martedì 11 febbraio 2014

Quel tornante decisivo.



Il Vaticano II come chiave di lettura della rinuncia di Benedetto XVI

Di seguito l’introduzione e le conclusioni del libro Benedetto XVI, il Vaticano II e la rinuncia al pontificato (Assisi, Cittadella, 2013, pagine 117, euro 10,50).

(Gilfredo Marengo ) Questo testo nasce dal convincimento che la rinuncia di Benedetto XVI al ministero petrino è non solo un evento del tutto nuovo, ma rappresenta un tornante decisivo del cammino della vita della Chiesa contemporanea. Tale decisione è stata resa pubblica nel corso dei primi mesi dell’inizio delle celebrazioni del cinquantesimo del Vaticano II (esattamente a distanza di quattro mesi: 11 ottobre 2012 – 11 febbraio 2013): difficile comprenderla — nelle forme in cui si è attuata — se non si tiene in conto la singolare novità che il Concilio rappresenta.

Per questi motivi è importante cogliere gli aspetti più caratteristici della sensibilità con la quale il corpo ecclesiale è giunto a celebrare questo cinquantesimo, in un contesto segnato dal variegato processo di recezione degli insegnamenti conciliari.
In secondo luogo è interessante mettere in luce l’originalità con la quale Benedetto XVI ha vissuto le celebrazioni dell’ottobre del 2012, offrendo una densa serie di riflessioni proprio su quello speciale evento ecclesiale.
Infine l’attenzione si concentra sui testi che il Papa ha pronunciato dall’11 febbraio 2013 al momento in cui la sua rinuncia è divenuta effettiva, il 28 dello stesso mese. La loro analisi offre la possibilità di cogliere tutta l’importanza di quell’atto e il suo nesso intrinseco con il volto più genuino della Chiesa post-conciliare. Non appare casuale che in distinte occasioni la memoria del Vaticano II ritorni nelle parole del Santo Padre, con accenti non di circostanza.
L’insieme di tutti questi elementi invita a riflettere su quanto il suo Pontificato, fino alla rinuncia, non solo si collochi nel cuore della Chiesa del Vaticano II, ma, sottolineando la centralità di quell’evento, consegna alla vita di tutto il corpo ecclesiale un’acuta provocazione a investire in una recezione di quel magistero, capace di esprimersi in modi e contenuti non scontati.
Nell’autunno del 1962 l’insieme dei lavori e dei materiali preparatori faceva immaginare un rapido svolgimento e una chiusura che taluni addirittura misuravano in mesi. I fatti accaduti nelle prime settimane mutarono in maniera profonda il panorama conciliare e aprirono una fase, quasi una nuova preparazione, che condusse attraverso tre anni di lavoro agli esiti ben noti. Alcuni eventi inaspettati accaduti durante la prima sessione fecero quasi presagire un nuovo inizio del Vaticano II, certamente molto distante da quanto si poteva prevedere.
Pure alle celebrazioni del cinquantesimo ci si è avvicinati con una sensibilità per lo più segnata dal passato recente del percorso recettivo del concilio, immaginando (o temendo) che la doverosa memoria di quell’evento non potesse fare altro che confermare un certo status quo intorno al quale si erano forse cristallizzate la riflessione e l’azione pastorale post-conciliari. I fatti del febbraio 2013 e l’elezione di un nuovo vescovo di Roma «preso quasi alla fine del mondo» hanno improvvisamente scompaginato il panorama della vita ecclesiale, introducendo fattori di novità non comuni. È legittimo immaginare che tali circostanze possono, come accadde nei primi passi dei lavori conciliari, aprire la strada ad un cammino originale: sembra essere questo il tempo ove rinnovare la memoria viva di quell’evento in forme originali e feconde per la Chiesa del nostro tempo, superando antichi pregiudizi e qualche sterile rendita di posizione.
Senza dubbio la testimonianza che il Papa ha offerto, a muovere dall’annuncio della sua rinuncia, non solo si colloca nel cuore della Chiesa del Vaticano II, ma sottolineando la centralità di quell’evento si consegna alla vita di tutto il corpo ecclesiale come acuta e drammatica provocazione a investire in una rinnovata recezione del magistero conciliare.
Nel medesimo tempo viene in primo piano l’esigenza di prendere maggiore consapevolezza che la fondamentale ragion d’essere del Vaticano II è stata l’esigenza di rigenerare tutta la vita del corpo ecclesiale, nell’ottica della sua originaria natura evangelizzatrice e missionaria, così come venne segnalata con le nozioni centrali di aggiornamento e pastoralità.
Al termine di questi primi cinquant’anni post-conciliari, ci si trova collocati in un punto d’osservazione che aiuta a riconoscere quanto possa essere non del tutto equilibrato un approccio al magistero conciliare che dimentichi questo fondamentale profilo. Esso non può essere messo in campo come chiave di lettura solamente quando sia richiesto dal contenuto materiale di uno e di un altro documento: tutto il concilio chiede di essere letto ed assimilato secondo l’intenzione forte che ne guidò tutti i lavori. In questa direzione pure gli episodi maggiormente emblematici di un’attitudine riformatrice del tessuto della vita ecclesiale (si pensi a Sacrosanctum concilium e a Lumen gentium), così come quelli dotati di un maggiore profilo di fondazione teologica (in specie Dei verbum), non possono essere assunti lasciando sullo sfondo la fisionomia propria del Vaticano II. I protagonisti di quegli anni guadagnarono, talora anche faticosamente, la consapevolezza che rispondere adeguatamente alle attese suscitate dal concilio, chiedeva di giungere fino a mettere le mani su alcuni tratti fondamentali della vita e dell’insegnamento ecclesiale.
In questa prospettiva appaiono di corto respiro quelle posizioni che, ormai da decenni, hanno polarizzato la loro interpretazione del Vaticano II. Sostenere che nulla è mutato dal 1962 e, specularmente, immaginare una radicale cesura avulsa dal cammino della tradizione e dalla continuità storica della vita della Chiesa, sono atteggiamenti che convergono nell’incapacità di cogliere l’intentio profundior del concilio. L’esercizio di un non facile discernimento, sia storico che teologico, operato da quell’assise, ebbe come stabile punto di paragone la volontà di fare sì che la comunità ecclesiale acquisisse un volto sempre più conforme alla missione affidatale dal Suo Fondatore, nella consapevolezza che la peculiare temperie storica del Novecento si presentava come una ineludibile provocazione a tale cammino (i segni dei tempi). Le istanze che presiedettero alla convocazione e svolgimento del concilio, prima ancora che teologiche, furono squisitamente pastorali e ad esse si vollero offrire adeguate risposte.
È rimarchevole che una personalità come Benedetto XVI, per formazione e storia quanto mai sensibile alle problematiche squisitamente teologiche, abbia offerto un articolato contributo alla recezione del Vaticano II ove l’attenzione al profilo evangelizzatore e testimoniale della vita della Chiesa è ampiamente presente ed acutamente messa in campo come fondamentale chiave di lettura.
L'Osservatore Romano

