Intervista al presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita: «Francesco non vuole che l’evangelizzazione sia puro moralismo»
DOMENICO AGASSO JRROMA
Era accanto a Giovanni Paolo II nel 1981 «la notte subito dopo l’attentato. Fu un momento durissimo. Mi trovai proprio in sala operatoria quando arrivò ferito quasi a morte, stetti al suo fianco per tutta la durata dell’operazione». Due anni dopo, Elio Sgreccia (nato nel 1928) intraprende la strada di studioso dei problemi etici della medicina, incaricato dall’Università cattolica. È stato segretario del Pontificio Consiglio per la Famiglia. Nel 1996 è diventato vicepresidente della Pontifica Accademia per la Vita, di cui poi è stato nominato presidente nel 2005, rimanendo in carica fino al 2008. Benedetto XVI lo ha creato cardinale nel 2010.
Si deve a Sgreccia la creazione della fondazione “Ut vitam habeant” - di cui è presidente - per la promozione della pastorale della vita all'interno della comunità cattolica.
Vatican Insider l’ha intervistato.
Eminenza, l’11 febbraio è il primo anniversario della rinuncia al pontificato di Benedetto XVI: che cosa in modo particolare è cambiato da quel giorno nella Chiesa?
«È stato un momento di shock che mi ha colpito molto… Oltretutto ero presente all’annuncio e quindi ricordo perfettamente il momento, arrivato a margine di un Concistoro. L’annuncio fu dato in un modo particolare, con molto contenimento emotivo, quasi senza pathos, nella raffinatezza che ha sempre contraddistinto Benedetto XVI. Fummo travolti tutti. C’era però nell’aria qualcosa di strano che si avvertiva, anche se una rinuncia del genere nessuno poteva immaginarla. Da quel giorno nella Chiesa è cambiato molto, specie all’interno degli organi della Chiesa: la curia, il collegio cardinalizio… Ma soprattutto il senso della figura del Papa. Ratzinger ha donato umiltà, umanità e coraggio a un ruolo storicamente inamovibile fino alla morte. Io penso che l’aiuto di Benedetto XVI sia quello della testimonianza e della preghiera. Lui ha a cuore il futuro della Chiesa, il suo è un ministero petrino totale e profondo. Papa Benedetto XVI c’è ed è attivo, anche nel suo silenzio lui riesce a essere efficace. Certamente per noi tutti, come per la gente comune, è un qualcosa che colpisce».
In cosa è stato particolarmente incisivo finora Papa Bergoglio?
«Francesco ha una forza straordinaria nel portare la parola del Signore vicino al popolo. È il suo grande dono… La Chiesa ora sfrutta questo grande dono di Francesco per avvicinare a sé con nuovo impulso il popolo di Dio. Francesco è stato molto incisivo nel rafforzare, grazie alla forza proveniente anche dagli organi di comunicazione, l’efficacia del messaggio evangelico. Grazie ai suoi gesti egli è testimone diretto della Parola del Signore e ciò è molto apprezzato anche dai non credenti, oltre che ovviamente dai cristiani. Un’empatia forte si è creata nella Chiesa, dalla quale io mi aspetto certamente del bene. Un altro cambiamento riguarda il contatto umano, quotidiano, con la Chiesa. Le riunioni sono ora più collegiali, c’è un coinvolgimento degli organismi più profondo. Questo certamente è un fatto positivo nel costruire il pensiero che la Chiesa sia davvero Universale».
La difesa della vita: quali sono i pensieri del Pontefice su questi temi? È vero – come alcuni sostengono - che è intervenuto troppo poco?
«Io conosco i pensieri che Francesco aveva da cardinale su questi temi… Il suo è semplicemente un modo diverso, ritenuto da lui e parte mia, più efficace di parlarne. Lui non ne parla di meno, semplicemente sfrutta maggiormente il momento propizio. Per esempio nel discorso ai medici ginecologi di qualche mese fa affermava: ”Il fine ultimo dell'agire medico rimane sempre la difesa e la promozione della vita” questo perché, aggiungo, bisogna che entri nel messaggio della vita la visione dell’amore globale di Dio per la creatura umana. In senso creazionistico cristiano. Questo messaggio non deve essere scontato, ma deve essere il primo messaggio. Da qui capiremo come la vita è sacra. Papa Francesco infatti non vuole che l’evangelizzazione sia puro moralismo, lui desidera che dentro la nostra predicazione ci sia il grande annuncio dell’amore di Dio per noi. Cioè la discesa divina in sembianze umane, con sofferenza e anche dolore, proprio per essere il più vicino a noi».
La sacralità della vita umana contro la visione consumistica e materiale: a che punto è questa sfida? È necessario intensificare e aumentare l’impegno?
