venerdì 11 ottobre 2013

Per realizzare la collegialità




A colloquio con l’arcivescovo Baldisseri, segretario generale del Sinodo dei vescovi. 

(Nicola Gori) Una nuova metodologia per rendere più snelli i vari processi interni del Sinodo dei vescovi e  un approfondimento istituzionale «conforme alle esigenze della Chiesa nel momento attuale». Sono queste alcune delle principali novità  riguardo all’istituzione sinodale, a partire dall’assemblea  straordinaria convocata da Papa Francesco per il mese di ottobre del prossimo anno. Ne parla il segretario generale, l’arcivescovo Lorenzo Baldisseri, in questa intervista rilasciata al nostro giornale.

Il Papa si è espresso varie volte sulla collegialità con riferimento al Sinodo dei vescovi.
Il Sinodo dei vescovi è l’espressione più elevata della collegialità episcopale, dopo il concilio ecumenico. Fu istituito da Paolo VI in data 15 settembre 1965 con il motu proprio Apostolica sollicitudo, una ispirata intuizione rispondente alla richiesta di maggiore collegialità fatta da numerosi padri conciliari.
Quali furono le intenzioni di Paolo VI nell’istituire il Sinodo?
Il documento descrive il Sinodo come un consiglio permanente di vescovi costituito a Roma per la Chiesa universale (in alma Urbe stabile Episcoporum consilium pro Ecclesia universa), rappresentante tutto l’episcopato cattolico (partes agens totius catholici Episcopatus), soggetto direttamente ed immediatamente alla potestà del romano Pontefice (directe atque immediate subiectum), quindi un istituto ecclesiastico centrale (institutum ecclesiasticum centrale), di natura sua perpetuo (natura sua perpetuum), ma che svolge i suoi compiti in modo temporaneo e occasionale (ad tempus atque ex occasione munere suo perfungens), col fine di dare ai vescovi la possibilità di prendere parte in maniera più evidente e più efficace alla sollecitudine del romano Pontefice per la Chiesa universale, dandogli un aiuto più diretto nel suo governo (validiorem prestant adiutricem operam).
Qual è il rapporto dell’istituzione sinodale con il concilio Vaticano II?
Si può dire che il Sinodo dei vescovi è già frutto della collegialità episcopale, delineata dal numero 22 della costituzione dogmaticaLumen gentium del concilio Vaticano II, quando sancisce che «come San Pietro e gli altri Apostoli costituiscono, per volontà del Signore, un unico Collegio apostolico. In pari modo il Romano Pontefice, successore di Pietro, e i Vescovi, successori degli Apostoli, sono uniti fra di loro». Il Collegio, «insieme al suo Capo il Romano Pontefice, e mai senza questo Capo, è pure soggetto di suprema e piena potestà su tutta la Chiesa, sebbene questa potestà non possa essere esercitata se non consenziente il Romano Pontefice».
Successivamente Giovanni Paolo II si è espresso sul Sinodo?
Nel suo discorso al consiglio della Segreteria generale del Sinodo dei vescovi del 30 aprile 1983 riprese il tema per ribadire che l’istituzione sinodale è «un’espressione particolarmente fruttuosa e lo strumento validissimo della collegialità episcopale». Esso diventa un luogo per l’incontro dei vescovi con il Pontefice e tra di loro, un luogo per lo scambio d’informazioni ed esperienze e per la comune ricerca di soluzioni pastorali universalmente efficaci.
Che cos’è allora il Sinodo dei vescovi?
È un’assemblea di membri dell’episcopato cattolico che ha il compito di aiutare il Papa nel suo governo della Chiesa universale. In questo modo Paolo VI ha voluto sancire attraverso il Sinodo il rafforzamento dell’unione tra il romano Pontefice e i vescovi, cosicché attraverso i Sinodi il primato petrino valorizza l’episcopato e la collegialità.
Oggi come vede il Sinodo dei vescovi?
Come ogni istituzione umana, anche il Sinodo dei vescovi può sviluppare le sue potenzialità, già auspicate dall’Apostolica sollicitudo, che prevede varie possibilità procedurali e metodologiche.
Quali possono essere queste nuove modalità?
Il Santo Padre è intervenuto varie volte sull’argomento. Vorrei ricordare quanto ha detto in occasione della sua intervista con il padre Spadaro della «Civiltà Cattolica»: «La sinodalità va vissuta a vari livelli. Forse è il tempo di mutare la metodologia del Sinodo... Questo potrà anche avere valore ecumenico, specialmente con i nostri fratelli ortodossi».
L’8 ottobre scorso è stato indetto un Sinodo straordinario, che si celebrerà nell’ottobre del 2014. Ci può dire quali sono le mete di questo Sinodo?
È da molto tempo che non si utilizza questa forma di Sinodo. L’ultimo Sinodo straordinario risale al 1985, in occasione del ventennale del concilio Vaticano II. Il Santo Padre ha deciso di indire questo Sinodo straordinario sul tema «Le sfide pastorali circa la famiglia nel contesto dell’evangelizzazione» perché, come egli accennò nell’intervista rilasciata sull’aereo di ritorno dalla Giornata mondiale della gioventù a Rio de Janeiro, la famiglia è un tema emergente e merita un’attenzione particolare.
Ci può indicare quali sono le tematiche che saranno trattate?
Il campo è vasto e il focus è quello della famiglia. Si tratta di affermare il valore e la bellezza della famiglia e come proporre il vangelo della famiglia di fronte alle sfide della contemporaneità.
Come si svolgerà questo Sinodo straordinario in relazione al Sinodo ordinario che si celebrerà nel 2015?
Il termine “sinodo” viene dal greco syn-odos che significa camminare insieme. Papa Francesco nella sua prima omelia nella Cappella Sistina utilizzò tre parole programmatiche: camminare, edificare e confessare. Credo che camminare e camminare insieme sia proprio la miglior espressione per realizzare la sinodalità, come esercizio di collegialità e di comunione nell’evangelizzazione. Allora si tratta di fare un percorso, andare avanti a tappe, senza fermarsi, pur tenendo presente che ad un passo compiuto, con piede fermo ne segue un altro da compiere, e così andare avanti con lena e coraggio. Pertanto il Sinodo straordinario è una prima tappa di un percorso che va più in là e che si relaziona al Sinodo ordinario come seconda tappa.
Quale procedura sarà adottata?
In questo processo è necessario coinvolgere maggiormente la base, come le parrocchie, le diocesi, non solo nella preparazione, ma anche nello svolgimento e nell’esecuzione. I presidenti delle Conferenze episcopali, che sono membri de iure del Sinodo straordinario, potranno offrire il loro apporto, la loro esperienza e le istanze delle Chiese particolari, così pure gli altri membri statutari secondo l’Ordo Episcoporum.
Quali risultati sono attesi con questa procedura?
Una nuova metodologia implicherà lo snellimento dei vari processi interni dell’istituzione, nonché un approfondimento istituzionale conforme alle esigenze della Chiesa nel momento attuale. Nel 2015 si celebrerà il cinquantesimo anniversario dell’istituzione sinodale con la sua ricca esperienza collegiale, che ha dato frutti rilevanti, e che necessita di un rafforzamento nella sua dinamica in vista di una maggiore efficacia operativa.

L'Osservatore Romano