sabato 5 ottobre 2013

XXVII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C

XXVII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO
Anno C


MESSALE
Antifona d'Ingresso  Est 13,9.10-11
Tutte le cose sono in tuo potere, Signore,
e nessuno può resistere al tuo volere.
Tu hai fatto tutte le cose, il cielo e la terra
e tutte le meraviglie che vi sono racchiuse;
tu sei il Signore di tutto l'universo.
 
 
Colletta

O Dio, fonte di ogni bene, che esaudisci le preghiere del tuo popolo al di là di ogni desiderio e di ogni merito, effondi su di noi la tua misericordia: perdona ciò che la coscienza teme e aggiungi ciò che la preghiera non osa sperare. Per il nostro Signore...

Oppure:
O Padre, che ci ascolti se abbiamo fede quanto un granello di senapa, donaci l'umiltà del cuore, perché cooperando con tutte le nostre forze alla crescita del tuo regno, ci riconosciamo servi inutili, che tu hai chiamato a rivelare le meraviglie del tuo amore. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


LITURGIA DELLA PAROLA

Prima Lettura  Ab 1,2-3; 2, 2-4
Il giusto vivrà per la sua fede.

Dal libro del profeta AbacucFino a quando, Signore, implorerò aiuto
e non ascolti,
a te alzerò il grido: «Violenza!»
e non salvi?
Perché mi fai vedere l’iniquità
e resti spettatore dell’oppressione?
Ho davanti a me rapina e violenza
e ci sono liti e si muovono contese.
Il Signore rispose e mi disse:
«Scrivi la visione
e incidila bene sulle tavolette,
perché la si legga speditamente.
È una visione che attesta un termine,
parla di una scadenza e non mentisce;
se indugia, attendila,
perché certo verrà e non tarderà.
Ecco, soccombe colui che non ha l’animo retto,
mentre il giusto vivrà per la sua fede».


Salmo Responsoriale
  
Dal Salmo 94
Ascoltate oggi la voce del Signore.
Venite, cantiamo al Signore,
acclamiamo la roccia della nostra salvezza.
Accostiamoci a lui per rendergli grazie,
a lui acclamiamo con canti di gioia.

Entrate: prostràti, adoriamo,
in ginocchio davanti al Signore che ci ha fatti.
È lui il nostro Dio
e noi il popolo del suo pascolo,
il gregge che egli conduce.

Se ascoltaste oggi la sua voce!
«Non indurite il cuore come a Merìba,
come nel giorno di Massa nel deserto,
dove mi tentarono i vostri padri:
mi misero alla prova
pur avendo visto le mie opere».


Seconda Lettura
   2 Tm 1,6-8.13-14
Non vergognarti di dare testimonianza al Signore nostro.

Dalla seconda lettera di san Paolo apostolo a Timoteo.
Figlio mio, ti ricordo di ravvivare il dono di Dio, che è in te mediante l’imposizione delle mie mani. Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza.
Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo.
Prendi come modello i sani insegnamenti che hai udito da me con la fede e l’amore, che sono in Cristo Gesù. Custodisci, mediante lo Spirito Santo che abita in noi, il bene prezioso che ti è stato affidato.


Canto al Vangelo
  1Pt 1,25
Alleluia, alleluia.

La parola del Signore rimane in eterno:
e questa è la parola del Vangelo che vi è stato annunciato.

Alleluia.

  
  
Vangelo  Lc 17, 5-10
Se aveste fede!