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L’11 febbraio 2013 nei media internazionali. Una porta che si affaccia sulla storia

È passato un anno dalla rinuncia di Benedetto XVI, scrive Claudio Sardo su «L’Unità» dell’11 febbraio, «un evento storico che ha dato ai credenti una Chiesa ringiovanita e al mondo una sponda più solida per chi vuole sottrarsi all’omologazione individualista, nichilista, liberista. Ratzinger non sapeva che i cardinali avrebbero eletto Bergoglio, il primo Papa dell’emisfero sud del mondo, il primo a prendere il nome di Francesco. Ma ha voluto, cercato, preparato quella rottura. In quell’atto «di umiltà e di fede che è stata la rinuncia al papato — continua Sardo — c’era un’intelligenza del tempo. E c’era anche lo spirito del Concilio, quello che tanti conservatori e reazionari volevano comprimere e sterilizzare, pensando che proprio il grande teologo Ratzinger fosse il giusto normalizzatore. Invece Papa Benedetto ha riaperto alla Rivelazione la porta della storia». 
Per descrivere questa scelta imprevedibile Marco Politi su «il Fatto quotidiano» cita un’espressione tedesca, selbstlos, che significa “privarsi di sé”; più forte dell’italiano “disinteressato” perché implica la forza di sapersi spogliare dell’attaccamento che ognuno prova per se stesso. «Benedetto XVI la mattina dell’11 febbraio, spogliandosi del manto papale di fronte ai cardinali, ha dato prova di questa forza» aggiunge Politi. 
«Papa Francesco — scrive John L. Allen su «The Boston Globe» dell’11 febbraio — sta ribaltando talmente tante cose nella Chiesa cattolica che molti parlano di “rivoluzione Francesco”. Ma l’unico vero atto rivoluzionario compiuto da un Papa negli ultimi seicento anni è avvenuto un anno fa, e non l’ha compiuto Francesco». 
In quell’atto di umiltà e di fede che è stata la rinuncia al papato, c’era «un’intelligenza del tempo» continua Sardo; «come fece il Vaticano II chiamando i cristiani a cogliere con speranza i “segni dei tempi”. E Ratzinger lo ha fatto — qui sta la grandezza del gesto — riconoscendo un proprio limite, anzi una propria impossibilità. Non ha rinnegato nulla del suo magistero, dei suoi scritti, dell’incessante ricerca di un nuovo dialogo tra fede e ragione, di quell’idea di verità che contrasta il relativismo assoluto: ma la dottrina stava diventando impronunciabile in un contesto di crescente ostilità verso la Chiesa, di fronte a incoerenze interne che il vecchio Papa non riusciva più a governare, di fronte a pregiudizi che i fatti concreti (gli episodi di pedofilia, i dossier di Vatileaks, le inchieste sullo Ior, gli scontri interni alla gerarchia) confermavano e incrementavano. La rottura — cioè la scelta di spalancare le finestre davanti all’assedio — era il solo modo per riconsegnare intatto il patrimonio apostolico alla comunità cristiana. Papa Francesco è stato eletto in questo contesto, creato consapevolmente da Benedetto. E nel conclave i cardinali hanno dato al nuovo Papa il mandato esplicito di riformare la Chiesa». La riforma della Chiesa è condivisione delle speranze delle donne e degli uomini, è il perdono che viene prima della condanna morale, è la verità che si svela nell’amore e non può essere cementata in un idolo. L’enciclica Lumen fidei è il punto di congiunzione tra Benedetto e Francesco: il corrispettivo di quell’immagine che resterà nella storia, con i due papi che pregano in ginocchio, uno accanto all’altro. Ma tutto ciò sarebbe incomprensibile senza il concilio e senza un suo rilancio, a cui tende la svolta impressa dalle dimissioni. La fede cristiana, scrive il giornalista, concludendo il suo articolo, non è «cultura né ideologia, è un incontro che cambia la vita».
