Osservatore Romano: Non giova a nessuno. Il rapporto dell’Onu su media
«Gli abusi sessuali sui minori sono un peccato e un crimine, e nessuna organizzazione deve essere riluttante nel rimarcarlo con forza», scrive suor Mary Ann Walsh, portavoce dei vescovi statunitensi sul blog della Conferenza episcopale. «La Chiesa cattolica — prosegue Walsh, ricordandone l’impegno decennale — ha sicuramente fatto più di ogni altra organizzazione internazionale per affrontare il problema, e continuerà a farlo». Walsh, però, è ferma nel criticare il rapporto dell’Onu che, mischiando gli abusi con le posizioni della Chiesa in materia di aborto e contraccezione, provoca una colpevole sovrapposizione di piani. «Malauguratamente il rapporto si è indebolito da solo includendo obiezioni sul magistero cattolico in materia di matrimonio omosessuale, aborto e contraccezione.La Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 difende la libertà di religione, il che sicuramente include anche la libertà della Chiesa ai suoi insegnamenti». Non si comprende bene — chiosa Walsh — se la preoccupazione delle Nazioni Unite siano i bambini, o le battaglie culturali.
«Che la Chiesa cattolica abbia gestito in modo errato, fino alla tragedia, la vicenda della pedofilia nei propri ranghi, ai vertici, nei palazzi, nelle parrocchie e nei seminari, è verità storica assodata» esordisce Gianni Riotta su «La Stampa». Così se il rapporto della commissione Onu per i diritti dei minori «arriva opportunamente a stigmatizzare il grande scandalo», il testo però «non persuade nel tono superficiale da magazine alla moda, dove con nonchalance questioni controverse come aborto, contraccezione, identità sessuale uomo-donna, vengono gettati nello stesso canovaccio con la pedofilia. Come se un piccolo parroco di provincia, immaginate un pretino come nel vecchio romanzo Diario di un curato di campagna di Bernanos, che dal pulpito condanni l’interruzione di gravidanza e raccomandi prudenze con le contraccezioni, sia per questo, d’istinto, sospettabile di pedofilia, da tenere lontano dagli scolari del catechismo».
Tra le molte verità — prosegue Riotta — c’è « un eccesso di giacobinismo moralistico che indebolisce il rapporto Onu. Come se si dovessero pagare pegni al Codice del Politicamente Corretto reso particolarmente rigido dal linguaggio burocratico da Palazzo di Vetro». E continua: «Confusa appare l’identità tra Chiesa Stato Sovrano e Chiesa religione, come se un parroco pedofilo americano, italiano o brasiliano rispondessero solo al Papa delle proprie colpe, e non anche ai tribunali del proprio Paese». Per ricordare, poco più avanti, che «la Chiesa ha collaborato con il Rapporto al massimo livello — con il Procuratore Capo nei processi contro la pedofilia fino al 2012, il vescovo Charles J. Scicluna — sperando servisse da stimolo esterno all’opera di riforma morale. La gelida prosa Onu ha tutti i timbri della burocrazia contemporanea a posto, ma priva di calore e rispetto, si rivela purtroppo poco utile contro i mali che, a parole, intende combattere».
Simili, su «la Repubblica», le valutazioni di Enzo Bianchi, che parte dalla certezza di come il documento riaccenda «doverosamente l’attenzione sugli abusi verso i minori da parte di persone — preti, religiosi, educatori — con responsabilità all’interno della Chiesa cattolica». Con rammarico il priore di Bose constata però «che sovente si privilegiano accenti scandalistici e si ignorano o sminuiscono dati di fatto o iniziative che tentano di porre rimedio e di sanare questa orribile piaga».