Dal vangelo secondo Luca
In quel tempo, gli apostoli dissero al Signore: «Accresci in noi la fede!».
Il Signore rispose: «Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo gelso: “Sràdicati e vai a piantarti nel mare”, ed esso vi obbedirebbe.
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: “Vieni subito e mettiti a tavola”? Non gli dirà piuttosto: “Prepara da mangiare, stríngiti le vesti ai fianchi e sérvimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

*

"Un uomo rigenerato che ama oltre la barriera del rancore e della gelosia"

Commento al Vangelo della XXVII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C


La Chiesa è nel mondo come “un gelso trapiantato e gettato nel mare”, rivela l’impossibile che va al di là le leggi della natura. Come può un albero mettere radici nell’acqua? Non si è mai visto. La natura, infatti, è caduta sotto il peso del peccato. E’ naturale avere due padri o due madri? E’ naturale che una madre uccida il figlio che porta in grembo? E’ naturale odiare, provare rancore, mentire? E’ naturale offrire a me stesso ogni cosa e persona, perfino il corpo di mia moglie? Certo che non è naturale, ci fa male, ci intossica l’anima e ci sentiamo morire.
E’ innaturale quello che sembra naturale, perché “Dio non ha creato la morte… nelle creature del mondo non c’è veleno di morte… Dio ha creato l’uomo per l’incorruttibilità, lo ha fatto a immagine della propria natura” (cfr. Sap. 1,13ss).
Ma oggi vediamo e sperimentiamo che proprio il “veleno di morte” scorre nelle nostre vene, come in quelle della natura e della società: un terremoto, un tifone, un cancro, come un divorzio o un aborto, descrivono una natura ferita e destinata alla corruzione, perché “per l’invidia del diavolo la morte è entrata nel mondo e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono” (cfr. Sap.).
Non è religiosamente corretto, ma è così: molti di noi appartengono al diavolo; qualcuno, forse tu ed io, si è legato a lui credendo alle sue menzogne. L’albero piantato nella terra ne è l’immagine: creato da Dio come cosa buona, stendendo le radici nella terra partecipa della corruzione iniettatavi dal demonio. Anche se grande, bello e robusto, un giorno morirà e seccherà. Creati come cosa molto buona, gli uomini hanno messo radici nel suolo maledetto per causa del demonio…
Ma Dio non ha lasciato che le cose restassero così. Ha consegnato se stesso alla corruzione del sepolcro che attende la natura, per deporvi l’incorruttibilità della sua vita divina. Ha dato suo Figlio alla morte che ghermisce ogni istante della nostra storia, per distruggerla con il suo amore. Con il perdono della sua croce ha neutralizzato il veleno mortale del demonio, e “la fede” ha bussato alla porta dell’umanità.
Essa è il dono offerto a ogni uomo perché possa appoggiarsi all’amore di Dio e sperimentare il “trapianto” di un cuore nuovo , come il “gelso” strappato alle grinfie di una terra ormai corrotta e “trapiantato” nel mare. Esso è immagine del seno materno della Chiesa, il fonte battesimale dove un figlio di Dio può rinascere, vivere e crescere nella misericordia: un uomo salvato dalla morte, che vive laddove la natura lo impedirebbe. Un uomo rigenerato che ama oltre la barriera del rancore e della gelosia.
Anche tu ed io siamo stati “trapiantati” nel regno di Gesù. E’ Lui il “gelso” che ha steso le sue radici nel mare della morte, per elevarsi sino al cielo della vita. Con Lui possiamo entrare nel mistero della Pasqua che accende la “fede” capace di compiere l’impossibile di una vita oltre la morte.
