martedì 11 febbraio 2014

Quando il Papa ritornò "solo" un uomo



Il  tweet di Papa Francesco: "Oggi vi invito a pregare insieme con me per Sua Santità Benedetto XVI, un uomo di grande coraggio e umiltà (11 febbraio 2014)

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La Stampa, 11 febbraio 2014
di ENZO BIANCHI
Un anno fa «un fulmine a ciel sereno», come disse il cardinal Sodano, raggiunse la chiesa cattolica, impreparata a vivere una situazione inedita da molti secoli: un vescovo emerito di Roma vivente sotto un nuovo pontificato. Cosa aveva condotto Benedetto XVI a compiere il gesto delle dimissioni? La situazione di conflittualità, di scandali nella curia romana stimolava ancor di più le domande che assumevano anche contorni inquieti. In verità Benedetto XVI nella sua breve dichiarazione di rinuncia aveva affermato l'essenziale: in ragione dell'età avanzata, essendo venute meno le forze necessarie, non si sentiva più adeguato all'esercizio del suo ministero e perciò, in obbedienza alla sua coscienza esercitata nell'ascolto della parola di Dio e nella preghiera, si ritirava
nel nascondimento per essere intercessore per la chiesa.
Una novità, questa icona di preghiera nella chiesa assunta da un successore di Pietro, una novità eloquente per tutti i cattolici che hanno amato e ascoltato questo papa come per quelli che hanno accolto magari con fatica il suo magistero. Nella messa che il cardinale Ratzinger, allora arcivescovo di Monaco, aveva celebrato in occasione della morte di papa Paolo VI nel lontano 1978 così aveva affermato: «Possiamo immaginare come poteva essere pesante il pensiero di non poter appartenere a se stesso... essere incatenato fino alla fine, con il suo corpo che l'abbandonava, a un compito che esige, giorno dopo giorno, l'impegno vivo e pieno di tutte le forze umane». Ratzinger dunque era abitato da un pensiero chiaro, maturato da tempo sulla doverosa rinuncia da compiere al venir meno delle forze: come aveva detto a se stesso, così ha fatto.

Ma c'era in lui anche un'altra ragione che lo ha condotto alla rinuncia: la sua convinzione teologica – piuttosto rara per un pontefice – che, pur diventato papa, restasse una distinzione profonda tra il suo ministero e la sua dimensione di semplice uomo e cristiano. Non a caso, quando ha pubblicato la sua trilogia su Gesù di Nazareth, ha voluto firmare i libri come semplice autore teologo, senza munirli del magistero papale. Possiamo dire che Benedetto XVI non ha mai dimenticato ciò che Bernardo di Chiaravalle scriveva a papa Eugenio III: «Ricordati che sei un uomo, nato da una donna...». Così anche nella rinuncia Ratzinger ha saputo mostrare la sua umiltà, il suo volere innanzitutto il bene della chiesa, il confessare la propria debolezza e fragilità, l'accettare di veder ridotte tutte le competenze a un solo mandato: l'intercessione. D'altronde questo esito di una vita nel ministero pastorale è conosciuto ormai da decenni da tanti vescovi che, raggiunti i settantacinque anni, lasciano l'esercizio della presidenza episcopale nella chiesa locale e si ritirano – «fanno anacoresi», nel linguaggio biblico – e continuano a essere intercessori.
Benedetto XVI ha avuto un pontificato relativamente breve, solo otto anni, ma è stato altamente significativo per tutte le chiese in virtù della qualità teologica del suo magistero in cui la parola di Dio, Gesù Cristo era il solo centro. Ho conosciuto il teologo Ratzinger in convegni internazionali, l'ho incontrato più volte in occasione della stesura di un volume sull'esegesi da lui voluto e per il quale fu chiesto che un contributo mio e uno dell'esegeta De la Potterie si affiancassero a quello di Ratzinger. Ho poi avuto il dono, poco dopo la sua elezione a papa, diuna lunga e per me memorabile udienza i cui temi di riflessione sono stati l'ecumenismo, la vita monastica e la liturgia. Gli sono grato per avermi nominato esperto ai due sinodi dei vescovi sulla parola di Dio e sulla nuova evangelizzazione.

