Un popolo in festa per i 46 anni della Comunità di Sant’Egidio.
Giovani, anziani, poveri, rom, immigrati, tanti amici. Il popolo di Sant'Egidio si è riunito ieri nella cattedrale di Roma, San Giovanni in Laterano, per festeggiare il 46° anniversario della Comunità, con una liturgia presieduta da mons. Giovanni Angelo Becciu, sostituto alla Segreteria di Stato. In tanti per rendere grazie per il dono di 46 anni di amicizia con i poveri, di impegno per la pace, di comunicazione del Vangelo, che hanno portato Sant'Egidio nelle periferie della città e del mondo.
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Omelia di Mons. Giovanni Angelo Becciu
Sostituto della Segreteria di Stato
Cari fratelli e sorelle,
vi ringrazio per avermi invitato a celebrare la Liturgia. È per me una grande gioia poter essere con voi in questa Basilica Lateranense dove ci raduna un sentimento di riconoscenza per i quarantasei anni della Comunità di Sant'Egidio. Diverse storie ci portano qui, ma unanime è il sentimento: la gratitudine a Dio per aver suscitato nella nostra città di Roma un’esperienza così viva di Vangelo, come riposta all’esigenza del Concilio Vaticano II di una Chiesa povera e per i poveri.
Sono qui tra noi quanti hanno iniziato quell'esperienza di fede e di servizio nelle periferie dove da anni i luoghi della Comunità sono un approdo per tanti cercatori di Dio e per gente bisognosa. Nello spirito di Sant'Egidio - come ebbe a dire Benedetto XVI - «si realizza quanto avviene a casa: chi serve e aiuta si confonde con chi è aiutato e servito», fino a diventare un’autentica famiglia. Anche qui, in questo momento, non si distingue chi aiuta e chi è aiutato. Siamo un unico popolo.
Scorgo tra voi, assieme a molti giovani, i volti di tanti anziani e so come la Comunità sia loro sostegno nella solitudine, una povertà che si aggiunge alle altre. Con voi vi sono le persone disabili, il Movimento degli Amici, testimone della gioia di vivere. E tanti altri che, essendo nel bisogno, sono legati alla rete di solidarietà e di comunione di Sant'Egidio. Poveri vicini e poveri lontani, talvolta interi popoli che soffrono la più grande povertà che è l'assenza della pace. Sono tra voi pure alcuni Ecc.mi Ambasciatori che saluto, testimoni dell'interesse per le azioni di pace e di solidarietà di Sant'Egidio nel mondo.
Saluto voi tutti, provenienti da parecchi paesi d'Europa, d'Africa e del mondo, dove Sant'Egidio vive e opera. In particolare voglio ricordare il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità, il prof. Marco Impagliazzo, suo presidente, e il vescovo mons. Matteo Zuppi. Saluto anche i vescovi amici della Comunità, in questi giorni a Roma per un convegno di confronto. In molti siamo accorsi a questa festa, perché amici di una Comunità che ha fatto dell'amicizia e del dialogo uno degli elementi decisivi della sua presenza nella società.
Guardando alla vostra Comunità mi pare di veder attuato l’invito che papa Francesco ha rivolto a tutta la Chiesa nella sua recente Esortazione apostolica: «scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci, di partecipare a questa marea un po’ caotica che può trasformarsi in una vera esperienza di fraternità, in una carovana solidale, in un santo pellegrinaggio. Uscire da se stessi per unirsi agli altri fa bene» (n. 87). Grazie per questa grande e semplice testimonianza di “Chiesa in uscita”, e grazie per la gioia che caratterizza questo vostro andare verso le periferie esistenziali della nostra umanità e per il vostro annuncio del Vangelo.
Quale il cuore di questa storia? Possiamo forse scorgerlo nel Vangelo di Marco, ora ascoltato, che ci richiama significativamente il cuore stesso dell'essere cristiani.
Gesù chiamò a sé i suoi discepoli e cominciò a inviarli a due a due. È l’attuazione di quanto si era proposto il giorno in cui costituì i Dodici: li chiamò perché stessero con lui e insieme per mandarli ad annunciare il Regno. Sembra una contraddizione. Come potevano rimanere con Gesù e insieme allontanarsi da lui per proclamare la conversione e servire i bisognosi? Quel chiamarli a sé e quel loro convergere attorno a lui è un’immagine plastica di una comunione così profonda tra il Maestro e i discepoli, che permane anche quando essi vanno. Ovunque i Dodici si recheranno portano con loro la presenza e la potenza del Signore: sarà lui, in loro e tra di loro a parlare, sanare, servire, amare.