Per questo, non si tratta di “aumentare la fede”, ne basta un pizzico come un “granello di senapa”, il più piccolo tra tutti i semi; la fede è un cammino, non è qualcosa di magico che piove dal Cielo, su qualcuno e su qualcun altro no, perché Dio non fa preferenza di persone. Come non esiste chi ha più e chi ha meno fede: esiste chi si è aperto alla Grazia accogliendola, e chi ha indurito il cuore rifiutandola, chi si è lasciato condurre dalla Chiesa e chi no. La fede, infatti, come un seme gettato nella vita, sollecita la nostra libertà, per accogliere in essa la possibilità di una vita nuova. Poi, come il processo biologico di un seme, la fede ha bisogno di una iniziazione cristiana che la faccia maturare sino a divenire adulta.
E’ impossibile chiedere a un figlio di obbedire e a un marito di donarsi se non hanno una fede adulta, così come dire a un albero di trapiantarsi da solo. E’ inutile, quando appare la morte, l’uomo senza fede scappa, e non può far altro. Cercherà sempre il proprio “utile”, vivendo per se stesso, in un egoismo sfrenato. Anche se amare era “quello che dovevamo fare” fin dalla creazione, per una natura ferita dal peccato l’amore è innaturale. Chi cammina con la Chiesa lo sa, conosce se stesso e l’amore di Dio; ha visto la fede crescere nei suoi  frutti apparsi laddove era impensabile.
Anche noi abbiamo sperimentato la gioia e la pienezza di vivere donandoci “senza utili", secondo il significato del termine greco tradotto con "inutili". Certo, così goffi e deboli, siamo “puro impedimento” all’opera di Dio, come diceva S. Ignazio. Ma “inutili” no, anzi. Per mostrare il suo amore, il Signore ha scelto proprio ciò che è “inutile” secondo il mondo. Ha scelto noi, deboli e feriti, incapaci di amare perché, nella gratuità di cui è capace solo chi l’ha sperimenta, brilli la Grazia del suo amore, e non l’utilità umana: trasformati servi nel Servo, possiamo vivere secondo la volontà con cui Dio ci ha creati.
Per questo, come nessuno di noi nessuno “di noi” farebbe fare a una badante qualcosa di diverso da quello per cui è stata assunta, così Dio, dopo averci strappati al demonio per appartenere a Cristo, non può dirci di vivere diversamente da suo Figlio.  Non lo ha mandato nel mondo a fare il politico o il filosofo, ma il servo crocifisso, “sino alla fine”. Dopo aver "arato e pascolato il gregge" dalla Galilea a Gerusalemme "facendo quanto doveva fare", sulla Croce Gesù ha compiuto l'opera che il Padre gli aveva "ordinato": con le vesti "rimboccate" sino ad essergli strappate di dosso, Gli "serviva" il banchetto più buono, la vita perdonata e riscattata di ogni uomo.
E così Dio ha pensato per noi: non ci fa “sedere a tavola” prima di aver offerto la vita per i fratelli: siamo servi  e lo saremo sino all’ultimo nostro respiro, fino al Paradiso. Altre ricompense non sono previste; non i paradisi artificiali, non le pensioni, con pantofole e televisione incluse, ma le sofferenze dell’apostolo, e poi malattie e morte: la vita di un servo che appartiene al suo Padrone per l’eternità, che lo serve in ogni uomo che incontra.
Con Cristo saremo in ginocchio dinanzi a ogni persona, a “preparare da mangiare, stríngerci le vesti ai fianchi e sérvirla finché avrà mangiato e bevuto”.  Siamo chiamati con la Chiesa a "pascolare il gregge" che ci è affidato e ad "arare" la terra di tutti con l'annuncio del Vangelo: a condurre la famiglia, gli amici, i colleghi a “mangiare e bere” l'amore di Cristo, “trapiantando” la loro vita in Dio. Senza altro “utile” che il Vangelo, e la gioia di godere con loro la vita celeste, dove il Signore ci farà sedere alla sua mensa e passerà a servirci, quando "torneremo dal campo" della vita, feriti ed esausti. 

