Di fronte alle domande di Papa Francesco.
(Laurent Stalla-Bourdillon) Mentre il mondo continua a scoprire la radiosa personalità di Papa Francesco, i cattolici sono richiamati, senza mezzi termini, al giusto equilibrio della loro responsabilità nella Chiesa e per il mondo. Basandosi sull’esigenza di fedeltà alla parola di felicità offerta nell’umanità di Gesù, il Papa ricorda i due interrogativi che condizionano lo sviluppo di ogni vita realmente umana: «Chi sono?» e «Per chi sono?».
Riguardo alla prima domanda, si tratta di dar conto, con sempre maggiore chiarezza, della consapevolezza della dignità e della vocazione di ogni persona. Da dove veniamo? Che cos’è la nostra natura umana? Verso quale fine possiamo tendere? L’insieme delle risposte forma un corpus di verità, nato dall’incontro e dall’ascolto di Cristo Gesù. La Chiesa si riceve da Cristo e prolunga la sua missione nella storia al servizio di tutte le generazioni. Guidata dal suo Spirito, essa è servitrice di una verità ultima che orienta l’azione degli uomini.
La seconda domanda permette di scoprire il modo più perfetto di trasmettere questa verità: incarnando il messaggio. Perciò la Chiesa ha bisogno di rinnovarsi guardando costantemente al suo modello: Cristo morto e risorto. Papa Francesco appare allora come una risposta vivente all’interrogativo posto da Benedetto XVI l’8 novembre 2009 ai suoi confratelli vescovi d’Italia: «Come non vedere che la questione della Chiesa, della sua necessità nel disegno di salvezza e del suo rapporto con il mondo, rimane anche oggi assolutamente centrale?».
I cattolici devono essere testimoni di un messaggio di speranza per tutta l’umanità. Lungi dal costringere altri a osservare precetti religiosi, la fede in Cristo è innanzitutto una risposta libera a una chiamata, il frutto di un incontro ricco di promesse. Questa parola illumina pian piano il senso ultimo dell’esistenza, sino alla sua estrema fragilità, alla sua vulnerabilità e, infine, al suo stesso termine: la morte. Se è vero che nessuno è costretto a credervi, nessuno però vi crederà senza la testimonianza della trasformazione che la sua presenza opera nella vita dei cristiani. Ed è proprio questa la prima difficoltà che Papa Francesco deve affrontare. Non dimentichiamo che ogni cultura è figlia della “fede”. Poiché noi crediamo che i beni materiali realizzino i nostri desideri, vediamo crescere sempre più una cultura consumistica. In altre epoche, la fede nelle capacità umane e nel sapere aveva dato vita a una cultura umanistica, e la cultura spirituale esprimeva la fede nelle capacità della mente di raggiungere le realtà essenziali. Oggi ci dimentichiamo che il cuore umano non può essere mai colmato da oggetti, per quanto siano tecnologicamente performanti, e neppure dalla concessione di diritti, per quanto siano il frutto della libertà sovrana. Stiamo facendo finta di non sapere tutto ciò, per puntiglio o per pigrizia.
Il racconto biblico della Genesi consente di comprendere qual è la costante posta in gioco nella storia. Spiega che l’uomo raggiunge la sua pienezza solo se conserva anche una parola, il comandamento di Dio. L’obbedienza è così sul piano spirituale il modo di “mangiare” la parola, di provare la sua potenza di vita. La parola dell’astuto, il serpente, suggerisce all’uomo di impossessarsi del frutto (come oggetto) per raggiungere la perfezione: «Sarete come dei».
Il testo biblico non fa che descrivere una situazione che si presenta costantemente e dalla quale non sappiamo più come uscire. «Puoi quindi devi», è l’eco moderna della tentazione originale. Papa Francesco s’impone una sobrietà di natura tale da far apparire la parola che lo nutre interiormente. «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Invita i suoi fratelli a seguire come lui san Francesco d’Assisi. Le reazioni di quei cittadini che chiedono una società rispettosa di una vera laicità, sottolineano l’importanza del rispetto delle convinzioni personali e religiose di ciascuno. Ognuno ha le proprie ragioni per vivere e agire e ognuno deve anche essere pronto a renderne conto. La Chiesa propone un’idea molto alta della dignità della persona umana, poiché vi vede l’immagine stessa di Dio. Si preoccupa quando le nostre conquiste sulla vita e il dominio e il perfezionamento del corpo non sono accompagnate da uno sforzo quantomeno equivalente di ponderare il senso stesso della nostra esistenza.
Papa Francesco contempla la verità sull’uomo nella persona di Gesù. Si fa carne anche nella persona dei cristiani, e nella loro vita concreta. Essi diventano i “portavoce della speranza”, che Dio rivolge a tutti. I cristiani sarebbero dunque delle “lettere viventi” dell’amore di Dio per tutti?
La sfida non è facile in un contesto di tensioni e di ripiegamento identitario. I cristiani, in Europa, in Africa, come pure in Oriente, sono «la carne di questa promessa che dà vita» al mondo. Una vita di cui devono essere il sapore (il sale) e il chiarore (la luce). Il sapore perché la vita è sempre un dono — mai una cosa dovuta — destinato a un dono di vita ancora più grande. Il chiarore perché la realtà più oscura, che è la morte, è vinta dalla forza dell’amore capace di risvegliare da quel sonno.