Anche quando alcuni suoi atti chiedevano alla chiesa obbedienza e io faticavo a comprenderne le ragioni, temendone una ricezione distorta, non per questo la mia obbedienza è venuta meno. Sono sempre più convinto che Benedetto XVI purtroppo sia stato letto nell'ottica di molti che, pur dicendosi a lui fedeli, in realtà ne deformavano l'immagine finendo per strumentalizzarlo per loro battaglie non dettate da spirito evangelico.
Oggi, anche grazie alla rinuncia di un anno fa, è vescovo di Roma e papa Francesco, che ha inaugurato una primavera in tutta la chiesa. C'è molta attesa e il suo annuncio del vangelo nella mitezza, nel rispetto di tutti, nell'affermazione del primato dell'amore misericordioso di Dio – che ci ama senza che noi dobbiamo meritarlo – di fatto raggiunge e tocca molti uomini e donne finora indifferenti alla fede. È arrivata un'altra stagione e la chiesa ancora una volta sente sete di rinnovamento e di riforma, come ai giorni di papa Giovanni: non a caso il segretario di quest'ultimo, Loris Capovilla, è stato creato cardinale da papa Francesco a 98 anni...
Ma non mi stanco di ripetere che se ci sarà una riforma evangelica della chiesa tutta, di tutte le membra del corpo, allora però la vita cristiana sarà più difficile, più contraddetta dalle potenze mondane: la testimonianza resa a Gesù Cristo sarà maggiormente segno di contraddizione perché ogni volta che il vangelo appare con più evidenza nella storia, anche la croce che ogni cristiano deve abbracciare e portare emerge più manifesta. Nessuna illusione: il regno di Dio deve ancora venire e i cristiani devono attenderlo e annunciarlo con la vita, a caro prezzo, anche a costo della vita stessa.

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11 febbraio. La lezione apocalittica di Benedetto XVIdi Massimo Introvigne

L'11 febbraio 2014 cade il primo anniversario di uno degli avvenimenti più sconvolgenti nella storia della Chiesa, l'annuncio della rinuncia al ministero petrino da parte di Benedetto XVI. Molti giornali - in tutto il mondo - moltiplicano le interpretazioni «complottiste», tirando in ballo i soliti oscuri disegni di cardinali, lo IOR e i preti pedofili.
Non voglio escludere che uno o più dei temi evocati abbia influito sulla decisione di Benedetto XVI. Ma mantengo l'interpretazione che proponevo su queste colonne un anno fa. Da una parte, non capisco perché si debba dare per forza del bugiardo a Papa Ratzinger quando ci ha spiegato che, in coscienza, riteneva le sue forze fisiche non più adeguate al gravoso compito di guidare la Chiesa, ricordando che da teologo aveva sempre sostenuto che oggi la macchina della Chiesa Cattolica è così complessa che un Papa non più nel pieno delle forze, piuttosto che delegarne ad altri la direzione, dovrebbe dimettersi.
Dall'altra, il gesto era oggettivamente - e credo pure che volesse essere - tecnicamente «apocalittico»: una parola che non fa riferimento alla mania di prevedere date per la fine del mondo, certamente estranea a Benedetto XVI, ma a una «rivelazione», a una scossa salutare intesa a mettere i cattolici del mondo intero di fronte a una qualità drammatica del tempo presente, a un lungo venerdì santo della Chiesa attaccata da nemici esterni e interni. In questo senso, alla luce della rinuncia al ministero petrino, possiamo rileggere i frequenti richiami di Benedetto XVI a Fatima, alle profezie sulla crisi che avrebbe colpito il sacerdozio e la buona dottrina di santa Ildegarda di Bingen (1098-1179), da lui proclamata dottore della Chiesa, e anche al carattere ultimativo e davvero «apocalittico» della sfida dell'ideologia di genere, definita il maggiore pericolo per la Chiesa e l'umanità nell'ultimo discorso di Natale alla Curia Romana, del 21 dicembre 2012.