*
XXVII Domenica del Tempo Ordinario - Anno C
COMMENTO DELLA CONGREGAZIONE PER IL CLERO
Il giusto vive di Fede. La prima lettura di questa domenica ci parla dei problemi della vita quotidiana di ogni tempo dove le persone oneste si convincono perfino di essere ingenue, vedendo violenze ed oppressioni, imbrogli ed iniquità, ma al contempo afferma che c’è un premio per il giusto, c’è un termine alla malvagità. Il Pantocrator, il Dio onnipotente, non è corrotto come l’uomo e non fa parzialità: ognuno raccoglierà ciò che semina, l’iniquo soccomberà e cadrà nella fossa che ha scavata, ma il giusto vivrà per sempre grazie alla sua fede. Il salmo 1 paragona gli empi a pula che il vento disperde ed elogia i saggi, uomini che non seguono il consiglio degli empi, non s’attardano nella via dei peccatori e non siedono con gli stolti, assimilandoli a rigogliosi alberi verdeggianti piantati lungo i corsi d’acqua, posti cioè accanto alla loro fonte di vita.

Ci incamminiamo verso il termine dell’anno liturgico e, aspettando di contemplare il Cristo giudice meditando le parole del Dies irae riecheggianti nel nostro cuore, percepiamo che forse troppo spesso abbiamo invidiato la prosperità dei malvagi. L’inno di Tommaso da Celano, che reciteremo nella liturgia delle Ore nelle prossime settimane, ci suggerisce le giuste disposizioni:  Accoglimi tra le pecorelle, e tienimi lontano dai caproni, ponendomi alla tua destra. Smascherati i malvagi, condannati alle fiamme feroci, chiamami tra i benedetti.

La salvezza però è escatologica. Se la nostra speranza in Cristo valesse solo per questa vita, saremmo da compiangere: tanto varrebbe – come ammonisce l’apostolo Paolo (1Cor 15, 19) – mangiare e bere, perché dal futuro ci sarebbe da attendersi solo la morte.

Ma se ci salviamo solo tramite la Fede ed essa è un dono di Dio, come si potrà ottenerla? Di certo non la potrà trovare chi non è sincero con se stesso e con Dio. Essa esige una disponibilità a seguire la verità. È l’obbedienza della Fede che ci spinge a lasciarci coinvolgere nella comunione alla vita divina. La Fede ci porta necessariamente a credere in Cristo vero uomo e vero Dio, così come ci è annunciato dalla Sacra Scrittura e dalla Chiesa: credere nella Trinità e nella Chiesa di Cristo, la Chiesa Cattolica, Sacramento universale di salvezza. “Fede” significa “Credere nell’unico vero Dio”, e non ad una astrazione, ma a un Dio vivo, un Dio che parla. Credere, quindi, significa confidare in Dio che si fa per noi Provvidenza.

Tutto questo ci fa capire perché nella pericope del Vangelo di oggi gli Apostoli, i quali hanno abbandonato tutto per seguire il Messia, chiedano infine proprio la Fede. La Fede per non ricadere nel dilemma di san Pietro: “che cosa ne avremo?” (Mt 19,27). 
E capiamo anche perché il Signore nel rispondere alle loro preoccupazioni parli dei servi che lavorano per il padrone senza che siano gratificati in modo particolare: Egli sembra ricordarci che bisogna servire senza aspettarci altra ricompensa che sapere di compiere la volontà divina. Non si crede per averne un tornaconto personale; non dimentichiamo la preghiera attribuita a S. Francesco Saverio:  Mio Dio, ti amo! Non è per il cielo che io ti amo. Né perché coloro che non ti amano tu li punisci con il fuoco eterno. La croce, mio Gesù: tu mi hai stretto sul tuo cuore. Hai sopportato i chiodi, il colpo di lancia, il colmo della vergogna, dolori senza numero, il sudore e l’angoscia, la morte … Tutto questo per me, al mio posto, per i miei peccati. Allora, Gesù che tanto ami, perché dunque non amarti anch’io di un amore disinteressato, dimentico del cielo e dell’inferno, non per ricevere ricompense, ma semplicemente come tu mi hai amato? È così che ti amo, così che ti amerò, solo perché tu sei il mio re, solo perché tu sei il mio Dio.

Il Signore ci chiede un impegno gratuito, che tuttavia ricompenserà chi su questa terra lo avrà servito con cuore generoso. Sant’Ignazio ci ricorda il principio e fondamento della nostra vita:  L'uomo è creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e così salvare la sua anima in questo mondo; le altre realtà di questo mondo sono create per l'uomo e per aiutarlo a conseguire il fine per cui è creato. Da questo segue che l'uomo deve servirsene tanto quanto lo aiutano per il suo fine, e deve allontanarsene tanto quanto gli sono di ostacolo.