Nella messa che il cardinale Ratzinger, allora arcivescovo di Monaco, aveva celebrato in occasione della morte di Papa Paolo VI nel lontano 1978 — scrive Enzo Bianchi su «La Stampa» dell’11 febbraio citando l’inedito pubblicato sull’Osservatore Romano del 21 giugno scorso nello speciale sul cinquantennale dell’elezione di Montini al Soglio di Pietro, avvenuta il 21 giugno 1963 — così aveva affermato: «Possiamo immaginare come poteva essere pesante il pensiero di non poter appartenere a se stesso» ed «essere incatenato fino alla fine, con il suo corpo che l’abbandonava, a un compito che esige, giorno dopo giorno, l’impegno vivo e pieno di tutte le forze umane».
«Gli è stato sufficiente pronunciare qualche frase in latino un anno fa per sparire dagli schermi» sintetizza in una frase il passaggio di consegne Stéphanie Le Bars su «Le Monde» sottolineando tutti gli elementi di continuità fra i due pontefici: la condanna di un’economia senza volto, delle forze cieche e delle mani invisibili del mercato, l’esortazione a ripartire dalle fondamenta della dottrina sociale della Chiesa, la cultura della vita, la critica del matrimonio omosessuale. Benedetto XVI ha fortemente voluto un Cortile dei gentili per aprirsi al mondo, e con il suo successore la Chiesa ha trovato un’autorità morale che parla anche ai non credenti. 
«Francesco — continua Stéphanie Le Bars — rivoluzionando il modo di essere Papa, è riuscito a rendere positivo il messaggio della Chiesa e rendere sempre più vasto il suo pubblico, e tutto questo in continuità con un Benedetto XVI fedele, da un anno, al suo voto di silenzio». Fedele al silenzio e alla discrezione anche prima e durante il gesto che avrebbe cambiato la rotta della Chiesa; Ratzinger, sottolinea acutamente José Beltrán su «La Razón», ha fatto in modo che la notizia non trapelasse prima del tempo. Anche se si trattava di un gesto — sottolinea Jean-Marie Guénois su «Le Figaro» — a lungo meditato e preparato da molto tempo. 
Una scelta, scrive Isabelle de Gaulmyn sul quotidiano francese «la Croix», che ha ancorato il concilio Vaticano II alla tradizione della Chiesa, testimoniando la sua omogeneità con l’insieme della tradizione cattolica. «È semplicemente impossibile riassumere quanto Papa Ratzinger ha segnato la Chiesa con il suo pensiero, la sua spiritualità, la sua teologia, i suoi libri, ormai patrimonio della cattolicità», basti pensare solo alla prima enciclica Deus caritas est, che dà la precedenza all’amore, fra le tre virtù teologali. «E se il discorso alla Curia sul Vaticano II ha aperto il suo pontificato» continua Isabelle de Gaulmyn, varrebbe la pena anche di andare a rileggersi la lezione a braccio che ha tenuto ai preti di Roma dopo l’annuncio della rinuncia al pontificato, sullo stesso tema; è evidente che si è trattato di una sorta di testamento, conclude la giornalista francese che a Ratzinger ha dedicato un bel libro (Benoît XVI. Le pape incompris, Paris, Bayard, 2008).
L'Osservatore Romano