I vescovi del nord-est danno la linea alla Cei: più famiglia, meno gender
di Matteo Matzuzzi
in “Il Foglio” del 6 febbraio 2014
Tra una discussione e l’altra sulla riforma dello Statuto, l’episcopato italiano torna a far sentire la
sua voce – negli ultimi mesi un po’ flebile rispetto alle battaglie dell’ultimo ventennio – in difesa
della famiglia intesa come fondamento della società e sua prima forma naturale. A rompere il
silenzio sono stati i vescovi del nordest che, all’unanimità, hanno firmato e pubblicato una nota
pastorale in cui prendono posizione “su alcune urgenti questioni di carattere antropologico ed
educativo”.
Nel dettaglio, i presuli si riferiscono “al dibattito sugli stereotipi di genere e sul possibile
inserimento dell’ideologia del gender nei programmi educativi e formativi delle scuole e nella
formazione degli insegnanti”. A destare allarme – si legge nel documento – non sono solo
“discutibili ma fuorvianti orientamenti sull’educazione sessuale ai bambini anche in tenera età”, ma
anche “le richieste di accantonare gli stessi termini padre e madre in luogo di altri considerati meno
discriminanti”.
Si tratta di elementi che portano “al grave stravolgimento del valore e del concetto stesso di
famiglia naturale fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna”. Uno stravolgimento che i
vescovi del nordest definiscono “potenziale e talora già in atto”. La famiglia, aggiungono, non può
essere altro che quella descritta da Francesco nell’esortazione Evangelii Gaudium resa nota a
novembre: “Unione stabile dell’uomo e della donna nel matrimonio” che nasce “dal riconoscimento
e dall’accettazione della bontà della differenza sessuale per cui i coniugi possono unirsi in una sola
carne e sono capaci di generare una nuova vita”. Concetti che il Papa aveva già espresso nel corso
della visita ad Assisi, a inizio ottobre. La Nota pastorale ribadisce “il rifiuto di un’ideologia del
gender che neghi il fondamento oggettivo della differenza e complementarietà dei sessi, divenendo
anche fonte di confusione sul piano
giuridico”. L’invito dell’episcopato del Triveneto è “a non avere paura e a non nutrire ingiustificati
pudori o ritrosie nel continuare a utilizzare, anche nel contesto pubblico, le parole tra le più dolci e
vere che sia mai dato di poter pronunciare”, come “marito, moglie, famiglia”. Il presidente della
Conferenza episcopale del nordest, il patriarca di Venezia Francesco Moraglia, spiegava a Radio
Vaticana che la cosiddetta “teologia del gender nega il fondamento oggettivo della differenza e
complementarietà dei sessi”.
Il documento pubblicato non rappresenta (ancora) la posizione ufficiale della Conferenza episcopale
italiana in vista del Sinodo del prossimo ottobre, ma è una traccia indicativa della linea che potrebbe
essere seguita nella fase preparatoria.
Finora aveva dominato la prudenza. Commentando i risultati del questionario inviato alcuni mesi fa
alle diocesi, il neo segretario generale ad interim, monsignor Nunzio Galantino, si era limitato a
notare che il questionario “ha riscontrato una risposta pronta e capillare”. Quanto alle indicazioni
emerse, nessun commento. Scelta diversa da quella compiuta dai vescovi tedeschi e svizzeri, che
hanno già pubblicato una sintesi dei risultati pervenuti.
Se dalla Germania è stata sottolineata “la confusione creata dalla dottrina dell’Humanae Vitae”,
dalla Svizzera si nota come sia “molto diffusa l’incomprensione per l’esclusione dei divorziati dai
sacramenti”.
*
I giovani, le convivenze e l'isola che non c'è
di Carlo Climati*
Capita, a volte, di vedere in televisione gli spot pubblicitari di televendite che propongono acquisti con diritto di recesso. Il telespettatore può comprare un oggetto, provarlo e poi restituirlo entro un certo numero di giorni.