Non è quanto accade anche con voi? Le Comunità di Sant'Egidio si ritrovano ogni giorno a pregare e ascoltare la Parola di Dio: a Roma - penso alla bella basilica di Santa Maria in Trastevere dove sono venuto anch'io a pregare - ma anche in tanti altri luoghi del mondo, più umili. È Gesù che vi convoca, vi parla, vi lega a sé, vi costituisce in comunità.
Poi Gesù vi manda, come inviò i discepoli: ascolto della Parola di Dio e missione nel mondo sono l'asse portante della Comunità, che la sostiene in un'estroversione misericordiosa in tante parti della terra. «L’intimità della Chiesa con Gesù – ci ricorda ancora papa Francesco – è un’intimità itinerante» (Evangelii gaudium, n. 22), fino a «imparare a scoprire Gesù nel volto degli altri, nella loro voce, nelle loro richieste» (n. 91). La vostra non è e non può mai essere una Comunità autoreferenziale, ma capace di confondersi con la storia di tutti, specie dei più poveri.
Dovunque Sant'Egidio viva, si realizza un tessuto comunitario più o meno esteso. Non è anche questo un tratto caratteristico del mandato evangelico? Gesù inviò i discepoli non da soli, ma a due a due. Gregorio Magno dice che, con questo gesto, Gesù mostra che «chi non ha carità verso un altro» non può essere testimone del Vangelo. E' la vostra spiritualità comunitaria, in cui comunione tra i fratelli e solidarietà con i bisognosi si congiungono.
Infine Gesù indica una particolare modalità dell’andare: non prendere nulla per il viaggio: non pane, bisaccia, denaro, due tuniche. Non bisogna avere paura del futuro, proteggendosi con tanti beni e mezzi o con l’appoggio dei potenti. Il Maestro chiede ai discepoli di prendere solo i sandali e il bastone, quel che serve per camminare. La loro forza è la parola, l'amore, la sua presenza. Guardando al cammino compiuto dalla Comunità in questi quarantasei anni, attraverso vari ambienti e paesi, vediamo che avete camminato così, fidandovi di Dio e non dei grandi apparati organizzativi.
Oggi, dopo tanta strada, potreste forse essere tentati di rallentare il cammino. La fede e l'entusiasmo dell'inizio invece crescono con gli anni. Il Vangelo ci chiede ancora l'audacia di andare avanti con fiducia, la gioia di quello che siamo e di quello che facciamo, sentendoci identificati con la missione a cui Gesù ci ha chiamato: scoprire nuovi poveri, radicarsi in nuovi ambienti e paesi, comunicare il Vangelo a persone diverse, dialogare con mondi lontani. Un dialogo che non arretra neppure di fronte a chi pretende di interferire nella vita interna della Chiesa esigendo la modifica della sua dottrina e dei suoi valori etici. Papa Francesco scrive nella Evangelii Gaudium: «Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita» (n. 49).
Nella strada finora percorsa, non avete incontrato solo difficoltà, gente che non vi riceve e non vi ascolta, come dice Gesù prevenendo i Dodici, ma avete scoperto qualcosa di decisivo: «E partiti, predicavano che la gente si convertisse, scacciavano molti demoni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano», abbiamo ascoltato nel Vangelo. Avete scoperto un "potere" diverso dai poteri del mondo. E' il potere di consolare, guarire, scacciare le ombre demoniache del male, donare la luce, comunicare e costruire la pace. Dio ha dato questo potere ai discepoli. Più di quarant'anni di cammino cristiano l'hanno mostrato a voi con tutta evidenza.
Infatti Sant'Egidio non si vergogna del Vangelo, ma ne fa il cuore della sua testimonianza. Non si ferma di fronte alla povertà e al dolore. Penso al lavoro di solidarietà fatto a Roma, ma anche a quello nei paesi più poveri del mondo, come la cura dei malati di AIDS in Africa. Penso ancora alle iniziative per fermare le guerre e avviare processi di pace, per fare incontrare religioni e culture diverse in un dialogo di amicizia e di stima reciproca. Non bisogna rassegnarsi: è possibile vincere la malattia, la guerra, gli odi sociali, e lottare contro la povertà, per la pace, per la fraternità. Certo non si arriva in un giorno. Il miracolo non è la magia di un'ora o di pochi minuti. Ma i miracoli sono possibili. Per questo si deve continuare a camminare nella fede e nell'amore.
Papa Francesco ha avviato una stagione nuova nella vita della Chiesa. Ci chiede a tutti di uscire e di andare incontro alla gente perché nessuno sia lasciato solo, senza la misericordia e l’amore del Signore. Credo che la Comunità di Sant’Egidio, nel solco tracciato da papa Francesco, trovi con connaturalità il cammino del futuro: possa crescere nell’amore, nella missione, nella prossimità ai poveri e nel tessere ovunque legami di amicizia e di pace. Il Signore vi benedica e vi conservi nel suo amore.
