Tra il 9 e 10 novembre 1938 la Notte dei cristalli in Germania, Austria e Cecoslovacchia.
Anticipiamo le riflessioni che il rettore del Seminario Rabínico Latinoamericano a Buenos Aires terrà presso la Sacred Heart University nel Connecticut il 10 novembre.
(Abraham Skorka) Sono ormai passati settantasei anni da quella buia notte della storia, quando quasi tutte le sinagoghe in Germania e in Austria furono distrutte dai nazisti. Nonostante le terribili leggi discriminatorie antisemite promulgate a partire dal 1933, quando i nazisti giunsero al potere in Germania, fu quella la notte in cui tutti compresero chiaramente che la violenza contro gli ebrei non sarebbe terminata fino alla loro espulsione o alla loro eliminazione dall’Europa. Una storia di mille anni di presenza ebrea in Ashkenaz si concludeva.
Quella notte ebbe inizio una delle espressioni più ripugnanti della perversione umana. Da allora, l’idea dell’umanesimo e il suo significato esigono una definizione nuova.
La Shoah non fu prodotta dalla rabbia o da un momento di cecità collettiva. Giorno dopo giorno, per anni, decine di migliaia di persone furono testimoni passivi della deportazione dei propri vicini. Altri li condussero verso la morte, altri ancora ne trasformarono i corpi in cenere: furono incapaci di riconoscere la condizione umana negli ebrei.
L’abilità dei nazisti consistette nel concentrare i diversi sentimenti antiebraici, che nei secoli si erano sviluppati in Europa, in un odio ben cristallizzato. Dov’erano dunque gli intellettuali? Perché furono così pochi coloro che si preoccuparono veramente del destino dei propri fratelli?
Il prossimo 27 gennaio ricorrerà il settantesimo anniversario della liberazione del campo di concentramento di Auschwitz, che segna simbolicamente la fine dell’attività delle fabbriche di morte. Quello stesso giorno rappresenta un punto di partenza, il momento per la formulazione delle domande più angoscianti che dobbiamo porre a noi stessi, come anche alle generazioni future fino alla fine dei tempi: «Com’è possibile che persone cresciute in una cultura evoluta abbiano modificato le proprie norme di rispetto e di considerazione per “l’altro” e partecipato, con atti o omissioni, all’assassinio di persone così vicine a loro? Dov’era in quei terribili giorni la coscienza morale costruita nel corso di duemila anni di cristianesimo e di cultura greco-latina?».
Cerchiamo di trovare nella Bibbia le risposte a queste domande. Nella letteratura biblica l’essere umano viene descritto come creatura dotata di liberum arbitrium, con potere decisionale. Gli angeli, secondo l’interpretazione tradizionale ebraica, non hanno il potere della libera scelta. Possono solo eseguire le richieste di Dio. La parola comune ebraica per angelo ha la stessa radice della parola che indica un lavoro, una professione. Gli angeli, come apprendiamo dal Salmo 103 (20-21), non fanno altro che obbedire ai comandi di Dio come schiere celesti. Come si legge nella Bibbia: «Benedite il Signore, voi tutti suoi angeli, potenti esecutori dei suoi comandi, pronti alla voce della sua parola. Benedite il Signore, voi tutte, sue schiere, suoi ministri, che fate il suo volere».
Secondo gli insegnamenti dei saggi talmudici, l’essere umano ha caratteristiche degli angeli e degli animali. Ha una coscienza, cammina eretto e parla nella lingua sacra come gli angeli; mangia, beve e si moltiplica come gli animali. Al di là dell’interpretazione letterale della frase, c’è l’idea che lo spirito celeste e gli istinti terreni facciano parte della costituzione dell’essere umano e che il primo sia in lotta con i secondi.
La lotta tra questi due aspetti umani è la sfida che, secondo la Bibbia, Dio ha proposto alla più alta tra le sue creature. Uno dei versi più significativi del Pentateuco (Deuteronomio 30, 19) testimonia il grido disperato di Mosè al suo popolo nel nome di Dio: «Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra: io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter così abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe».
