L'Osservatore Romano
Ampi stralci del discorso del Patriarca ecumenico, Bartolomeo, per i cinquant'anni della Fondazione Pro Oriente -- Il cinquantesimo anniversario della Fondazione Pro Oriente costituisce una pietra miliare speciale, importante nella storia delle relazioni tra la Chiesa cattolica romana e le Chiese ortodosse d’Oriente. Sotto molti aspetti è uno specchio dei rapporti tra le nostre Chiese, poiché riflette e affianca gli straordinari passi di ravvicinamento e di riconciliazione iniziati mezzo secolo fa che hanno portato al dialogo teologico e a scambi sinceri tra noi a livello parrocchiale, locale, regionale, nazionale e anche internazionale.Come ben sapete, tra qualche giorno il nostro amato fratello in Cristo Papa Francesco visiterà Istanbul, che da oltre diciassette secoli è il sacro centro e la sede del Patriarcato ecumenico. Attendiamo con grande piacere di poter accogliere Sua Santità al Phanar il 29 e il 30 novembre per la commemorazione di sant’Andrea, primo chiamato degli apostoli, e per la festa del trono della Chiesa di Costantinopoli.
La sua visita ufficiale si svolge nella scia del nostro comune pellegrinaggio a Gerusalemme, avvenuto solo pochi mesi fa, per celebrare un altro cinquantesimo anniversario ovvero il viaggio in Terra Santa di Papa Paolo VI, ufficialmente proclamato beato dalla Chiesa cattolica, e del Patriarca ecumenico Atenagora. Ci ha profondamente commosso il fatto che Papa Francesco abbia accettato il nostro invito a una commemorazione comune di quell’evento, che gli avevamo rivolto in occasione della nostra partecipazione alla solenne messa di inizio pontificato nel marzo 2013.
Questi eventi non sono stati una pura coincidenza, né sono meramente storici. Cinquant’anni fa eventi simili sarebbero stati impensabili o perfino irrealizzabili. È stata la grazia di Dio a ispirare i nostri venerabili e lungimiranti predecessori a prendere quelle audaci iniziative. Per certi versi, dopo tanti anni di estraniazione e silenzio, solo lo Spirito di Dio poteva produrre le condizioni e le circostanze per una maggiore collaborazione e per rapporti più stretti tra le nostre Chiese, che in precedenza erano state lontane per un intero millennio.
È esattamente in un simile clima di apertura ecumenica e di desiderio sincero di dialogo che la Fondazione Pro Oriente è stata concepita e istituita nel 1964 dal cardinale arcivescovo di Vienna, Franz König, il quale, discernendo lo spirito dei tempi, ha percepito l’importanza di aderire al comandamento e alla preghiera di nostro Signore «perché tutti [i suoi discepoli] siano una sola cosa» (Giovanni, 17, 21). Sacro scopo e obiettivo fondamentale della fondazione — con le sue diverse carte a Vienna, Graz, Salisburgo e Linz — era di migliorare le relazioni tra le Chiese cattolica romana e ortodossa orientale, come anche con quelle ortodosse d’Oriente, facendo eco al decreto pontificio Unitatis redintegratio, promulgato mezzo secolo fa, il 21 novembre 1964. Presidente fondatore fu Alfred Stirnemann, che guidò la fondazione fino alla sua morte nel 1988. Ricordiamo entrambi, insieme con i nostri venerati amici, i metropoliti Crisostomo e il suo successore Michele d’Austria, esarchi patriarcali di Ungheria e dell’Europa centrale. Questi due gerarchi ortodossi erano assolutamente convinti del ruolo fondamentale delle relazioni positive con la Chiesa cattolica romana, operando instancabilmente per promuovere il dialogo e favorire la cooperazione. Possa il loro ricordo essere eterno e possa il loro esempio essere un modello per tutti noi.
Ricordiamo qui alcuni dei passi innovativi compiuti poco più di cinquant’anni fa che a loro volta hanno portato alle condizioni feconde per la creazione di una fondazione come Pro Oriente. All’inizio del 1964 Papa Paolo VI e il Patriarca ecumenico Atenagora con poche parole semplici e un abbraccio amorevole spezzarono un silenzio durato molti secoli. Il 5 gennaio 1964, quando Papa Paolo VI s’incontrò con il Patriarca ecumenico Atenagora sul Monte degli Ulivi, fu la prima volta in cui il pontefice d’Occidente e il primate d’Oriente — il Papa di Roma e l’Arcivescovo di Nuova Roma — si ritrovarono faccia a faccia dopo il concilio di Firenze del 1438. E il luogo dell’incontro nel 1964 era lo stesso in cui Cristo si era rivolto al Padre la notte nella quale fu tradito, chiedendogli l’unità dei suoi discepoli.