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Saluto di Marco Impagliazzo, Presidente della Comunità di sant’Egidio
Cari amici,
grazie di essere qui a pregare e festeggiare con noi questo 46° anniversario della Comunità di Sant’Egidio. Ringrazio mons. Sostituto per le sue parole affettuose e belle e per la sua presenza. Conosciamo quale gravoso impegno sia quello di essere tra i primi collaboratori del Papa, e questo rende la sua presenza tra noi ancora più preziosa. Grazie!
Celebrare l’anniversario in questa Basilica cattedrale di Roma ha un significato profondo, perché la basilica Lateranense parla di Roma e del mondo. Il legame della Comunità con Roma, con la sua Chiesa e il suo vescovo, il papa, è vitale. Tutti sappiamo che non esisterebbe Sant’Egidio senza Roma. Certamente perché qui siamo nati 46 anni fa grazie all’iniziativa di Andrea Riccardi, a cui va il nostro saluto più affettuoso in questo giorno. Era il 1968, un tempo di rivolgimenti nel mondo giovanile e in tutta la società, era l’inizio del post Concilio quando la Chiesa si interrogava tumultuosamente su se stessa e sul suo rapporto con il mondo. In quella congiuntura particolare, di cambiamento della Chiesa e della società, ecco sorgere una piccola sorpresa dello Spirito: una Comunità di giovani all’ascolto del Vangelo e al servizio dei più poveri di Roma. Allora qualcuno si chiedeva: c’è bisogno di una cosa in più a Roma? Quella sorpresa è oggi un po’ più conosciuta e radicata di ieri, con una robusta presenza di Comunità in più di 70 Paesi del mondo. Ma la sorpresa non si è spenta con il passare degli anni. Anzi. La gioia del Vangelo, su cui ha lungamente riflettuto papa Francesco, resta il riferimento per il presente e il futuro della nostra Comunità.
Dicevo di Roma. Roma luogo dell’inizio, ma anche dell’estroversione della Comunità verso il mondo. L’incontro con Roma, - città stupenda e misera – come ha scritto un grande poeta -, con le sue periferie, con i suoi dolori, ci ha aiutato a capire il mondo. Perché è vero ciò che dice papa Francesco: dalle periferie umane ed esistenziali si capisce meglio e più profondamente la realtà umana. Roma ci ha aiutato ad avere uno sguardo universale. Figli di una Chiesa, che come dicono i Padri, presiede nella carità, abbiamo cercato di fare della carità, cioè dell’amore e della solidarietà, il nostro impegno in tante periferie del mondo. La presenza di alcuni vescovi qui con noi, molti dei quali da paesi in grave difficoltà a causa dii conflitti di varia natura come la Siria, l’Iraq, il Centrafrica, la Nigeria, il Kivu, il Sud Sudan, ci dice quanto ancora sia necessario lavorare perché la pace cresca nel mondo.
Talvolta vivere per la pace e per il Vangelo può anche costare la vita. Ricordo il giovane Floribert ucciso a Goma nel 2007, dalla criminalità, il giovane William, di 21 anni, ucciso a San Salvador nel 2009 per mano delle maras, e il caro Shahbaz Bhatti, ministro per le minoranze in Pakistan, morto tre anni fa.
Cari amici, in questi anni abbiamo sperimentato la forza del Vangelo, come forza di pace, di riconciliazione, di amicizia in tante situazioni. Oggi mentre celebriamo questo nuovo anniversario, voglio dire che forza del Vangelo, amore per i poveri e amore per la pace restano, come agli inizi, le tre grandi direttrici del servizio di Sant’Egidio a Roma e nel mondo. Non è il programma di una ONG, o di un’istituzione benemerita. Ma è il percorso umano ed evangelico di una Comunità di donne e uomini che vogliono contribuire a rendere il nostro mondo migliore. Una grande spinta ci viene dalla parola di papa Francesco che ci richiama a non chiuderci nelle nostre realtà o in noi stessi, ma a uscire e uscire nuovamente. E mentre si esce bisogna far entrare i poveri nel nostro mondo. Qui c’è la garanzia di non celebrare se stessi, o le proprie opere, ma di mostrare quella gioia del Vangelo che attrae molti al bene. Grazie per l’amicizia con cui partecipate a questo movimento di uscita da se stessi, con cui sostenete le nostre semplici strutture, con cui accompagnate il nostro sogno di cambiare il mondo e superare le troppe disuguaglianze che vi abitano. Grazie per vivere con noi la sorpresa di un tempo bello in cui essere cristiani. Grazie di continuare a pregare con noi e per noi.