successo. I ribelli entrarono nel suo villaggio e bruciarono le case. Lei era in piedi immobile, con i suoi genitori, davanti alla casa in fiamme. Quando le uccisero i genitori, Anna dovette scavalcare i loro cadaveri per essere portata nella foresta. I ribelli minacciarono di ucciderla se avesse tentato di fuggire. Fu costretta a stare con loro. Dato che era una bambina, fu consegnata alla moglie del capo dei ribelli della quale divenne la cameriera. Più tardi Anna imparò a usare la pistola e a sparare, proprio come gli altri bambini soldato costretti a praticare la violenza. Lei non avrebbe voluto raccontare quanto era successo. Era stato terribile. A volte ancora le appaiono dei volti nella notte. Durante i combattimenti non aveva paura di nessuno, dopo tutto lei era stata protetta. Rimase nove anni con i ribelli. Poi finalmente quella guerra finì.
Le iniziative per combattere il traffico di esseri umani devono mirare a offrire e sviluppare reali prospettive per sfuggire al ciclo di povertà, abusi e sfruttamento. Le congregazioni religiose che lavorano nella rete internazionale denominata Talitha Kum (Rete internazionale della vita consacrata contro il traffico di persone) sono molto impegnate nell’assistenza alle vittime dello sfruttamento sessuale. Ciò comporta l’ascolto delle loro sofferenze, il sostegno con un’appropriata assistenza, il supporto necessario per sfuggire alla violenza sessuale, la creazione di alloggi sicuri, la consulenza per favorire l’integrazione nella società e l’acquisizione di un permesso di soggiorno o di un aiuto per ritornare in modo accettabile nel Paese d’origine. Inoltre, si promuovono attività di prevenzione e di sensibilizzazione.
La Chiesa si erge a difesa di immigrati, rifugiati, sfollati e vittime del traffico di persone sia a livello parrocchiale che nazionale e internazionale. Ciò si manifesta in molte forme diverse, come l’advocacy, il sostegno materiale, i soccorsi nelle emergenze, la risposta alle necessità spirituali, il ministero sacramentale e l’attenzione a tutto ciò che aiuta a guarire, rafforzare e responsabilizzare i singoli e le loro famiglie. Il nostro servizio non è che la traduzione concreta della nostra fede. Bisogna comunque ribadire che la sollecitudine pastorale verso le persone sottoposte alla migrazione forzata è una responsabilità collettiva. Sono necessari sforzi concertati per essere presenti e portare conforto ai rifugiati e alle persone forzatamente sradicate. Lo spirito di accoglienza è fondamentale e deve essere tradotto in un comportamento sociale di particolare sensibilità. Ciò avrà conseguenze immediate per le Chiese di origine, di transito e di destinazione dei flussi migratori. Il documento Accogliere Cristo nei rifugiati e nelle persone forzatamente sradicate fa appello a un impegno supplementare, alla collaborazione e allo scambio, come anche al dialogo sulla disponibilità di personale e sul diverso uso dei mezzi finanziari.
La Chiesa ha un particolare contributo da dare affinché si comprenda che la migrazione forzata deve essere vista in una prospettiva più ampia, che ha conseguenze individuali, sociali e comunitarie. In aggiunta, uno sforzo per creare consapevolezza e per sensibilizzare porterà a una migliore comprensione del fenomeno, delle sue cause e delle sue conseguenze. Questo favorirà ancor più il dialogo interreligioso e la cooperazione interculturale. Lasciarsi interpellare dalla presenza di rifugiati, richiedenti asilo e altre persone forzatamente sradicate ci spingerà ad uscire dal piccolo mondo che ci è familiare, in missione, nella coraggiosa testimonianza dell’evangelizzazione.