Prima di quell’incontro, per molti secoli le Chiese d’Oriente e d’Occidente non avevano avuto contatti formali e le comunicazioni non ufficiali erano state scarse. Dopo quello che oggi conosciamo come “grande scisma” del 1054, c’erano stati due brevi incontri di scambio e dialoghi di riunificazione al concilio di Lione nel 1274 e al concilio di Ferrara-Firenze nel 1438-1439; tuttavia, entrambe quelle occasioni avevano lasciato sentimenti di amarezza invece che di speranza. L’allontanamento fu ulteriormente accentuato e suggellato dai tragici eventi delle crociate, specialmente della quarta crociata con il sacco di Costantinopoli nel 1202-1204, con l’ingiustificabile massacro di cristiani da parte di cristiani.
Ebbe così inizio lo storico “dialogo d’amore” — espressione coniata dal metropolita Melitone di Calcedonia — che a sua volta diede inizio a un processo di graduale abbattimento delle barriere erette nei secoli. Fu seguito un anno dopo, con una dichiarazione congiunta letta simultaneamente a San Pietro a Roma e nella chiesa patriarcale di San Giorgio a Istanbul, dalla rimozione dei reciproci anatemi, il 7 dicembre 1965, quando i due presuli tolsero «dalla memoria e nel mezzo della Chiesa le sentenze di scomunica dell’anno 1054», concordando che «il passato fosse affidato alla misericordia di Dio».
L’anno 1969 vide l’inizio di una tradizione importantissima e finora ininterrotta, vale a dire lo scambio annuale di delegazioni formali alle rispettive feste patronali delle nostre due “Chiese sorelle”: il 29 giugno a Roma per la solennità dei santi Pietro e Paolo; e a Istanbul, il 30 novembre, che Papa Francesco onorerà alla fine di questo mese. Tali importantissime iniziative culminarono in seguito nell’istituzione — durante la visita pontificia al Phanar il 30 novembre 1979 — della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa. Così, il 29 maggio 1980, sotto il nostro venerato predecessore, il Patriarca ecumenico Dimitrios, e il successore di Papa Paolo VI, Papa Giovanni Paolo II, la Santa Sede e quattordici Chiese ortodosse autocefale diedero inizio a un “dialogo di verità” teologico al fine di espandere il “dialogo d’amore” e di esaminare insieme le differenze dottrinali tra le due Chiese sorelle.
Fortunatamente oggi, attraverso il contributo importante e influente di fondazioni e istituti come Pro Oriente, questo spirito di amore fraterno e mutuo rispetto ha preso il posto delle polemiche teologiche e del sospetto reciproco del passato. Naturalmente siamo abbastanza realisti da riconoscere che resta ancora molto da fare e che il cammino talvolta appare lungo e faticoso. Ci sono le spinose questioni teologiche del primato e della collegialità, che attualmente si trovano sul tavolo del dibattito; e c’è il delicato problema dell’uniatismo, che già una volta ha fatto sospendere il dialogo. Tuttavia, dobbiamo ammettere che non c’è cammino alternativo al dialogo e alla riconciliazione. Ciò vale ed è particolarmente vero per il tempo attuale, dove constatiamo: l’uso e l’abuso nel mondo della religione per fini politici o di altro genere secolare; le difficoltà che i cristiani devono affrontare in tutto il mondo, specialmente in Terra Santa e in Medio Oriente, a prescindere dall’identità confessionale; le ingiustizie subite dai membri deboli e vulnerabili delle società contemporanee; come anche la preoccupante crisi ecologica che minaccia l’integrità e la sopravvivenza stessa del creato di Dio. Tutte queste sfide esigono una soluzione comune e collaborativa ai problemi che ancora ci dividono. Pretendono da noi cooperazione reciproca e preoccupazione condivisa.