A distanza di un anno, possiamo e forse dobbiamo chiederci: i cattolici - al di là delle legittime curiosità su fatti e circostanze, che però rischiano di far perdere di vista l'essenziale - hanno accolto questo richiamo? Sono più o sono meno consapevoli del carattere «apocalittico» del tempo in cui viviamo? Questa domanda ha molto a che fare con il dibattito ospitato dalla «Nuova bussola quotidiana» sulla crisi nella Chiesa e il nuovo pontificato. Anche alla luce di quel dibattito, si possono dare due risposte: non opposte, ma diverse. Sono due «finestre» che, da posizioni diverse, guardano a una parte della stessa realtà.
Una prima risposta è che no, i fedeli nella loro maggioranza rispetto a un anno fa non sono più ma meno consapevoli della qualità «apocalittica» dell'epoca in cui stiamo vivendo. Il nuovo Pontefice ha messo al centro del suo ministero - e lo ha detto - l'urgenza di raggiungere quella maggioranza (in Occidente) di «lontani» che non vanno mai in chiesa, con la predicazione commovente della misericordia e dell'amore di Dio. E ha posto in secondo piano - o ha delegato agli episcopati locali, con risultati molto diversi a seconda dei Paesi - la denuncia, tipica di Benedetto XVI, dell'aggressione «apocalittica» che la Chiesa sta subendo da parte della «dittatura del relativismo», tradotta anche in leggi ostili alla vita e alla famiglia.
Una seconda risposta è che i fedeli - almeno quelli che non si fanno abbindolare dalle manipolazioni dei media laicisti - sono in condizione di comprendere che l'aggressione «apocalittica» alla Chiesa continua, anzitutto perché a ricordarlo loro ci pensano i nemici della Chiesa, da chi propone leggi sull'omofobia o (in Francia) sull'«abortofobia» o iscrive nel registro degli indagati (in Spagna) cardinali che ripetono quello che insegna il «Catechismo della Chiesa Cattolica» sugli omosessuali fino alle commissioni delle Nazioni Unite che, prendendo spunto dalla tragedia - purtroppo reale, e nessuno più di Benedetto XVI ce lo ha ricordato - dei preti pedofili ingiungono al Magistero di cambiare la sua dottrina in tema di aborto, omosessualità, anticoncezionali. A proposito della terza parte del segreto di Fatima, Benedetto XVI faceva notare che la Madonna vi svela la figura di un Papa colpito da fucilate e da frecce. Le fucilate vengono da lontano, e rappresentano gli attacchi dei nemici esterni alla Chiesa. Le frecce vengono da vicino, e rappresentano i nemici interni. Chi ha occhi e categorie per vedere non può non percepire oggi sia le fucilate, sia le frecce: non solo la dittatura del relativismo continua ad aggredire la Chiesa, ma interi episcopati - guidati da presuli scelti peraltro nella loro grande maggioranza da Benedetto XVI o dal beato Giovanni Paolo II (1920-2005), non da Papa Francesco, così che la crisi non è di origine recente - avanzano proposte sovversive in materia di morale familiare.
I fedeli vedono i tempi «apocalittici», continua questa seconda prospettiva, non solo per il carattere tecnicamente inaudito dell'aggressione, ma anche perché - per chi lo conosce dalle fonti o dalla «Nuova Bussola quotidiana» e non da «Repubblica» - anche il Magistero di Papa Francesco continua a offrire loro spunti che, se sono più occasionali rispetto a Benedetto XVI, non mancano però di espressioni forti. Basti pensare alla denuncia di Papa Francesco della «dittatura del relativismo» nel primo incontro con i diplomatici, del 22 marzo 2013, allo sguardo davvero «apocalittico» sull'aborto come peccato che per la sua immane diffusione mondiale «grida vendetta al cospetto di Dio» nell'esortazione apostolica «Evangelii gaudium», all'evocazione in due omelie del 18 e 28 novembre del romanzo apocalittico «Il padrone del mondo» dello scrittore inglese Robert Hugh Benson (1871-1914), con la denuncia delle leggi oggi in vigore che organizzano «sacrifici umani».
