giovedì 20 novembre 2014

La credibilità del testimone



Chiesa e missione. 

Mistero e comunione. Dal 19 al 21 novembre si svolge presso la Pontificia Università Lateranense il convegno «La Chiesa, mistero e comunione, 1964-2014» Pubblichiamo stralci della prolusione introduttiva del cardinale prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e della relazione di Gilles Routhier (Université Laval, Canada) «Al di là della Chiesa ad intra / Chiesa ad extra: la Chiesa come sacramento di salvezza».
(Gilles Routhier) La diffusione del Vangelo e l’attività missionaria della Chiesa guidano il rinnovamento della Chiesa. La comprensione della Chiesa a partire dalla nozione di sacramento, inteso come una realtà visibile che si fa segno nella storia e che porta in sé un elemento interiore di grazia, conduce a considerare la vita della Chiesa stessa, la sua realtà di popolo di Dio radunato e la sua figura istituzionale, come linguaggio che dice qualcosa nel mondo, diventa un segno che rimanda al vangelo della riconciliazione.
Pensare la Chiesa come sacramento di salvezza, salvezza intesa come riconciliazione o comunione, porta a ripensare all’evangelizzazione non solo come attività della Chiesa, autonoma in rapporto all’esistenza storica della Chiesa, ma come testimonianza donata al mondo dalla Chiesa, popolo di Dio, inscritta nella storia degli uomini e che si rende segno del Regno che deve venire. 
L’evangelizzazione non presuppone soltanto l’elaborazione di strategie comunicative più adeguate ed efficaci, ma è di fatto legata alla conversione o alla riforma della/nella Chiesa, conversione che non è soltanto individuale, ma conversione e rinnovamento della Chiesa, nelle sue funzioni, nelle sue pratiche, nelle sue attitudini e figure istituzionali. La testimonianza offerta dalla Chiesa è legata a ciò che essa è come realtà visibile inserita nella storia, l’Assemblea del popolo di Dio. Si sorpassa allora la dicotomia della Ecclesia ad extra e dell’Ecclesia ad intra. La vita della Chiesa, la sua realtà tangibile e visibile, le sue funzioni e le sue forme istituzionali, condizionano e determinano la sua capacità di essere segno escatologico nel mondo del Vangelo della riconciliazione e della salvezza. Si può osservare che le ricorrenze della nozione di sacramento per parlare di Chiesa si ritrovano soprattutto nei documenti dedicati al rapporto della Chiesa al mondo (Gaudium et spes e Ad gentes) e laddove il concilio parla della realtà più intima della Chiesa (Sacrosanctum concilium) ma sempre per esprimere la stretta relazione fra queste due dimensioni. 
Concepire la Chiesa come segno dell’unità fra gli uomini e della loro unione con Dio, impegna la Chiesa in una testimonianza, in seno all’umanità e attraverso tutto ciò che è, al mistero della riconciliazione e della comunione che è chiamata a esprimere. Non c’è più allora dissociazione fra l’essere e il fare della Chiesa, fra ciò che essa è e ciò che essa annuncia. L’evangelizzazione è allora pensata integrando la testimonianza resa nella vita della Chiesa. Ancor prima dell’annuncio in parola del mistero della riconciliazione, essa stessa è discorso sulla riconciliazione, come del resto suggerisce la Gaudium et spes : «Promuovere l’unità corrisponde infatti alla intima missione della Chiesa, la quale è appunto “in Cristo quasi un sacramento, ossia segno e strumento di intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano”. Così essa mostra al mondo che una vera unione sociale esteriore discende dalla unione delle menti e dei cuori, ossia da quella fede e da quella carità, con cui la sua unità è stata indissolubilmente fondata nello Spirito Santo» (42, 3).