Il rapporto, continua Bianchi, «non sembra aiutare l’assunzione di responsabilità e consapevolezze, né sembra riconoscere quanto fatto in questi ultimi anni — e non solo negli ultimi dieci mesi — dalla Chiesa cattolica per sanare una ferita che resta insanabile per le vittime ma che deve essere medicata, come doverosa prevenzione affinché non si ripetano abomini simili. Il documento non aiuta perché sembra assimilare in toto Vaticano e Chiese locali, singoli preti, vescovi e intere conferenze episcopali, comportamenti di istituzioni religiose risalenti a decenni addietro ed eventi di attualità; non aiuta perché pare ignorare gli sforzi compiuti e attenersi solo ai disastri causati; non aiuta perché inserisce nella doverosa stigmatizzazione della piaga della pedofilia altre questioni etiche che attinenti non sono, dall’aborto all’omosessualità. Come si può, parlando di difesa dei minori, passare a rimproverare alla Chiesa cattolica la sua posizione fermamente contraria all’aborto? E cosa ha a che fare il tipo di approccio teologico o pastorale all’omosessualità con la depravazione della pedofilia? E a quale altro Stato membro od osservatore presso l’Onu si chiede esplicitamente di cambiare la propria Costituzione o il Codice civile o penale, come si fa con la Santa Sede pretendendo che modifichi il Codice di diritto canonico?».
L’impressione che si ha leggendo il rapporto — scrive ancora Bianchi — «è che si sia voluto affrontare un male certamente detestabile e tenace non confrontandosi con l’istanza ecclesiale in modo franco e costruttivo in vista di una comune battaglia per estirparlo, ma reiterando condanne già espresse, ignorando cambiamenti avvenuti e considerando più o meno esplicitamente l’interlocutore cattolico come una controparte che non collabora alla soluzione del problema ma lo accresce a causa del suo stesso approccio etico». Insomma, «non giova a nessuno — conclude il priore di Bose — procedere con schemi ideologici su simili tragedie: non certo alle vittime, né alla Chiesa, ma nemmeno alla società civile che evita in tal modo di porsi interrogativi fondamentali su un’etica condivisa e sulla degenerazione di un clima che disprezza l’altro e offende il più debole».
Qualche perplessità anche per John L. Allen del «Boston Globe». «Dire che il Vaticano non abbia fatto nulla per combattere gli abusi contro i minori è terribilmente scorretto. Prima da cardinale e poi come Papa, Ratzinger ha fatto di tutto per intervenire con fermezza, anche se non tutti i vescovi cattolici hanno preso sul serio le sue direttive». E conclude: «La causa della protezione dei minori dovrebbe essere sostenuta da tutti indistintamente, che si tratti di conservatori o liberali, laici o credenti. Chiunque dovrebbe essere d’accordo sul fatto che la difesa dei bambini è una priorità assoluta. L’Onu però ha deciso di confondere le acque mescolando il tema degli abusi con una battaglia culturale partigiana».
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Riporto da La Repubblica, 6 febbraio 2014
a firma di ENZO BIANCHI
a firma di ENZO BIANCHI
Solo un anno fa, alla vigilia delle inattese dimissioni di Benedetto XVI, la chiesa cattolica era nel mezzo della bufera a causa da un lato della progressiva e sempre più drammatica emersione dello scandalo degli abusi su minori commessi da suoi membri e, d’altro lato, dell’intrecciarsi di questa piaga con vicende finanziarie e intrighi curiali tutt’altro che cristallini quando non penalmente rilevanti.
Attendersi che un cambio di pontefice – per quanto sorprendente per diversità di stile e di approccio pastorale – fosse sufficiente per completare l’opera di risanamento avviata da benedetto XVI e per rendere giustizia di decenni di silenzi e sottovalutazione della gravità dei comportamenti era sintomo perlomeno di ingenuità se non di volontà di rimozione affrettata della questione.
Su questo tema, occorre riconoscerlo, gli ultimi decenni hanno visto un profondo cambio culturale nel quale la soggettività e i diritti dei minori sono emersi con forza, generando un giudizio morale di grave deprecazione per determinati comportamenti: per tutta la società occidentale, chiese comprese, i delitti di pedofilia sono diventati “delicta graviora”, reati tra i più gravi, e la condanna li colpisce con una forza sconosciuta in precedenza.
Ora il documento della Commissione ONU per i diritti dei minori riaccende doverosamente l’attenzione sugli abusi verso i minori da parte di persone – preti, religiosi, educatori – con responsabilità all’interno della chiesa cattolica. Non andrebbe tuttavia dimenticato che i dati attestano come la percentuale di tali crimini commessi all’interno delle istituzioni cattoliche non si discosti da quella relativa a qualsiasi tipo di istituzione per i minori, specialmente se prevede la convivenza quotidiana tra questi e gli educatori.