Se nessuno è obbligato a credere nella speranza che anima la Chiesa cattolica, Papa Francesco prende le proprie responsabilità. Come ha fatto il suo predecessore, è «in coscienza, davanti al Signore e per il bene della Chiesa» che invita i cristiani a testimoniare l’amore che è all’inizio e alla fine di tutto.
L'Osservatore Romano
*
“NYT – supplemento a Repubblica”
La seconda domanda permette di scoprire il modo più perfetto di trasmettere questa verità: incarnando il messaggio. Perciò la Chiesa ha bisogno di rinnovarsi guardando costantemente al suo modello: Cristo morto e risorto. Papa Francesco appare allora come una risposta vivente all’interrogativo posto da Benedetto XVI l’8 novembre 2009 ai suoi confratelli vescovi d’Italia: «Come non vedere che la questione della Chiesa, della sua necessità nel disegno di salvezza e del suo rapporto con il mondo, rimane anche oggi assolutamente centrale?».
I cattolici devono essere testimoni di un messaggio di speranza per tutta l’umanità. Lungi dal costringere altri a osservare precetti religiosi, la fede in Cristo è innanzitutto una risposta libera a una chiamata, il frutto di un incontro ricco di promesse. Questa parola illumina pian piano il senso ultimo dell’esistenza, sino alla sua estrema fragilità, alla sua vulnerabilità e, infine, al suo stesso termine: la morte. Se è vero che nessuno è costretto a credervi, nessuno però vi crederà senza la testimonianza della trasformazione che la sua presenza opera nella vita dei cristiani. Ed è proprio questa la prima difficoltà che Papa Francesco deve affrontare. Non dimentichiamo che ogni cultura è figlia della “fede”. Poiché noi crediamo che i beni materiali realizzino i nostri desideri, vediamo crescere sempre più una cultura consumistica. In altre epoche, la fede nelle capacità umane e nel sapere aveva dato vita a una cultura umanistica, e la cultura spirituale esprimeva la fede nelle capacità della mente di raggiungere le realtà essenziali. Oggi ci dimentichiamo che il cuore umano non può essere mai colmato da oggetti, per quanto siano tecnologicamente performanti, e neppure dalla concessione di diritti, per quanto siano il frutto della libertà sovrana. Stiamo facendo finta di non sapere tutto ciò, per puntiglio o per pigrizia.
Il racconto biblico della Genesi consente di comprendere qual è la costante posta in gioco nella storia. Spiega che l’uomo raggiunge la sua pienezza solo se conserva anche una parola, il comandamento di Dio. L’obbedienza è così sul piano spirituale il modo di “mangiare” la parola, di provare la sua potenza di vita. La parola dell’astuto, il serpente, suggerisce all’uomo di impossessarsi del frutto (come oggetto) per raggiungere la perfezione: «Sarete come dei».
Il testo biblico non fa che descrivere una situazione che si presenta costantemente e dalla quale non sappiamo più come uscire. «Puoi quindi devi», è l’eco moderna della tentazione originale. Papa Francesco s’impone una sobrietà di natura tale da far apparire la parola che lo nutre interiormente. «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». Invita i suoi fratelli a seguire come lui san Francesco d’Assisi. Le reazioni di quei cittadini che chiedono una società rispettosa di una vera laicità, sottolineano l’importanza del rispetto delle convinzioni personali e religiose di ciascuno. Ognuno ha le proprie ragioni per vivere e agire e ognuno deve anche essere pronto a renderne conto. La Chiesa propone un’idea molto alta della dignità della persona umana, poiché vi vede l’immagine stessa di Dio. Si preoccupa quando le nostre conquiste sulla vita e il dominio e il perfezionamento del corpo non sono accompagnate da uno sforzo quantomeno equivalente di ponderare il senso stesso della nostra esistenza.
Papa Francesco contempla la verità sull’uomo nella persona di Gesù. Si fa carne anche nella persona dei cristiani, e nella loro vita concreta. Essi diventano i “portavoce della speranza”, che Dio rivolge a tutti. I cristiani sarebbero dunque delle “lettere viventi” dell’amore di Dio per tutti?
La sfida non è facile in un contesto di tensioni e di ripiegamento identitario. I cristiani, in Europa, in Africa, come pure in Oriente, sono «la carne di questa promessa che dà vita» al mondo. Una vita di cui devono essere il sapore (il sale) e il chiarore (la luce). Il sapore perché la vita è sempre un dono — mai una cosa dovuta — destinato a un dono di vita ancora più grande. Il chiarore perché la realtà più oscura, che è la morte, è vinta dalla forza dell’amore capace di risvegliare da quel sonno.
Se nessuno è obbligato a credere nella speranza che anima la Chiesa cattolica, Papa Francesco prende le proprie responsabilità. Come ha fatto il suo predecessore, è «in coscienza, davanti al Signore e per il bene della Chiesa» che invita i cristiani a testimoniare l’amore che è all’inizio e alla fine di tutto.
L'Osservatore Romano
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“NYT – supplemento a Repubblica”
(Jason Horowitz e Jim Yardley) Pur avendo iniziato il suo pontificato da meno di un anno, Papa Francesco ha già trasformato il tono del papato, definendo se stesso un peccatore, dichiarando “Chi sono io per giudicare?” in risposta ad una domanda sui gay, ed (...)