Scegliere la vita non è semplice; occorre estirpare tutta la pulsione mortale che c’è nel proprio essere. Due cose nel testo biblico hanno meritato il concetto di santità. Entrambe sono collegate al dominio che gli esseri umani devono raggiungere sui propri istinti. Uno è il codice delle prescrizioni alimentari, l’altro il codice delle leggi di comportamento sessuale.
Malgrado le molteplici ragioni proposte come spiegazioni del significato profondo delle prescrizioni alimentari, la visione dei saggi talmudici su questo tema sembra essere quella più solida. Nel trattato Yoma (67B) si legge: «I nostri maestri insegnavano: “Metterete in pratica le mie prescrizioni” (Levitico 18, 4)». Si riferisce a quelle leggi che, se non fossero scritte nella Torah, andrebbero scritte, e queste sono: il divieto dell’idolatria, la morale sessuale, lo spargimento di sangue, la rapina e la blasfemia. E «osserverete le mie leggi» (Levitico 18, 4) si riferisce a quelle alle quali Satana obietta, ovvero: mangiare maiale, sha’atnez, halitzah, e così via. Potreste forse pensare che si tratta di cose vane, perciò la Scrittura dice: «Io sono il Signore» (Levitico 18, 4), io, il Signore, l’ho reso uno statuto e voi non avete nessun diritto di criticarlo.
Non c’è nessun motivo logico che possa spiegare il senso dei dettagli delle prescrizioni alimentari, ma la loro ragione profonda potrebbe essere vista come un ostacolo, di modo che le persone possano esercitare il dominio sui loro impulsi. Non vi è permesso di mangiare tutto quello che desiderate; ci sono restrizioni. Dovete controllare il vostro cibo prima di metterlo in bocca, per quanto possiate essere affamati.
Dopo aver elencato le prescrizioni alimentari, la Scrittura dice: «Poiché io sono il Signore, che vi ho fatti uscire dal Paese d’Egitto, per essere il vostro Dio; siate dunque santi, perché io sono santo» (Levitico 11, 45). La santità viene acquisita attraverso il dominio sugli impulsi umani.
Lo stesso concetto emerge nel contesto delle leggi che regolano il comportamento sessuale (Levitico 20, 26), ed è così che gli esegeti tradizionali (Rashi, Ramban, Bahya ben Asher e altri) spiegano il verso 19, 2 del Levitico. La santità è volta a elevare i componenti celesti che fanno parte della condizione umana attraverso la sublimazione delle passioni terrene.
C’è un secondo punto di cui tener conto. La persona o il popolo che hanno raggiunto un momento di santità non hanno la garanzia di continuare a rimanervi. I Figli d’Israele hanno dato prova a Dio di un sublime atto di fede quando hanno abbandonato l’Egitto e si sono addentrati nel deserto, come dice Geremia in modo straordinariamente poetico (2, 2). Hanno vissuto un momento speciale e unico nella storia umana, avvicinandosi a Dio come mai era accaduto prima, quando si trovarono dinanzi al Signore ai piedi del monte Sinai. E il Signore si rivelò loro come non aveva mai fatto prima con nessun altro popolo. Ma quaranta giorni dopo questo evento tanto speciale, il Figli d’Israele caddero nelle peggiori forme della perversione.
La grandezza spirituale, inoltre, non è una proprietà acquisita che i genitori possano lasciare in eredità a figli e nipoti. Da Giudici 18, 30 apprendiamo che il nipote di Mosè fu un sacerdote pagano. Manasse, re di Giuda, era un terribile peccatore, suo padre, re Ezechia, un uomo retto. Ognuno deve costruire il proprio essere. Attraverso una vita di giustizia, rettitudine e amore si diffondono scintille di luce durante la propria esistenza, ed esse mantengono il loro splendente bagliore che illuminerà l’esistenza di altri nelle generazioni future.
Analizzando le preghiere quotidiane ebraiche, appare subito chiaro che c’è l’intenzione di mettere in evidenza la sfida della ricostruzione dell’essere, per infondere al nuovo giorno la più alta moralità e spiritualità. Ogni nuovo giorno rappresenta una nuova sfida, un nuovo esame, ed esige una nuova ricostruzione della mente e dello spirito. Gli esseri umani hanno uno strumento potente per ricordare questa sfida eterna: la memoria storica. Mosè l’ha indicato in uno degli ultimi momenti della sua vita, dicendo: «Ricorda i giorni del tempo antico, medita gli anni lontani. Interroga tuo padre e te lo farà sapere, i tuoi vecchi e te lo diranno» (Deuteronomio 32, 7).