«La bellezza, la profondità e l’ampiezza del messaggio cristiano è l’unione della vita umana, terrena, con la vita del figlio di Dio, spirituale. Questa comunione umano-divina ha il potenziale per spingere verso la soluzione dei problemi che riguardano la nostra vita. Questa visione è stata impallidita dal secolarismo, dal materialismo sia teorico che pratico perché anche chi è anti-Marxista, anti-comunista molte volte è materialista nel senso vissuto della parola. Anche le forme più sfacciate del consumismo, di capitalismo, altro non sono che incarnazioni di una vita che guarda solo a godere qui e non si interessa mai alla chiamata dell’uomo alla vita divina. Il cristianesimo ha bisogno di ri-pronunciarsi, di rifarsi sentire con la meraviglia, la commozione, lo stupore della forza di Dio. Ovviamente accompagnata dalla testimonianza. Su questa linea bisogna continuare, non dobbiamo pensare che la sola venuta di Francesco possa sradicare questi costumi derivanti dalle strutture del male. L’evangelizzazione ha successo con la testimonianza, proprio come ribadisce spesso Francesco».
Eutanasia, aborto… quale aspetto La preoccupa maggiormente?
«Sono preoccupato dall’idea che la società ha del bambino. Mi riferisco quindi all’aborto ma non solo. Penso a una mamma single che per egoismo vola in alcuni Paesi e decide di aver un bambino senza una figura paterna. Oppure alla selezioni dei bambini nell’utero in base alle attese di salute. Penso anche all’anti-natalismo della Cina che ha adottato politiche volte a ridurre il numero di figli per famiglia. Tutte queste posizioni sono frutto dell’odio verso l’insegnamento di Dio. Sono preoccupato quindi per la violenza verso i più piccoli e i meno difesi. Qui la Chiesa dovrebbe farsi sentire di più, dovrebbe elevare il livello della denuncia verso queste aberrazioni».
C’è qualche storia o persona che per Lei hanno significato molto e che hanno incoraggiato in modo particolare il Suo impegno a favore della vita?
«Nel mio percorso a favore della vita è stato molto forte la voce del Concilio e la voce di Papa Paolo VI per l’”Humanae vitae”. Sono felice, guardandomi indietro, di aver abbracciato l’”Humanae vitae” nello spessore più grande e completo, non semplicemente nella dialettica delle classiche prese di posizioni. Ovviamente per molte ragioni sono legato molto a papa Giovanni Paolo II, lui mi fece vescovo, poggiando le sue mani sul mio capo. Ma di Giovanni Paolo II non potrò mai dimenticare la notte passata al suo fianco subito dopo l’attentato. Fu un momento durissimo. Mi trovai proprio in sala operatoria quando arrivò ferito quasi a morte, stetti al suo fianco per tutta la durata dell’operazione. Il fatto stesso poi di essere investito di responsabilità nell’insegnare Bioetica ai medici e l’”Evangelium vitae” nell’Accademia della Vita mi hanno portato ad approfondire il mio impegno a favore della vita come mia missione. Mi sento fortunato».
Soffermandoci sull’Italia, che cosa è successo con il caso Stamina? Quali sono le Sue riflessioni su questa vicenda?
«Fui raggiunto tempo fa da un gruppo di persone, mentre mi trovavo a celebrare la Madonna della Guardia a Tortona. Mi chiesero un contatto per una possibile consulenza o collaborazione con chi praticava questa cura. Volevano capire la mia posizione e cercare di ottenere dei suggerimenti. La mia posizione è molto semplice. In assenza di segni di garanzia, quelli previsti dalla legge, la cura non può essere praticata. Ci vuole un accertamento molto più profondo di quello eseguito all’inizio di questa cura… Quello che è successo è semplicemente un monito per tutti. È impossibile dar credito in così poco tempo a chi parla di miracoli. C’è bisogno di rigore scientifico, di rigore morale, prima di coinvolgere il malato, il quale ricordo è degno di ogni rispetto nella verità. In assenza di verità, usare il malato per un successo personale è un fatto gravissimo».
Lei Eminenza presiede una fondazione ed è un bioeticista apprezzato a livello internazionale: quali sono i suoi impegni?
«Sono molto felice di aver appreso che quello che io avevo scritto per gli studenti dell’Università cattolica dove insegnavo è stato di recente tradotto in diverse lingue (arabo, giapponese, inglese, tedesco) e studiato ora in molte università del mondo. Sono ora presidente di “Ut vitam habeant”, una fondazione a cui tengo molto che mi dà la possibilità di parlare, di scrivere e di portare avanti gli insegnamenti in difesa della vita. Sto poi consolidando l’insegnamento appreso in questi anni in una Enciclopedia chiamata “Bioetica e scienze giuridiche” proprio perché ora le questioni di bioetica, sia nella Chiesa che fuori, passano attraverso la legge. E nel terreno di confronto futuro, il mio ruolo è quello di portare qui la mia esperienza al servizio della Pastorale della Vita».