giovedì 10 ottobre 2013

Un’Europa al servizio degli ultimi


Immigrazione e lavoro giovanile le vere sfide dell’Unione. 

(Martin Schulz, Presidente del Parlamento europeo, che sarà ricevuto in Udienza dal Papa domani) In preparazione alla mia udienza con il Papa, ho avvertito la necessità, dopo aver letto i suoi discorsi e le sue interviste, di rileggere una delle opere fondamentali della letteratura italiana: il Cantico delle creature di san Francesco d’Assisi. Di questo testo conservavo un vago ricordo, ma rileggendolo sono stato colpito dalla sua armoniosa semplicità, dalla sua sincerità e da quell’amore per gli altri e per le cose che ci circondano cui fa riferimento Papa Francesco. Questa passione per il creato espressa nel Cantico si contrappone nettamente alla «globalizzazione dell’indifferenza» nei confronti dei mali del nostro tempo, che Francesco denuncia a gran voce.
Nessuna istituzione pubblica, e tanto meno l’Unione europea, può permettersi di prendere questa denuncia alla leggera. L’Europa deve mantenersi incessantemente allerta per anticipare e reagire alle richieste di aiuto dei suoi cittadini. Troppa introspezione e autoreferenzialità sono malesseri comuni delle istituzioni. Troppo spesso ci asserragliamo in battaglie istituzionali che agli occhi dei cittadini europei hanno poco senso; troppo spesso gli Stati membri, per conservare gelosamente le proprie prerogative, sono restii a prendere le decisioni coraggiose di cui abbiamo bisogno.
L’Europa si è trasformata da forza al servizio della pace in forza amministrativa e di regolamentazione, ma in assenza di solidi ideali, di un senso di dedizione agli obiettivi e di una missione condivisa, la sua legittimità è soggetta a un declino lento ma inesorabile. L’Europa deve ritornare a essere animata da un rinnovato senso di dedizione a degli obiettivi chiari. Ma quali dovrebbero essere questi obiettivi?
In primo luogo, l’Europa deve essere giudicata sulla base di come tratta gli ultimi. L’Unione europea deve senza dubbio adoperarsi per far crescere l’economia, il benessere e l’innovazione. Tuttavia non aderirò ad alcun progetto che persegua tali obiettivi partendo dal presupposto che possono essere raggiunti solo al prezzo di maggiori disuguaglianze, povertà ed esclusione sociale. L’Europa deve essere giudicata sulla base di come tratta i suoi cittadini più bisognosi, più svantaggiati, più indifesi e le persone che rischiano la vita per raggiungere le coste del nostro continente.
La tragedia di Lampedusa e la morte dei migranti del Mediterraneo rappresentano cicatrici indelebili per l’Europa. Questi uomini, donne e bambini che hanno sognato di trovare in Europa un rifugio sicuro dalle tribolazioni della loro esistenza sono stati respinti dal mare, ma anche dalla nostra incapacità ad aiutarli. Un viaggio della speranza si è tramutato in un viaggio di morte. L’Europa deve essere all’altezza del suo ruolo globale e deve evitare il ripetersi di tali tragedie: impegnandosi direttamente nelle zone interessate dai conflitti che innescano queste migrazioni, prestando maggiore assistenza ai Paesi di transito, creando un sistema di soccorso più capillare e definendo una ripartizione degli oneri più equa quando i rifugiati raggiungono infine le nostre coste comuni.
In secondo luogo, l’Europa deve essere una forza di dialogo. Dobbiamo coinvolgere il resto del mondo assicurando mutua comprensione e ascolto reciproco, nonché dimostrando curiosità, e non presunzione, dinanzi a quello che ci circonda. Si tratta di un aspetto particolarmente importante nelle relazioni con i nostri vicini orientali e meridionali. L’assenza di dialogo genera introspezione, individualismo, radicamento delle posizioni, sfiducia e, in ultima analisi, conflitti.
In terzo luogo, l’Europa deve essere giudicata sulla base delle prospettive che offre ai giovani. La disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli sconcertanti in Grecia (61,5 per cento), in Spagna (56 per cento) e in Italia (40,1 per cento) e si attesta in media al 23,7 per cento nell’area dell’euro. L’Europa sta tradendo i suoi giovani cittadini. Perché i giovani dovrebbero credere nel progetto europeo quando i loro progetti personali sono così drammaticamente compromessi?
Il Parlamento europeo ha affrontato con risolutezza questi problemi. Abbiamo ad esempio fatto tutto il possibile per garantire che fossero destinati maggiori fondi alla lotta alla disoccupazione giovanile e abbiamo spinto per la creazione di una garanzia per i giovani. Abbiamo preteso che il Fondo di aiuti europei agli indigenti e il Fondo sociale europeo beneficiassero di finanziamenti adeguati. Mi sono adoperato personalmente per aprire canali di dialogo istituzionali con i nostri vicini meridionali attraverso un’assemblea parlamentare dell’Unione per il Mediterraneo rafforzata e più legittima, riunendo i membri dei parlamenti europei e dei Paesi della costa settentrionale del Mediterraneo.
Sin dalla nascita dell’Unione europea, l’europeismo della Chiesa cattolica ha offerto non solo il proprio sostegno, ma anche la propria analisi critica e la propria visione per il futuro del progetto europeo. Venticinque anni fa, in questo stesso giorno, Giovanni Paolo II pronunciò dinanzi al Parlamento europeo riunito a Strasburgo un discorso ispiratore, rammentando ai deputati i loro doveri nei confronti dell’«altra» Europa. Il suo richiamo si è compiuto e il nostro continente è stato riunito, ma il lavoro da fare non è finito. Oggi, per il Parlamento europeo, sarebbe un immenso onore ascoltare nuovamente il messaggio del Santo Padre, le sue parole di lungimiranza, solidarietà e speranza.
L'Osservatore Romano