*

La Fede è luce

Lectio Divina di monsignor Francesco Follo per la XXVII domenica del Tempo Ordinario

Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la XXVII.ma domenica del Tempo Ordinario – Anno C.
Come di consueto, il presule propone anche una lettura patristica.
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LECTIO DIVINA
La Fede è luce
Rito romano
XXVII Domenica del Tempo Ordinario – Anno C –  6 ottobre 2013
Ab 1,2-3;2,2-4; Sal 94; 2Tm 1,6-8.13-14; Lc 17,5-10 
Fede come granello di senape[1]
La missione degli apostoli prosegue quella di Gesù.

         1) Una questione di qualità non di quantità.
            La Parola di Dio proposta in questa domenica indica che l’annuncio missionario ha queste fondamentali caratteristiche: la tenacia e l’umiltà. Infatti, molto chiaramente Gesù indica ai suoi apostoli che il cammino -da percorrere per essere missionari con lui e dietro i suoi passi- deve essere fatto con una fede tenace e una umiltà che gratuitamente si mette a servizio dell’annuncio della lieta ed amorosa verità evangelica: il Regno di Dio è la Misericordia del Padre.
            Davanti alla richiesta di mettere le loro vite nelle mani del Redentore, per servire il suo amore, i discepoli si sentono inadeguati e quindi chiedono a Gesù: “Signore, aumenta la nostra fede” (Lc 17, 5).
            Con il paragone del granello di senape e del gelso che le tempeste non possono sradicare dalla terra perché è tenacemente radicato, Gesù vuole insegnare che di fede non ne occorre tanta come a volte si pensa. Ne basta poca, purché vera. Ebbene, un briciolo di fede vera può sradicare questa pianta, perché un po’ di fede è più forte di tante radici.
            Sviluppando il paragone, possiamo dire che la fede è un radicarsi stabilmente in Dio. E questo radicamento è questione di qualità non di quantità, di autenticità non di sforzo. Questo affidamento autentico a Lui poi si unisce all'accettazione di un progetto calcolato sulle possibilità di Dio e non sulle nostre.
            Dopo l'insegnamento non sulla quantità ma sulla forza della fede (ne basta un briciolo per sradicare un albero), ecco una parabola (Lc 17, 7-10) che non è certo priva, a prima vista, di risvolti umanamente irritanti. Forse che Dio si comporta come certi padroni incontentabili, che sempre chiedono e pretendono, e non danno un attimo di pace ai loro servitori, che devono essere sempre e comunque a disposizione del padrone?
            No. Con un modo di parlare un po’ paradossale ma chiaro Gesù insegna che la forza del Vangelo risiede nel servizio fedele di coloro, che hanno accettato l'amore di Dio, che si sono radicati nel Figlio e che condividono il Verbo fatto carne nella potenza docile dello Spirito. 
La fede permette un sapere autentico su Dio che coinvolge tutta la persona umana: è un “sàpere”[2], cioè un conoscere che dona sapore alla vita, un gusto nuovo d’esistere, un modo gioioso di stare al mondo.      
            La fede si esprime nel dono di sé per gli altri, nella fraternità che rende solidali, capaci di amare, senza calcolo e senza pretese: umilmente. Nel vangelo di oggi Gesù ci ridice:“Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili [3]. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»” (Lc 17, 7-10). Come si vede, Cristo è chiaro con i suoi apostoli (ed oggi con noi), precisa chi è il signore e chi il servo nell'opera da svolgere, quali sono i criteri da adottare nell'eseguire il comando, quale ricompensa spetta a chi compie il suo servizio. Ma non dimentichiamo che nell’ultima cena Gesù fece l’esatto contrario dei padroni della terra. Lui, il Signore del Cielo, invitò ed invita a tavola i servi che sono diventati suoi amici, che stupiti si lasciano lavare i piedi da Lui, l’Amico e Signore. Questo è l’amore stupefacente di Dio per noi.