Certo, la grande stampa tace su questi interventi di Papa Francesco e dà invece grande rilievo agli elementi di evidente differenza e discontinuità rispetto a Benedetto XVI: il primato del dialogo e della misericordia annunciati e praticati anche nei confronti di organizzatori culturali del relativismo come Eugenio Scalfari o dei «gay» evocati in una famosa intervista in aereo, o la rinuncia a intervenire sul tema dell'ideologia di genere e delle leggi che ne conseguono, che sembra rubricato fra gli argomenti di cui si afferma nella «Evangelii gaudium» che il Papa ritiene più opportuno affidarne la trattazione agli episcopati nazionali.
Come accennavo, ogni prospettiva coglie una parte reale dello stesso scenario. Personalmente ritengo che proprio la convinzione di Papa Francesco della necessità di partire dall'annuncio delle verità più elementari - la misericordia, la bontà del Signore e della Madonna, le insidie del diavolo, persino la buona educazione in famiglia - sia un segnale, per chi lo sa cogliere, del fatto che viviamo in tempi di naufragio antropologico in qualche modo «finale», così che la ricostruzione deve davvero partire da zero.
Sulle modalità della ricostruzione, è normale che anche tra cattolici fedeli al Papa e al «Catechismo» ci siano interpretazioni diverse. Confesso di essere poco appassionato al dibattito sui cosiddetti «normalisti». L'etichetta dovrebbe indicare coloro che affermano che non vi è nessuna discontinuità fra Benedetto XVI e Papa Francesco. Se è così, non conosco molti «normalisti», e di certo non faccio parte della categoria. Deve trattarsi di persone che non conoscono la storia della Chiesa, in cui ci sono spesso - per non dire sempre - momenti di discontinuità. Ci fu forse perfetta continuità quando si passò dal beato Pio IX (1792-1878) a Leone XIII (1810-1903), da san Pio X (1835-1914) a Benedetto XV (1854-1922), o dal venerabile Pio XII (1876-1958) al beato Giovanni XXIII (1881-1963)? Basta leggere qualche pubblicazione di quelle epoche per vedere con quanta difficoltà e sofferenza tanti buoni cattolici percepirono allora la discontinuità fra un pontificato nuovo e uno precedente.
Nel grande discorso del 22 dicembre 2005 alla Curia Romana Benedetto XVI lanciò la sua proposta di una «ermeneutica della riforma nella continuità» per leggere i documenti del Vaticano II non «contro» ma «alla luce» del Magistero precedente. Quel discorso fu da molti capito male, dimenticando la continuità in nome della riforma o al contrario la riforma in nome della continuità. Non era un'interpretazione «normalista» del Concilio, come se il Vaticano II non avesse cambiato nulla. A leggerlo tutto, ci si trovava l'indicazione di «discontinuità» che emergono facilmente a prima vista esaminando i testi del Concilio. Papa Ratzinger invitava ad accogliere con lealtà gli elementi di riforma del Concilio, sforzandosi però d'interpretarli - anche quando, e  lo ammetteva, è difficile - «in continuità», e non «in rottura», con il Magistero precedente.
Nell'enciclica «Caritas in veritate» Benedetto XVI aggiungeva che l'«ermeneutica della riforma nella continuità» non vale solo per il Concilio. Va applicata anche al Magistero dei Papi - l'esempio dell'enciclica era il Magistero sociale del venerabile Paolo VI nella «Populorum progressio» rispetto alle encicliche sociali dei suoi predecessori -, accogliendo gli elementi di riforma, che ci sono sempre, ma leggendoli alla luce e non «contro» gli elementi precedenti.