Quando l’individuo perde la sua prospettiva di vita nella propria esistenza e ritiene che lui, o la sua fortuna, avranno un potere eterno, quando sente ciecamente di essere solo nell’universo e che nessun’altra presenza condivide con lui l’esistenza, solo il sottile messaggio della storia ha il potere di fargli cambiare idea.
Le uniche cose che ci ha lasciato la Shoah sono il nostro dolore e la nostra storia ben documentata. Con il passare del tempo il dolore si dissolverà nella storia e solo i racconti parleranno alle generazioni future. La fedele memoria del passato è l’esperienza esistenziale che possiamo ricevere al fine di affrontare la vita.
È questo il significato autentico e profondo del precetto che ci dice di ricordare tutti i giorni della nostra vita la liberazione dall’Egitto (Deuteronomio 16, 3). L’esperienza storica della schiavitù deve spingere le nostre coscienze all’impegno per la libertà di generazione in generazione.
Dio ci ha anche comandato di ricordare Amalec e il male che ha fatto (Deuteronomio 25, 17), un male per il quale i figli d’Israele hanno sofferto nel loro cammino dopo avere lasciato l’Egitto. Questo passo del Deuteronomio sottolinea con due verbi differenti il precetto di “fare memoria” del male compiuto da Amalec: «ricordati» e «non dimenticare». Il male può essere una parte drammatica della nostra esistenza ed è necessario ricordarlo. Il precetto biblico chiede di essere consapevoli del male che può colpirci, e al tempo stesso di non essere indifferenti al male che affligge i nostri vicini.
Quando insieme con l’allora arcivescovo di Buenos Aires, Jorge Bergoglio, ho analizzato il concetto di diavolo, al quale abbiamo dedicato un capitolo nel nostro libro di dialoghi Sobre el cielo y la tierra (2010), abbiamo avuto percezioni diverse in merito.
Bergoglio ha sviluppato il concetto dell’esistenza di un diavolo che ha la propria esistenza al di fuori dell’uomo e sfida l’uomo e Dio. Io ho sostenuto la prospettiva secondo cui il diavolo sta nella struttura spirituale dell’uomo, che deve lottare contro lui. Ho concluso il dialogo affermando: «Alla fine, accettare il concetto generale del male spetta alla libera volontà di ogni individuo. Tutto il resto dipende dalle nostre percezioni e interpretazioni dei testi che consideriamo sacri. Quel che è chiaro è che esiste qualcosa, che si tratti dell’istinto o del diavolo, che si presenta a noi come sfida da superare di modo che possiamo estirpare il male. Non possiamo essere governati dal male». E Bergoglio ha concluso il capitolo con la frase: «È proprio questa la battaglia dell’uomo sulla terra».
Rileggendo oggi questo capitolo, mi viene in mente un passaggio del Talmud, che in qualche modo rispecchia le nostre opinioni: «I nostri maestri insegnavano: sei cose sono state dette dei diavoli: hanno tre caratteristiche degli angeli che servono Dio, e tre degli esseri umani. Le tre degli angeli: hanno ali come gli angeli, volano da un angolo all’altro del mondo come gli angeli e, come gli angeli, sanno che cosa accadrà. Davvero sanno che cosa accadrà, pensate? No, semplicemente ascoltano dietro la tenda [celeste] come gli angeli. E tre caratteristiche degli esseri umani: mangiano e bevono come gli uomini, si riproducono come gli uomini e muoiono come gli uomini» (Talmud babilonese, Hagiga 16A).
Oggi il mondo continua a presentarci il volto del male e il diavolo. E il mandato biblico, come le parole dell’allora arcivescovo di Buenos Aires e attuale Papa Francesco, ci interpellano con insistenza: non dimenticate! Non state da una parte! «È proprio questa la battaglia dell’uomo sulla terra».
L'Osservatore Romano