            2) La fede è missionaria.
Ecco il perché:
La fede nasce nell’incontro con il Dio vivente, che ci chiama e ci svela il suo amore, un amore che ci precede e su cui possiamo poggiare per essere saldi e costruire la vita”(Papa Francesco, Lett. Enc. Lumen Fidei, n. 4): un Amore che ci lava persino i piedi e che ci chiede di portarlo nel mondo intero come missionari della Carità.
La fede è un affidarsi a Dio, alla sua parola, alla sua guida sulle strade oscure e impervie dell'esistenza. Quindi come missionari della Verità dobbiamo portarla a tutti gli uomini perché sappiano a chi vale la pena affidarsi e chi dà senso alla vita.
            La fede è sapere che all'origine di tutto c'è un Padre, che ci ha tratto dal nulla per amore. Non siamo venuti al mondo per sbaglio, senza che nessuno ci abbia né previsti né voluti. Noi non siamo in balìa di un caso gelido e cieco: siamo nelle mani di Uno che ci vuol bene e non ci abbandona mai, “il quale vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1 Tm 2,4). Lo scopo per cui Lui è venuto l’ha già definito Cristo stesso: “Sono venuto affinché abbiano la vita eterna: che conoscano Te, vero Dio, e Colui che hai mandato, Cristo Gesù” (Gv 17,3-4).
            La fede è luce che fa vedere le cose con gli occhi di Cristo, giudicare le idee e gli accadimenti alla luce del suo insegnamento, diventare capaci di un nuovo modo d'amare gli altri, che è lo stesso modo limpido e disinteressato con cui Lui li ama. La forza dell'annuncio del Vangelo non risiede nell'elaborare nuove strategie d'impatto mediatico nel nord del mondo o nel progettare interventi umanitari nel sud della terra. La forza dell’evangelizzazione è nel nostro essere missionari, che agiamo umilmente, con la consapevolezza di chi si sa “servo inutile”, io tradurrei: servo che lavora gratuitamente (cfr nota 3), ma che cosciente di essere come il lievito nascosto nella farina o  come il chicco di senape, che non differisce da un granello di sabbia, pur avendo in sé un’energia vitale così grande da dare origine a un albero, le cui fronde diventano rifugio e conforto per i passerotti che fuggono dalla tempesta della vita.
            La fede è rendersi conto che lo Spirito Santo, mandatoci dal Signore risorto, agisce nei nostri cuori, ci aiuta a distinguere il bene dal male, ci sprona a camminare sulla strada diritta, ci induce a comportarci - in un mondo litigioso e duro - da uomini di misericordia e di pace. Lo scopo della fede che ci è data è la missione: e la missione non è per l’Aldilà, ma è per l’Aldiquà.
La fede è la persuasione che ci è data la gioia di appartenere alla Chiesa, Sposa e Corpo di Cristo, Famiglia dei figli di Dio e Luogo certo, saldo e sicuro dell'incontro  col Padre.
Non c'è nulla di più decisivo per l'uomo, di più gratificante e di più ragionevole della virtù teologale della fede. E non c'è nulla di più prezioso da fare oggetto della nostra preghiera e della nostra missione di evangelizzatori e evangelizzatrici.
La Vergine consacrata è al servizio di questa missione d’evangelizzazione vivendo la sua vocazione alla santità attraverso una consacrazione a Dio fatta a Sua lode e per la salvezza del mondo. Esse non sono chiamate a fare ma a essere e ci ricordano che l’importante non è parlare o fare ma comunicare ciò che siamo.
*
LETTURA PATRISTICA 
Dalle « Omelie » disan Giovanni Crisostomo, vescovo 
(Om. 6 sulla preghiera fatta con fede; PG 64, 462-466)           
La preghiera, o dialogo con Dio, è un bene sommo. È, infatti, una comunione intima con Dio. Come gli occhi del corpo vedendo la luce ne sono rischiarati, così anche l'anima che è tesa verso Dio viene illuminata dalla luce ineffabile della preghiera. Deve essere, però, una preghiera non fatta per abitudine, ma che proceda dal cuore. Non deve essere circoscritta a determinati tempi od ore, ma fiorire continuamente, notte e giorno.