Credo che oggi Benedetto XVI, se non avesse scelto il silenzio, ci inviterebbe ad applicare l'«ermeneutica della riforma nella continuità» anche al rapporto fra Papa Francesco e se stesso. Non per negare - scioccamente - gli elementi di riforma, i quali comportano quella stessa «apparente discontinuità» che a prima vista nel discorso del 2005 Benedetto XVI considerava evidente vedere nel Vaticano II rispetto al Magistero precedente. Ma per sforzarsi di leggere la «riforma» di Papa Francesco - anche quando non è facile - alla luce del Magistero di Benedetto XVI e non «contro» questo Magistero.
In un'intervista rilasciata il 10 febbraio il teologo progressista Hans Küng, che fu grande amico del professor Joseph Ratzinger prima di rompere con lui dopo il Concilio per opposte visioni della Chiesa, ha rivelato di avere ricevuto da Benedetto XVI una lettera riservata datata 24 gennaio 2014. Il Papa Emerito - che sul piano umano non ha mai voluto rompere con Küng, perdonando anche qualche offesa - avrebbe scritto fra l'altro: «Io sono grato di poter essere legato da una grande identità di vedute e da un’amicizia di cuore a Papa Francesco».
Benedetto XVI è uno degli spiriti più acuti del nostro tempo, ed è abituato a pesare ogni parola, specie scrivendo a personaggi come Küng, di cui conosce la malizia come le sue tasche. Certamente non propone un «normalismo» ingenuo, ed è perfettamente consapevole degli elementi di riforma e di discontinuità introdotti da Papa Francesco. Il riferimento all'«identità di vedute» è dunque proprio l'ennesimo richiamo all'«ermeneutica della riforma della continuità», la cui base teologica e storica - lo spiegava Benedetto XVI - è la continuità nella storia dell'unico soggetto-Chiesa. La Chiesa non è finita quando è arrivato Leone XIII - da alcuni etichettato come «socialista» per la sua attenzione alla giustizia sociale - dopo il beato Pio IX, o quando il beato Giovanni XXIII è succeduto al venerabile Pio XII. Continua a essere la stessa anche oggi. Ma il forte richiamo di Benedetto XVI, con il suo Magistero e con il gesto dell'11 febbraio 2013, al carattere apocalittico del tempo che la Chiesa sta vivendo non può e non deve andare perduto.

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2013-2014: Motus in fine velocior

di Roberto De Mattei

L’11 febbraio 2013 è una data ormai entrata nella storia. Quel giorno Benedetto XVI comunicò la sua decisione di rinunciare al pontificato ad un’assemblea di cardinali attoniti. L’annunzio fu accolto “come un fulmine a ciel sereno”, secondo le parole rivolte al Papa dal cardinale decano Angelo Sodano e l’immagine di un fulmine che lo stesso giorno colpì la Basilica di San Pietro fece il giro del mondo.
L’abdicazione avvenne il 28 febbraio, ma prima Benedetto XVI comunicò di voler restare in Vaticano come Papa emerito, fatto mai avvenuto e ancora più sorprendente della rinuncia al pontificato. Nel mese trascorso tra l’annuncio dell’abdicazione e il conclave apertosi il 12  marzo, fu preparata l’elezione del nuovo Pontefice, anche se apparve al mondo come inaspettata. Più che l’identità dell’eletto, l’argentino Jorge Mario Bergoglio, stupì l’inedito nome da lui scelto, Francesco, quasi a voler rappresentare un unicum, e colpì il suo primo discorso, in cui dopo un colloquiale “buonasera”, si presentò come “vescovo di Roma”, titolo che spetta al Papa, ma solo dopo quelli di Vicario di Cristo e di successore di Pietro, che ne costituiscono il presupposto.
La fotografia dei due Papi che pregavano assieme, il 23 marzo a Castelgandolfo, offrendo l’immagine di una inedita “diarchia” pontificia,  aumentò la confusione di quei giorni. Ma si era solo all’inizio. Venne l’intervista sull’aereo di ritorno da Rio de Janeiro, il 28 luglio 2013, con le parole “chi sono io per giudicare!” destinate ad essere utilizzate per giustificare ogni trasgressione. Seguirono le interviste di Papa Francesco al direttore della “Civiltà Cattolica”, in  settembre e  quella al fondatore del quotidiano “La Repubblica”, in ottobre, che ebbero un impatto mediatico superiore alla sua prima enciclica Lumen fidei. Si disse che non erano atti di magistero, ma tutto ciò che da allora sta accadendo nella Chiesa, deriva soprattutto da quelle interviste che ebbero carattere magisteriale di fatto se non di principio.
