mercoledì 12 novembre 2014

Della carità e del dialogo



Sull’enciclica programmatica di Paolo VI. Le condizioni e le regole.


Dal numero di luglio-agosto 2014 di «Omnis Terra», rivista del Segretariato internazionale della Pontificia unione missionaria, pubblichiamo una riflessione sull’enciclica di Paolo VI Ecclesiam suam, a cinquant’anni dalla pubblicazione.

(Jorge Juan Fernández) Paolo VI nella sua enciclica non parla né della povertà di spirito, né della povertà reale, ma dello «spirito di povertà». Né egli parla della semplice povertà, come i rigoristi del nostro tempo, perché, fedele alla Parola di Dio e alla tradizione viva della Chiesa, egli sa che la radice della prima beatitudine non è la mera indigenza, o perfino la rinuncia volontaria ai beni, per qualunque ragione. Ispirandosi al linguaggio del Nuovo Testamento, esprime una realtà viva, profonda, personale che emerge dall’azione dello Spirito di Dio con un potere espansivo capace di penetrare e guidare la totalità della vita e renderla feconda di frutti.
L’autentico spirito di povertà — afferma il Papa — «non impoverisce l’ordine economico, non indebolisce il lavoro e la sua prodigiosa organizzazione, ma lo umanizza immettendo le virtù nel gioco degli interessi fino a renderlo più funzionale e benefico». L’amore per le ricchezze, più che un motore di progresso, è una passione che acceca, posto a confronto con lo spirito di povertà che assicura a un cristiano la capacità di un giudizio sereno e obiettivo. Entrambe le idee sono presentate nell’enciclica in un modo semplice ma chiaro e forte.
L’espressione carità sociale — sconosciuta dalla teologia classica, come la giustizia sociale — è stata impiegata molte volte dagli ultimi Pontefici, da Leone XIII e a essa allude Paolo VI nella Ecclesiam suamquando afferma che la nostra carità si deve estendere a tutto il genere umano. La carità sociale non è una virtù distinta dalla carità teologale. L’oggetto primario della virtù teologale della carità è Dio che deve essere amato per se stesso e prima di tutte le cose; e l’oggetto secondario è tutto quello che Dio ama e vuole che anche noi amiamo. Qualunque società, che sia buona in se stessa o nei suoi fini, può essere, di conseguenza, oggetto della nostra carità. Dio la ama poiché questa società è capace di glorificarlo, conoscerlo e lodarlo durante la sua esistenza terrena come società. Dobbiamo sottolineare uno dei fini più importanti della carità nel suo aspetto sociale e collettivo, cioè la sua importanza decisiva nel garantire la pace e la cooperazione tra le nazioni. Ma è una chimera e una vana illusione pretendere di porre rimedio ai mali che tormentano l’umanità ed evitare i conflitti sociali e le guerre tra le nazioni unicamente sulla base della giustizia sociale. Come osservano molto sapientemente gli ultimi Papi nelle loro grandi encicliche sociali, la giustizia sociale è indispensabile, ma non sufficiente: deve essere completata con una effusione di profonda carità tra tutti gli uomini del mondo.
Ogni enciclica ha la sua impronta personale sul tema specifico che ne è l’oggetto. È fuori discussione che l’Ecclesiam suam è l’enciclica del dialogo. Essa ratifica e rende esplicito il desiderio, già da tempo latente nella Chiesa, di intavolare il dialogo con il mondo. In questa maniera si aprì una nuova era nelle relazioni della Chiesa con il mondo. Paolo VI puntualizza: «Sembra a noi che il rapporto della Chiesa col mondo, senza precludersi altre forme legittime, possa meglio raffigurarsi in un dialogo» (Ecclesiam suam, 80). Però, per comprendere bene il senso che il Papa attribuisce al termine dialogo, non dobbiamo perdere di vista la grandiosa struttura dell’enciclica che è divisa in tre parti: coscienza che la Chiesa deve avere di se stessa; rinnovamento necessario dei suoi membri; dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo. Il termine dialogo ha, nell’enciclica, un valore teologico. E questo è manifestato nell’origine del dialogo, nel suo scopo e nella sua definizione. Se l’origine trascendente del dialogo si trova in Dio e il fine è la crescita del Corpo Mistico di Cristo, il dialogo è, come afferma Papa Montini, «interiore impulso di carità» che trova la sua espressione all’esterno nelle varie opere generate da questo amore.