Non bisogna infatti innalzare il nostro animo a Dio solamente quando attendiamo con tutto lo spirito alla preghiera. Occorre che, anche quando siamo occupati in altre faccende, sia nella cura verso i poveri, sia nelle altre attività, impreziosite magari dalla generosità verso il prossimo, abbiamo il desiderio e il ricordo di Dio, perché, insaporito dall'amore divino, come da sale, tutto diventi cibo gustosissimo al Signore dell'universo. Possiamo godere continuamente di questo vantaggio, anzi per tutta la vita, se a questo tipo di preghiera dedichiamo il più possibile del nostro tempo.
La preghiera è luce dell'anima, vera conoscenza di Dio, mediatrice tra Dio e l'uomo. L'anima, elevata per mezzo suo in alto fino al cielo, abbraccia il Signore con amplessi ineffabili. Come il bambino, che piangendo grida alla madre, l'anima cerca ardentemente il latte divino, brama che i propri desideri vengano esauditi e riceve doni superiori ad ogni essere visibile.
La preghiera funge da augusta messaggera dinanzi a Dio, e nel medesimo tempo rende felice l'anima perché appaga le sue aspirazioni. Parlo, però, della preghiera autentica e non delle sole parole. 
Essa è un desiderare Dio, un amore ineffabile che non proviene dagli uomini, ma è prodotto dalla grazia divina. Di essa l'Apostolo dice: Non sappiamo pregare come si conviene, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili (cfr. Rm 8, 26b). Se il Signore dà a qualcuno tale modo di pregare, è una ricchezza da valorizzare, è un cibo celeste che sazia l'anima; chi l'ha gustato si accende di desiderio celeste per il Signore, come di un fuoco ardentissimo che infiamma la sua anima.
Abbellisci la tua casa di modestia e umiltà mediante la pratica della preghiera. Rendi splendida la tua abitazione con la luce della giustizia; orna le sue pareti con le opere buone come di una patina di oro puro e al posto dei muri e delle pietre preziose colloca la fede e la soprannaturale magnanimità, ponendo sopra ogni cosa, in alto sul fastigio, la preghiera a decoro di tutto il complesso. Così prepari per il Signore una degna dimora, così lo accogli in splendida reggia. Egli ti concederà di trasformare la tua anima in tempio della sua presenza.
*
NOTE
[1] Un granello di senape è piccolo come una pulce, minuscolo, quasi invisibile. Ma una volta seminato velocissimamente cresce, e nell'arco di un anno quel piccolo seme può divenire un albero anche di 3-4 m. 
Il gelso, invece, è un albero secolare che può vivere anche 600 anni, ha radici profonde, che si abbarbicano nella terra. E' un albero molto difficile da sradicare, per questo è il simbolo della solidità, della staticità, dell'inamovibilità
[2] Verbo latino che vuol dire: gustare, sentire il sapore, poi in modo figurato avere il gusto delle cose superiori ai sensi, quindi essere saggio, per cui da sàpere derivano anche queste due parole:“sapore”,  “sapienza”.
[3] “Inutili” è la traduzione letterale e tradizionale del termine greco “acreios”, ma forse il significato è più da intendersi nel senso di “semplici servitori” o “soltanto dei poveri servi”.
La sottolineatura qui è più sulla gratuità che sulla utilità: non prendiamola “alla lettera”, ma leggiamo la parabola nel senso spirituale. È difficile, infatti, pensare, sempre e in ogni caso, che Dio abbia creato degli uomini “inutili”, ma ancor più se questi dimostrano di aver mantenuto un comportamento giusto e corretto.
In ogni caso, una volta che abbiamo compiuto il nostro dovere e abbiamo detto: “siamo servi inutili”, possiamo aggiungere: “tuttavia abbiamo un amico che ci ama più di quanto noi possiamo immaginare”. Per questo siamo sicuri nelle sue mani. Per questo la Beata M. Teresa di Calcutta diceva di se stessa: “Non sono che una piccola matita nelle mani di Dio”.