Lo scontro tra il cardinale Ludwig Müller, prefetto della Congregazione per la Fede, e il cardinale arcivescovo di Tegucigalpa Oscar Rodriguez Maradiaga, coordinatore dei consiglieri per le riforme di Papa Francesco,  ha portato al culmine la confusione. La dottrina tradizionale, secondo Maradiaga, non è sufficiente ad offrire « risposte per il mondo di oggi». Essa verrà mantenuta, ma ci sono «sfide pastorali» adatte ai tempi alle quali non si può rispondere «con l’autoritarismo e il moralismo» perché questa «non è nuova evangelizzazione».
Alle dichiarazioni del card. Maradiaga hanno fatto seguito i risultati del sondaggio sulla pastorale familiare promosso dal Papa per il Sinodo dei Vescovi del 5-19 ottobre. Il Sir (Servizio di informazione religiosa) ha diffuso una sintesi  delle prime risposte arrivare dal Centro-Europa. Per i vescovi belgi, svizzeri, lussemburghesi e tedeschi, la fede cattolica è troppo rigida e non corrisponde alle esigenze dei fedeli. La Chiesa dovrebbe accettare le convivenze prematrimoniali, riconoscere matrimoni omosessuali e unioni di fatto, ammettere il controllo delle nascite e la contraccezione, benedire le seconde nozze dei divorziati e permettere loro di ricevere i sacramenti.        Se questa è la strada che si vuole percorrere, è il momento di dire che si tratta di una strada verso lo scisma e l’eresia, perché si negherebbe la fede divina e naturale che nei suoi comandamenti non solo afferma l’indissolubilità del matrimonio, ma proibisce gli atti sessuali al di fuori di esso, tanto più se commessi contro natura. La Chiesa accoglie tutti coloro che si pentono dei propri errori e peccati e si propongono di uscire dalla situazione di disordine morale in cui si trovano, ma non può legittimare, in alcun modo, lo status di peccatore. A nulla varrebbe affermare che il mutamento riguarderebbe solo la prassi pastorale e non la dottrina. Se tra la dottrina e la prassi manca la corrispondenza, vuol dire che è la prassi a farsi dottrina, come peraltro sta purtroppo accadendo dal Concilio Vaticano II in poi.
La Chiesa deve dare risposte nuove e “al passo con i tempi”? Ben diversamente si comportarono i grandi riformatori nella storia della Chiesa, come  san Pier Damiani e san Gregorio Magno che, nell’XI secolo, avrebbero dovuto legittimare la simonia e il nicolaismo dei preti, per non rendere la Chiesa estranea alla realtà del loro tempo, ed invece denunciarono queste piaghe con parole di fuoco, avviando la riforma dei costumi e la restaurazione della retta dottrina.
E’ lo spirito intransigente e senza compromesso dei santi ad essere oggi drammaticamente assente. Urgerebbe una acies ordinata, un’armata schierata a battaglia che impugnando le armi del Vangelo annunci una parola di vita al mondo moderno che muore, invece di abbracciarne il cadavere. I gesuiti offrirono, tra il Concilio di Trento e la Rivoluzione francese, questo nucleo di combattenti alla Chiesa. Oggi soffrono la decadenza di tutti gli ordini religiosi e se tra questi uno ne appare ricco di promesse, viene inspiegabilmente soppresso. Il caso dei Francescani dell’Immacolata, esploso a partire da luglio, ha portato alla luce una evidente contraddizione tra i continui richiami di Papa Francesco alla misericordia e il bastone  assegnato al commissario Fidenzio Volpi per annichilire uno dei pochi istituti religiosi oggi fiorenti.