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Donne e bambini negli alberghi e la proposta di creare corridoi umanitari. A Lampedusa un presidio di Caritas e Migrantes

Un presidio operativo stabile, coordinato da Caritas Italiana e Fondazione Migrantes insieme all’arcidiocesi di Agrigento, consentirà presto a una squadra di operatori di garantire nell’isola di Lampedusa un servizio di sostegno ai migranti e di supporto volontario alla macchina istituzionale dell’accoglienza. L’ufficio, che verrà aperto a breve, vuole diventare — si legge in un comunicato della Caritas Italiana — punto di riferimento per l’intera popolazione e per le realtà istituzionali e di terzo settore impegnate nell’accoglienza: «La presenza di Caritas a Lampedusa vuole essere garanzia di continuità e vicinanza alla comunità lampedusana e a tutti coloro che a vario titolo arrivano su quest’isola a partire dai migranti».
Lunedì scorso il direttore della Caritas Italiana, don Francesco Soddu, ha visitato l’hangar dell’aeroporto di Lampedusa e il centro di Contrada Imbriacola insieme, fra gli altri, all’arcivescovo di Agrigento, Francesco Montenegro, presidente della Fondazione Migrantes, e a monsignor Giancarlo Perego direttore generale del medesimo organismo pastorale, intervenuto all’incontro delle Caritas siciliane. Le bare che occupano l’intero edificio aeroportuale e le difficili condizioni in cui vivono i sopravvissuti hanno provocato indignazione. «Non aggiungiamo vergogna a vergogna», ha dichiarato don Soddu, aggiungendo che «la Chiesa italiana non mancherà di far sentire la sua voce a sostegno e a tutela dei fratelli più sfortunati attraverso atti concreti» che siano espressione di vera solidarietà
Dopo aver constatato i problemi legati all’accoglienza delle oltre novecento persone presenti nel centro di Contrada Imbriacola, fra cui circa centocinquanta sopravvissuti al naufragio, Caritas — sottolinea nella nota — «si rende disponibile a sostenere i costi di un’accoglienza dignitosa almeno delle donne, dei minori e dei casi più vulnerabili, presso strutture alberghiere dell’isola fino a quando non saranno definitivamente trasferite. Infatti è stata registrata la presenza presso il centro di bambini in tenera età e di minori con delle patologie gravi di diversa abilità (psichica e motoria), nonché alcune decine di adulti affetti da altre patologie che necessitano di interventi mirati e di un ambiente adeguato per l’accoglienza e l’accompagnamento socio-sanitario».
Ispirate dall’appello di Papa Francesco ad aprire le porte ai fratelli migranti, le Caritas diocesane invitano le istituzioni «a prendere in seria considerazione la disponibilità delle diocesi ad accogliere i sopravvissuti e tutti coloro che oggi sono bloccati sull’isola di Lampedusa in attesa di un trasferimento e che loro malgrado vivono in condizioni di grave disagio». Caritas Italiana e la Fondazione Migrantes esprimono inoltre «profonda gratitudine alla popolazione lampedusana, che ha dimostrato ancora una volta grande spirito di accoglienza e di fratellanza verso i migranti giunti sull’isola, alle forze dell’ordine per l’indefessa opera di soccorso e a tutti coloro che sull’isola non hanno fatto mancare la loro vicinanza e solidarietà».
Nei giorni scorsi, in un’intervista al Sir, Oliviero Forti, responsabile dell’ufficio immigrazione della Caritas Italiana, ha invitato a «non fermare il dibattito politico solo al livello della legislazione sull’immigrazione, perché c’è una questione più urgente», quella di «rivedere l’intero approccio europeo e italiano all’accoglienza di chi fugge da guerre e persecuzioni e predisporre dei corridoi umanitari, soprattutto per i profughi siriani, distribuendoli nei vari Paesi europei». Forti conferma che la rete diocesana delle Caritas è disposta ad accogliere (in albergo almeno le donne e i bambini) fra i 150 e i 200 profughi che attualmente sono nel centro sovraffollato di Contrada Imbriacola e ad aprire dal mese prossimo un centro Caritas permanente a Lampedusa.
Secondo il responsabile dell’ufficio immigrazione, «bisogna capire che posizione vuole prendere l’Italia rispetto al tema degli ingressi regolari. Negli ultimi anni non sono state date quote per i flussi: è chiaro che se non diamo nessuna possibilità alle persone che fuggono da guerre e persecuzioni di arrivare in maniera regolare, la gente non capirà mai e farà di tutta l’erba un fascio. Non vorrei che tutto venisse concentrato sulla Bossi-Fini, perché al momento è ancora più urgente un intervento umanitario che parta anche dal non inscrivere nel registro degli indagati chi arriva in Italia per cercare protezione umanitaria. Si tratta di decidere politicamente cosa fare rispetto a questi arrivi di persone che cercano aiuto».
Forti insiste sulla necessità di creare un canale umanitario: senza di esso «costringeremo queste persone ad arrivare comunque con mezzi di fortuna mettendo a repentaglio la loro vita. Cominciamo allora da politiche nazionali, in un quadro europeo, di apertura di canali umanitari regolari». Solo la Germania ha previsto per i siriani cinquemila posti per aiutarli e farli arrivare in sicurezza. Perché «nessuno degli altri Paesi europei lo ha fatto?», si chiede: «Quello che vorrei dire all’Europa è di affrontare il tema delle frontiere esterne, oramai cruciale per l’Europa. Non sia semplicemente delegato ai Paesi del Mediterraneo. La redistribuzione delle persone che arrivano in Europa aiuterebbe nel processo di corresponsabilità a livello europeo».
L'Osservatore Romano