“Incontrando Francesco mi sono liberata dalla vergogna”
Parla Philomena Lee la donna che ha ispirato il film di Stephen Frears candidato all'Oscar: da adolescente rimase incinta senza essere sposata, fu mandata in convento e costretta ad abbandonare il figlio
IACOPO SCARAMUZZIROMA
Si è sentita “onorata” di avere incontrato Papa Francesco, mercoledì mattina a margine dell’udienza generale in piazza San Pietro. Non ha più “rancore” nei confronti della Chiesa cattolica (“Non avrei potuto vivere col rancore per 62 anni”, afferma), ma all’inizio del suo incubo si è sentita “ferita”, “triste”, “arrabbiata”. E dopo una vita passata col senso di “vergogna”, nel breve incontro di ieri afferma di essersi sentita finalmente “liberata”. Philomena Lee è un’anziana signora irlandese. Quando era adolescente, nel 1952, rimase incinta senza essere sposata. Come molte altre ragazze madri, venne mandata in un convento, dove è costretta ad abbandonare il figlio dopo il parto. Il bambino viene mandato negli Stati Uniti, dove lei, con l’aiuto del giornalista Martin Sixsmith, lo ha cercato cinquanta anni dopo. Ora la sua vicenda è al centro del film Philomena, regia di Stephen Frears, grande successo di critica e botteghino, candidato a quattro Premi Oscar. E lei, in una conferenza stampa che si è svolta ieri all’hotel Eden di Roma, ha raccontato la sua vicenda e il suo incontro con Papa Bergoglio.
“È stato un grande onore incontrare il Papa, è una persona speciale, mi ha commossa”, ha raccontato Philomena Lee. Accanto a lei l’attore Steve Coogan, protagonista e cosceneggiatore della pellicola, ha spiegato, ai cronisti che chiedevano spiegazioni, che l’incontro con il Papa è stato “molto breve”, giusto il tempo per lui di presentargli Philomena: “Il Papa ci ha dato il benvenuto ed ha ascoltato attentamente”.
Cosa ha provato incontrando il Papa?
“Mi sono sentita colpevole per tutta la vita per aver avuto un figlio fuori dal matrimonio. Non ho detto a nessuno di questa mia vicenda, lo sapeva solo mio fratello. E ieri, incontrando il Papa, mi sono sentita finalmente liberata, ho sentito che non dovevo sentirmi più in colpa. Spero e credo che Papa Francesco sarà con me nella lotta per aiutare migliaia di madri e bambini che cercano la verità sulla loro storia”.
Il film Philomena racconta fedelmente la sua storia?
“Sì il film riproduce molto fedelmente la mia storia, così come l’ho raccontata dapprima al giornalista Martin Sixsmith e poi al regista Stephan Frears. Poi certo ci sono alcune licenze artistiche, per esempio non ho fatto il viaggio negli Stati Uniti assieme al giornalista. Ma il succo della storia è la mia storia”.
Ha incontrato altre donne che, come lei, furono ragazze-madre costrette ad abbandonare il figlio?
“No perché qual che succedeva in convento è che dovevamo abbandonare il nostro nome e prenderne un altro. Per tre anni io mi sono chiamata Marcela. E tutte le altre ragazze nella mia condizione che ho conosciuto in quell’epoca avevano nomi che non erano i loro nomi originali. Per questo anni dopo quando mi hanno chiesto se conoscevo questa o quella persona ho risposto che non lo so perché ci conoscevamo con altri nomi. Inoltre ci sentivamo in colpa perché eravamo ragazze madri e per questo parlavamo poco tra di noi. Solo con una ragazza ci raccontammo le nostre vicende ma poi ci siamo perse di vista”.
Ritiene il Vaticano responsabile per quello che le è successo da ragazza?
“Ero molto giovane all’epoca, non sono domande che mi sono posta. Non so chi fosse responsabile, fino dove arrivasse la responsabilità. Ma è andata come è andata. È successo molto tempo fa. Certo all’inizio, quando sono uscita, ero piuttosto delusa, ero arrabbiata, ferita, triste, ce l’avevo con tutti. Mi sono anche allontanata un po’ dalla fede. Ma non avrei potuto vivere per 62 anni col rancore. Inoltre di lavoro ho poi fatto l’infermiera in un ospedale psichiatrico, e venendo a contatto con le sofferenze e il dolore di tante persone, un dolore anche peggiore del mio, ho messo un po’ da parte la mia sofferenza. Non ho risentimento, non più almeno”.
La conferenza stampa è stata promossa dal Philomena Project, un’associazione che, a partire dal caso di Philomena Lee, chiede al governo irlandese di aprire gli archivi che contengono le storie delle madri costrette alle adozioni forzose negli istituti cattolici irlandesi. Sarebbero almeno 60mila le donne coinvolte, spesso espatriate negli anni successivi senza raccontare a nessuno la loro vicenda.
Accanto alla donna irlandese sono intervenuti, in una conferenza stampa moderata da Giorgio Gosetti (direttore di Venice Days del festival di Venezia dove il film è stato presentato), la seconda figlia di Philomena Lee, Jane Libberton, cofondatrice con la madre dell’associazione, Susan Lohan, della Adoption Rights Alliance, e l’attore Steve Cogan. Quest’ultimo ha raccontato che, dopo l’udienza di mercoledì, il gruppo ha visionato il film in Vaticano assieme a monsignor Marcelo Sanchez Sorondo, cancelliere della Pontificia Accademia delle Scienze e della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, e monsignor Guillermo Javier Karcher, uno dei segretari di Papa Francesco. I due prelati argentini “hanno apprezzato il film, si sono commossi, hanno riso nei momenti divertenti” e “nel colloquio che abbiamo avuto dopo il film – ha raccontato l’attore-sceneggiatore – hanno sottolineato di aver apprezzato lo spirito di perdono e riconciliazione della pellicola. La Chiesa in passato ha trattato molto male alcune giovani donne, ora mi sembra che, con Papa Francesco, ci sia un cambiamento. Si riconoscono gli errori del passato, non li si nascondono, è stata superata una mentalità da assedio e invece si dialoga e non si vedono le critiche come attacchi. Personalmente non sono cattolico ma ho molto apprezzato la Chiesa e il Vaticano per il coraggio e l’umiltà di riceverci”.
A chi domandava se ci sia una coincidenza tra l’udienza del Papa a Philomena Lee e la pubblicazione di un rapporto dell’Onu di Ginevra molto critico con il Vaticano sulla pedofilia, Susan Lohan ha tenuto ha rispondere che è “pura coincidenza”.