Di fatto, qui potremmo includere anche un altro aspetto di Pro Oriente, che è implicito nella sua stessa identità, vale a dire la responsabilità e il sostegno alle minoranze cristiane perseguitate in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale, proprio nei luoghi in cui il cristianesimo è nato e prosperato sin dai primordi della nostra Chiesa. Dopotutto, il termine “oriente” non è solo una designazione ecclesiastica; è anche una specificazione geografica. Questa dimensione è certamente parte integrante della missione e del ministero di Pro Oriente, e accetteremmo volentieri il suo sostegno in questo ambito fondamentale. Siamo tutti ben consapevoli della situazione critica e delle sofferenze ingiustificabili sopportate dai nostri fratelli e dalle nostre sorelle in Medio Oriente e nell’Africa settentrionale.
Come abbiamo dichiarato insieme a Sua Santità Papa Francesco a Gerusalemme, «vogliamo esprimere la nostra comune, profonda preoccupazione per la situazione dei cristiani in Medio Oriente e per il loro diritto a rimanere cittadini a pieno titolo delle loro patrie. Rivolgiamo fiduciosi la nostra preghiera al Dio onnipotente e misericordioso per la pace in Terra Santa e in tutto il Medio Oriente. Preghiamo specialmente per le Chiese in Egitto, in Siria e in Iraq, che hanno sofferto molto duramente a causa di eventi recenti. Incoraggiamo tutte le parti, indipendentemente dalle loro convinzioni religiose, a continuare a lavorare per la riconciliazione e per il giusto riconoscimento dei diritti dei popoli. Siamo profondamente convinti che non le armi, ma il dialogo, il perdono e la riconciliazione sono gli unici strumenti possibili per conseguire la pace». Permetteteci di esortarvi paternamente a dedicare una parte maggiore della vostra attenzione a questa crisi.
Il lavoro ecumenico di Pro Oriente si è dimostrato prezioso e strumentale per la promozione di relazioni più strette e più forti tra le nostre Chiese. La sua attività è stata certamente notevole e ammirevole. Tuttavia, come tutti sappiamo, nel nostro mondo, il lavoro di unità rimane costante e incessante fino alla pienezza del regno celeste. Pertanto, è nostra umile vocazione e nostro obbligo morale proseguire e rafforzare l’impegno per la riconciliazione. Non limitiamoci a preservare la memoria dei pionieri di questa fondazione benedetta; proseguiamo il loro esempio e aumentiamo i loro sforzi. Sarebbe infatti la migliore commemorazione e celebrazione della loro eredità e del loro desiderio di unità dei cristiani.
L'Osservatore Romano, 19 novembre 2014.
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I cinquant’anni della Pro Oriente
Istituita il 4 novembre 1964 dall’arcivescovo di Vienna, il cardinale Franz König, la fondazione Pro Oriente è figlia del concilio Vaticano II e della volontà di migliorare le relazioni tra la Chiesa cattolica e quelle ortodosse espressa nel decreto sull’ecumenismo Unitatis redintegratio. Ha sede a Vienna ed è lì, nel palazzo arcivescovile, che l’8 novembre scorso si è celebrato il cinquantesimo anniversario di fondazione. Il presidente Johann Marte ha organizzato un convegno scientifico al quale hanno partecipato fra gli altri il cardinale presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, Kurt Koch, l’arcivescovo di Vienna, cardinale Christoph Schönborn, il patriarca della Chiesa ortodossa copta, Tawadros II, e il patriarca ecumenico, Bartolomeo, del quale pubblichiamo ampi stralci del discorso (e il testo integrale in inglese sul sito www.osservatoreromano.va). Le celebrazioni sono proseguite con una conferenza di tre giorni sui confini ecclesiali, in ideale prosecuzione con il colloquio noto come «Koinonia», che secondo Marte nell’aprile 1974 «preparò la strada per l’inizio del dialogo ufficiale tra cattolici e ortodossi», avvenuto poi nel 1980. L’incontro viennese ha segnato un nuovo orientamento per la Commissione degli storici della fondazione, uno degli uffici di massima responsabilità di Pro Oriente. Finora, infatti, la Commissione si era occupata esclusivamente dell’area dei Paesi nati dalla dissoluzione della Jugoslavia, oltre all’Albania. In futuro, invece, «si vogliono considerare anche la Romania, la Bulgaria e la Turchia». Fra le ipotesi, la collaborazione con altre discipline scientifiche e con l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.