Anche la diffusione della patologia pedofila nella società in generale è indipendente dalla prevalenza o meno della cultura, delle tradizioni e delle istituzioni cattoliche in un determinato paese. In questa incalzante attenzione verso i misfatti di tanti educatori cattolici, è motivo di rammarico constatare che sovente si privilegiano accenti scandalistici e si ignorino o sminuiscano dati di fatto o iniziative che tentano di porre rimedio e di sanare questa orribile piaga.
Quasi mai, per esempio, ci si interroga su quanto abbiano fatto – o non fatto – anche le istituzioni diverse dalla chiesa cattolica per offrire adeguata riparazione non solo economica alle vittime, per intervenire a prevenire il ripetersi di tali misfatti, per analizzare in modo documentato e interpretare il fenomeno, per prendersi cura anche dei colpevoli, così sovente vittime anch’essi di simili abusi durante la loro infanzia.
Come si è visto in questi anni, non basta invocare e attuare una “tolleranza zero” verso determinati comportamenti: occorre far precedere e accompagnare la dovuta repressione da un’opera quotidiana di educazione e di elaborazione di una cultura del rispetto della dignità di ogni essere umano, a cominciare dai più piccoli e indifesi, ma compresi anche i colpevoli di efferati delitti.
In questo senso il rapporto della Commissione ONU sul comportamento del Vaticano in merito agli abusi sui minori non sembra aiutare l’assunzione di responsabilità e consapevolezze, né sembra riconoscere quanto fatto in questi ultimi anni – e non solo negli ultimi dieci mesi – dalla chiesa cattolica per sanare una ferita che resta insanabile per le vittime ma che deve essere medicata, come doverosa prevenzione affinché non si ripetano abomini simili.
Il documento non aiuta perché sembra assimilare in toto Vaticano e chiese locali, singoli preti, vescovi e intere conferenze episcopali, comportamenti di istituzioni religiose risalenti a decenni addietro ed eventi di attualità; non aiuta perché pare ignorare gli sforzi compiuti e attenersi solo ai disastri causati; non aiuta perché inserisce nella doverosa stigmatizzazione della piaga della pedofilia altre questioni etiche che attinenti non sono, dall’aborto all’omosessualità.
Come si può, parlando di difesa dei minori, passare a rimproverare alla chiesa cattolica la sua posizione fermamente contraria all’aborto? E cosa ha a che fare il tipo di approccio teologico o pastorale all’omosessualità con la depravazione della pedofilia? E a quale altro stato membro od osservatore presso l’ONU si chiede esplicitamente di cambiare la propria costituzione o il codice civile o penale, come si fa con la S. Sede pretendendo che modifichi il Codice di diritto canonico?
L’impressione che emerge dalla lettura degli stralci del documento affidati ai media è che si sia voluto affrontare un male certamente detestabile e tenace non confrontandosi con l’istanza ecclesiale in modo franco e costruttivo in vista di una comune battaglia per estirparlo, ma reiterando condanne già espresse, ignorando cambiamenti avvenuti e considerando più o meno esplicitamente l’interlocutore cattolico come una controparte che non collabora alla soluzione del problema ma lo accresce a causa del suo stesso approccio etico.
Purtroppo da alcuni anni si può constatare che da parte di alcune istituzioni politiche occidentali sta crescendo un’ostilità anticristiana che – non accogliendo il messaggio etico, soprattutto della chiesa cattolica – finisce per accusarla di comportamenti che, se han fatto parte del passato, oggi sono condannati e, per quanto possibile, prevenuti e impediti.
Sorge allora una domanda: perché l’etica cristiana anziché essere ascoltata e poi, eventualmente, contestata o rifiutata, diventa una ragione per attaccare in modo pregiudiziale la chiesa cattolica e la sua ricerca di cammini di umanizzazione e di relazioni interpersonali autentiche, a difesa della vita e della dignità di ciascuno? Francamente ci saremmo aspettati da organismi internazionali una più attenta ricerca della verità e un’intelligente lotta contro il mancato riconoscimento dei diritti dei minori.
Non giova a nessuno procedere con schemi ideologici su simili tragedie: non certo alle vittime, né alla chiesa, ma nemmeno alla società civile che evita in tal modo di porsi interrogativi fondamentali su un’etica condivisa e sulla degenerazione di un clima che disprezza l’altro e offende il più debole.
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