Il paradosso non si ferma qui. Mai come nel primo anno di pontificato di Papa Francesco, la Chiesa ha rinunciato ad uno dei suoi divini attributi, quello della giustizia, per presentarsi al mondo misericordiosa e benedicente, ma mai come quest’anno la Chiesa è stata oggetto di violenti attacchi da parte del mondo verso cui stende la mano.
Il matrimonio omosessuale, rivendicato da tutte le grandi organizzazioni internazionali e da quasi tutti i governi occidentali, contraddice frontalmente non solo la fede della Chiesa, ma la stessa legge naturale e divina che è iscritta nel cuore di ogni uomo. Le grandi mobilitazioni di massa, avvenute soprattutto in Francia con le Manif pour tous, cos’altro sono se non la reazione della coscienza di un popolo ad una legislazione iniqua e contro-natura? Ma le lobby immoraliste non si accontentano di questo. Ciò che a loro preme non è l’affermazione dei presunti diritti omosessuali, quanto la negazione dei diritti umani dei cristiani. Christianos esse non licet: il grido blasfemo che fu di Nerone e di Voltaire, riecheggia oggi nel mondo, mentre Jorge Mario Bergoglio è eletto dalle riviste mondane uomo dell’anno.
Gli avvenimenti si susseguono sempre più rapidamente. La sentenza latina motus in fine velocior è comunemente usata per indicare lo scorrere più veloce del tempo al termine di un periodo storico. La moltiplicazione degli eventi abbrevia infatti il corso del tempo, che in sé non esiste al di fuori delle cose che fluiscono. Il tempo, dice Aristotele è la misura del movimento (Fisica, IV, 219 b). Più precisamente lo definiamo come la durata delle cose mutevoli. Dio è eterno proprio perché è immutabile: ogni movimento ha in lui la sua causa, ma nulla in Lui muta. Più ci si allontana da Dio, più cresce il caos, prodotto dal mutamento.
L’11 febbraio ha segnato l’inizio di un’accelerazione del tempo, che è la conseguenza di un movimento che si sta facendo vertiginoso. Viviamo un’ora storica che non è  necessariamente la fine dei tempi, ma è certamente il tramonto di una civiltà e la fine di un’epoca nella vita della Chiesa. Se al chiudersi di quest’epoca  il clero e il laicato cattolico non assumeranno fino in fondo le loro responsabilità, si avvererà inevitabilmente il destino che la veggente di Fatima ha visto svelarsi davanti ai propri occhi:
« Vedemmo in una luce immensa che è Dio: “qualcosa di simile a come si vedono le persone in uno specchio quando vi passano davanti” un Vescovo vestito di Bianco “abbiamo avuto il presentimento che fosse il Santo Padre”. Vari altri vescovi, sacerdoti, religiosi e religiose salire una montagna ripida, in cima alla quale c’era una grande Croce di tronchi grezzi come se fosse di sughero con la corteccia; il Santo Padre, prima di arrivarvi, attraversò una grande città mezza in rovina e mezzo tremulo con passo vacillante, afflitto di dolore e di pena, pregava per le anime dei cadaveri che incontrava nel suo cammino; giunto alla cima del monte, prostrato in ginocchio ai piedi della grande Croce venne ucciso da un gruppo di soldati che gli spararono vari colpi di arma da fuoco e frecce, e allo stesso modo morirono gli uni dopo gli altri i Vescovi Sacerdoti, religiosi e religiose e varie persone secolari, uomini e donne di varie classi e posizioni. Sotto i due bracci della Croce c’erano due Angeli ognuno con un innaffiatoio di cristallo nella mano, nei quali raccoglievano il sangue dei Martiri e con esso irrigavano le anime che si avvicinavano a Dio ».
La drammatica visione del 13 maggio dovrebbe essere più che sufficiente per spingerci a meditare, pregare ed agire. La città è già in rovina e i soldati nemici sono alle porte. Chi ama la Chiesa la difenda, per affrettare il trionfo del Cuore Immacolato di Maria