Lo stesso meccanismo sembra ripetersi, in questi ultimi anni, con la moda delle convivenze, che sembra essere sempre più diffusa tra i giovani (e non solo!).
Alcune persone scelgono di non sposarsi. Preferiscono vivere insieme per fare un “periodo di prova”. E così l’amore si trasforma in un esperimento, in cui ci si osserva come cavie di un laboratorio.
Stiamo assistendo ad una vera e propria metamorfosi della coppia. Non è più composta da esseri umani, ma da prodotti di una televendita.
E’ il bizzarro fenomeno dell’amore con diritto di recesso. Prima si fa il periodo di prova, che può durare anche alcuni anni. E poi, eventualmente, si può esercitare il diritto di recesso, restituendo la merce usata che non è più di gradimento.
In molti casi, nelle coppie di conviventi, c’è una persona che vorrebbe sposarsi e un’altra che non vuole sentire parlare di matrimonio. La persona che vorrebbe sposarsi subisce questa situazione passivamente, per abitudine o per paura di restare sola. E così l’amore si trasforma in una squallida dittatura.
Le principali vittime di questo ricatto sono le donne, spesso costrette ad accettare discorsi evasivi dei loro “compagni”, che dicono: “Matrimonio? Ho bisogno di tempo per pensarci”. Intanto, però, vivono la stessa condizione delle persone sposate, con tanti diritti e nessun dovere.
Tutti conosciamo la favola di Peter Pan, che è diventata famosa grazie ad un film di Walt Disney. Racconta la storia di un bambino che non voleva mai diventare grande e che viveva le sue avventure in un luogo immaginario, chiamato “isola che non c’è”.
Da un po’ di anni a questa parte, l’isola della fiaba di Peter Pan non è più una terra di fantasia. Esiste davvero. Possiamo ritrovarla nella vita reale di tanti giovani che rifiutano di maturare e di assumersi le proprie responsabilità di fronte al mondo.
Se ci guardiamo intorno, possiamo accorgerci che non sono pochi. Già grandicelli, vogliono divertirsi nella loro “isola che non c’è” della convivenza, per continuare ad essere coccolati e viziati come bambini.
Tutto sembra andare avanti in un’oasi di pace (o di anestesia mentale). Poi, a un certo punto, i Peter Pan si stufano ed esercitano il diritto di recesso. La donna si ritrova sola e senza alcuna tutela legale, spesso ad un’età in cui è difficile ricominciare da zero.
Come si è arrivati a questo punto? Perché così tanti ragazzi, oggi, rifiutano di impegnarsi e si rifugiano nelle convivenze ?
E’ innegabile l’influenza dei mezzi di comunicazione. Oggi i giovani devono costantemente confrontarsi con il bombardamento di messaggi che spingono a coltivare la non-cultura del non-impegno.
Basta accendere la TV per trovarsi di fronte ai modelli imposti dalla dittatura degli indici d’ascolto. Pensiamo, ad esempio, a certi reality show in cui trionfano l’uomo donnaiolo e perditempo o la fanciulla disponibile a tutto pur di conquistare cinque minuti di celebrità.
Tanti ragazzi vengono “educati” dalle interviste di cantanti ed attori che passano da una love story all’altra, immergendosi nella cosiddetta “bella vita” dei festini in discoteca o nei locali esclusivi.
Certi esempi di non-cultura del non-impegno sono veramente dannosi per i giovani e rappresentano il primo passo verso il parcheggio nell’isola che non c’è della convivenza. C’è un costante invito a cancellare il concetto di “impegno” dalla vita quotidiana. Tutto dovrebbe essere facilmente raggiungibile, senza il sudore della fronte.
Quale futuro ci può essere in un mondo in cui i sentimenti hanno il diritto di recesso? La cosa più bella, quando ci si ama, sono i sogni, i progetti, le speranze di una vita insieme. Ma per vivere tutto questo c’è bisogno di un “sì” per sempre e di un abbraccio autentico che sappia guardare oltre l’infinito.