Come sacramento, realtà mondana o visibile, realtà epifanica che svela o manifesta una realtà spirituale che occorre discernere e riconoscere, la Chiesa, attraverso la sua vita e le sue opere, annuncia qualche cosa al mondo. Così, ciò che la Dei Verbum afferma di Cristo, cioè che non è semplicemente attraverso ciò che dice che rivela il mistero del Regno, ma anche e soprattutto attraverso ciò che Egli è, può essere detto della Chiesa, mantenendo la proporzione necessaria fra i due termini. Se la Chiesa è sacramento del Regno o del mondo riconciliato, lo è, parafrasando la Dei Verbum, attraverso la sua intera presenza, attraverso tutto ciò che essa mostra di se stessa, attraverso le sue opere e i suoi segni, e non compie opera di evangelizzazione semplicemente attraverso le sue parole. Questa visione rinvia direttamente alla questione del rinnovamento o della riforma della/nella Chiesa, il cui obiettivo non è semplicemente un rinnovamento delle strategie, delle forme istituzionali, delle pratiche e dei funzionamenti in modo che esse siano più performanti ed efficienti: ciò che è in gioco è la sua testimonianza. Se tutta la vita della Chiesa è linguaggio e se la Chiesa parla attraverso tutto ciò che è, allora, non può permettersi di essere d’inciampo al suo stesso continuo rinnovarsi, alla sua conversione permanente e alla sua riforma che mai è definitivamente compiuta. Evangelizzare non è un’attività esteriore della Chiesa che si realizza e si diffonde attraverso i suoi programmi e le sue iniziative. La Chiesa evangelizza in primo luogo a partire da ciò che essa è, perché la sua vita va intesa come linguaggio e la sua figura visibile entra a far parte del mondo dei segni. 
Il rapporto stretto fra ciò che la Chiesa dice attraverso la sua predicazione e ciò che essa è e fa rinvia alla teologia della Rivelazione sviluppata nel numero 2 della Dei Verbum il quale afferma che «questa economia della Rivelazione comprende eventi e parole intimamente connessi, in modo che le opere, compiute da Dio nella storia della salvezza, manifestano e rafforzano la dottrina e le realtà significate dalle parole, mentre le parole proclamano le opere e illustrano il mistero in esse contenuto». 
Questo legame stretto fra parole e opere (presenza e azione) che caratterizza l’economia della Rivelazione deve, mutatis mutandis, essere ricondotto al livello dell’economia dell’evangelizzazione. Se la Chiesa annuncia attraverso la sua predicazione la salvezza che è la riconciliazione o la comunione, quest’ultime devono essere espresse o manifestate nell’intera esistenza della comunità ecclesiale, la sua vita, la sua presenza, le sue istituzioni, l’esistenza dei cristiani. Certo, la Chiesa conosce lo scarto che sempre esisterà fra ciò che proclama e ciò che essa è e vive, ma essa non deve lasciare che questo scarto diventi più consistente, altrimenti si mette in discussione la testimonianza resa al Vangelo. 
Tutto ciò porta a domandarsi cosa dica al mondo, in merito alla salvezza, la realtà ecclesiale nella figura storica attraverso la quale la incontriamo. Mettendo l’accento sul valore del segno della Chiesa veniamo condotti, come si è fatto nel Vaticano II, a interrogarci su ciò che dice la Chiesa attraverso la sua intera presenza e la sua vita, le sue attitudini e i suoi comportamenti, il suo linguaggio e il suo stile, le sue figure istituzionali e i suoi costumi. Tutte queste espressioni della Chiesa sono un linguaggio che parla spesso in modo più eloquente del messaggio che annuncia, e rischia di diventare un ostacolo all’annuncio del Vangelo o di oscurare e di confondere l’annuncio qualora la luce di Cristo non rifulgesse più con tutto il suo splendore sul volto della Chiesa. Insomma, sono in gioco la credibilità del testimone e della parola che egli pronuncia. Non si potrebbe concludere meglio questa riflessione che riprendendo un passaggio del decreto Unitatis redintegratio: «La Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno. Se dunque alcune cose, sia nei costumi che nella disciplina ecclesiastica e anche nel modo di enunziare la dottrina — che bisogna distinguere con cura dal deposito vero e proprio della fede — sono state osservate meno accuratamente, a seguito delle circostanze, siano opportunamente rimesse nel giusto e debito ordine».
L'Osservatore Romano