Ogni parola, ogni azione, ogni opera può essere dialogo. Ogni comunicazione di beni fatta nella carità è dialogo, perché tutto il corpo che è tenuto insieme da tutti i legamenti che lo uniscono e lo nutrono per l’operazione propria di ogni membro, cresce e si perfeziona nella carità (cfr. Efesini, 4, 16). Paolo VI pone uno speciale accento sul dialogo che la Chiesa deve tenere con l’umanità, con il mondo. Per questo è necessario portare avanti un “aggiornamento”. Questa espressione di Giovanni XXIII fu adoperata anche da Montini nella sua enciclica e durante il suo pontificato.
Il dialogo con il mondo è un’occasione per una duplice posizione di partenza: verso la comprensione apostolica, certo, ma anche verso l’impegno nell’ambito secolare. Se Paolo VI ci esorta al primo, ci mette però in guardia nei confronti del secondo. Il Papa era perfettamente informato circa alcune crisi sorte all’interno della Chiesa cattolica e nelle Chiese separate. Sia nell’ambito filosofico che in quello pratico operativo, era necessario tracciare chiaramente il percorso da seguire della rettitudine morale e del comportamento conseguente. Per questo Paolo VI ci mette in guardia contro la moda che fa proseliti anche nel campo del pensiero. Ma non basta parlare tanto per parlare. La parola esige alcune regole, sagge e da rispettare, soprattutto quando la parola di un uomo si incontra e si intreccia con la parola di un altro uomo; di qui il Papa stabilisce con rigore le condizioni del dialogo della Chiesa con il mondo, e di conseguenza dell’uomo con l’uomo e di un popolo con un altro popolo.
Il primo carattere che Paolo VI attribuisce al dialogo è la carità; il dialogo suppone ed esige capacità di comprensione, è un travaso di pensieri, è un invito all’esercizio delle facoltà superiori dell’uomo e basta questa sua iniziale esigenza per stimolare la nostra sollecitudine apostolica al fine di rivedere il nostro linguaggio: se è comprensibile, popolare, selettivo, eccetera. Da questa prima caratteristica deriva la seguente: la mitezza, che Cristo ci propone di apprendere da lui stesso; il dialogo non è orgoglioso, non è irritante, non è offensivo; la sua autorità è intrinseca, per la verità che spiega, per la carità che diffonde, per l’esempio che propone. Il terzo carattere è la fiducia; tanto nel valore della parola in sé, quanto nell’attitudine di accoglierla da parte dell’interlocutore, la fiducia promuove l’amicizia e unisce gli spiriti in una mutua adesione a un bene che esclude ogni fine egoista. Il quarto carattere è la prudenza pedagogica, la quale prende molto in considerazione le condizioni psicologiche e morali di colui che ascolta: se bambino, se ignorante, se impreparato, se sfiduciato, se ostile; e si sforza di conoscere la sensibilità dell’interlocutore e di modificare razionalmente le forme della propria presentazione per non risultare molesto e incomprensibile.
Il Pontefice espone le sue direttive anche riguardo al dialogo tra diverse confessioni religiose, tra diverse concezioni della vita, tra diverse culture e razze: «Non vogliamo rifiutare il nostro rispettoso riconoscimento ai valori spirituali e morali delle varie confessioni religiose non cristiane» (Ecclesiam suam, 112). Anche tra comunità di ideali diversi: e per questo Paolo VI raccomanda di non trascurare di utilizzarlo «là dove, in reciproco e leale rispetto, sarà benevolmente accettato» (ibidem). Poiché, effettivamente, tra le varie religioni, come tra i diversi popoli, si debbono promuovere e difendere gli ideali comuni «nel campo della libertà religiosa, della fratellanza umana, della buona cultura, della beneficenza sociale e dell’ordine civile» (ibidem).
L'Osservatore Romano