lunedì 17 novembre 2014

La sfida della nuova Solidarnosc

Family Act, la sfida della nuova Solidarnosc
di Lorenzo Bertocchi

Piazza Farnese è piena, nonostante il cielo minacci pioggia e nonostante tutto sia stato organizzato in tempi stretti e con scarsi fondi. Nel giro di qualche settimana, così, è nato il Family Act, un contenitore “di servizio” voluto dall’Ncd per promuovere e difendere la famiglia naturale. Si è trattato di una manifestazione aperta, rivolta soprattutto all’associazionismo, ma anche ad altri esponenti politici che desideravano immischiarsi in questa battaglia. Eugenia Roccella, cui va riconosciuto un grande impegno per l’organizzazione dell’evento, ha voluto sottolineare che «la politica ha bisogno di un popolo che l’accompagni, ma anche che le indichi la strada». Le circa 20 associazioni che si sono alternate sul palco hanno risposto all’appello, vedremo se la politica saprà raccogliere le indicazioni chiare che sono puntualmente arrivate.
Secondo Simone Pillon del Forum della Associazioni Familiari è necessario che «la politica si riappropri di parole come vero, falso, giusto e sbagliato. Sono state dimenticate, ma la realtà non cambia». Per questo Agostino Carloni di Alleanza Cattolica ha detto che «siamo qui per lanciare un appello al Governo e alle istituzioni che sembrano aver dimenticato le battaglie per la famiglia». I problemi sul piatto sono noti: «tutti i bambini hanno il diritto di avere una mamma e un papà», ha ricordato Stefano Ceci (Mcl), riecheggiando lo slogan della Manif pour tous, e «la famiglia naturale è l’unità aggregativa basilare della società». Anche perché, ha ricordato De Santis delle Famiglie Numerose, «senza famiglia il welfare non reggerà».
Francesca Romana Poleggi di “ProVita Onlus” ha ricordato che l’impegno delle associazioni èinnanzitutto quello di «dare voce a chi non a voce: i bambini sono i primi che dobbiamo tutelare e proprio per loro non dobbiamo accettare nessuna forma di unione civile riconosciuta. Perché lo Stato si deve impegnare a proteggere la famiglia, tutto il resto può trovare tutele negli strumenti normativi già esistent». Il neurochirurgo Massimo Gandolfini, presidente dell’associazione “Vita è”, ha ricordato che l’adesione al Family Act è dovuta al fatto che «ci troviamo di fronte a una vera e propria emergenza antropologica. Non si devono aprire falle nei confronti della famiglia e non possiamo accettare che i bambini vengano educati nelle nostre scuole all’idea che non appartengono a un sesso, ma a un genere scelto». Il problema dell’educazione e dell’ideologia gender è stato sollevato da molti rappresentati delle associazioni. A questo proposito il direttore della rivista “Tempi”, Luigi Amicone, ha ricordato il caso della Germania in cui una coppia di genitori è stata condannata a 40 giorni di galera per non aver mandato la figlia a un corso di educazione sessuale previsto per le elementari. «Oggi», ha detto Amicone, «il problema non è la difesa di qualcosa, ma l’attacco contro un sistema che mostra un volto totalitario. Piano, piano crescerà la Solidarnosc in Italia e in tutto l’Occidente, perché la devastazione a cui sta assistendo il nostro mondo, anche quella economica, è dovuta innanzitutto a questo attacco che vuole disgregare l’alleanza tra uomo e donna, e isolarci come individui».
Per tentare di costruire questa Solidarnosc evocata da Amicone hanno dato il loro contributo anche i “Nonni 2.0”, rappresentati da Giuseppe Zola; il Comitato “Sì alla Famiglia” di Roma con Stefano Nitoglia; il Forum delle Associazioni Familiari del Lazio con Emma Ciccarelli; i Giuristi per la Vita con Spinelli, l’Unione Giuristi Cattolici Italiani nella persona di Alberto Gambino; l’Alleanza Evangelica Italiana con il pastore Stefano Bogliolo; il Movimento Cristiano Riformisti con Antonio Mazzocchi e il Movimento “Per” con Olimpia Tarzia; “Nuovi Orizzont”i con Paola Rizzo, Aibi con Marzia Masiello. Dal punto di vista culturale ci troviamo di fronte a uno scontro in atto tra due visioni antropologiche, una naturale che costruisce una società fondata appunto sulla “natura”, e l’altra individualistica che vuole centrare tutto intorno al singolo e ai suoi desideri. «Cos’è più ideologico», si chiede Gandolfini (“Vita è”),: «dire che i bambini hanno bisogno di una mamma e un papà, oppure inventare delle strutture per cui è assolutamente ininfluente che il bambino possa chiamare mamma un uomo, o papà una donna?» «É bene che la politica si interessi della famiglia», ha ricordato Masini della comunità Giovanni XXIII, «ma prima di tutto se ne deve interessare ognuno di noi. Perché da parte di tutti oggi è necessaria la testimonianza autentica del valore della famiglia». 
Dalle associazioni arriva un richiamo al vero, al giusto, al bello, senza il quale continueranno a prevalere falsità e ingiustizia, compromessi e giochi al ribasso. Sembra effettivamente che la situazione sia seria e che ognuno se ne debba fare carico. Qualcuno ha parlato della necessità di una nuova Solidarnosc occidentale. «É iniziata così tanti anni fa all’Est», ha concluso Luigi Amicone. «Una resistenza di pochi, senza complessi di inferiorità. Ma le persone hanno vinto».


Mail alla Curia di Milano 


«Nessuna scusa alla lobby gay» Inviamo email alla Curia di Milano
di Riccardo Cascioli

Il caso delle scuse della Curia di Milano - per la lettera ai professori di religione in cui si chiedeva di far sapere in quali scuole si svolgono programmi finalizzati a diffondere l’ideologia gender – non cessa di provocare reazioni. Al punto che sabato Giuliano Ferrara, direttore de Il Foglio, ha invitato a inviare mail alla Curia di Milano (irc@diocesi.milano.it) con un semplice messaggio: «Noi non ci scusiamo. Vogliamo sapere». Anche noi invitiamo a scrivere allo stesso indirizzo, ma con un messaggio un po’ diverso, di cui parleremo più avanti.
Il punto di partenza è infatti il notare una novità in quanto sta accadendo. Nelle ultime settimane infatti, a piegare la testa davanti alla pressione omosessualista sono vescovi che pure anche recentemente hanno tenuto posizioni chiare, sostenendo pubblicamente l’unicità della famiglia naturale contro attacchi fuori e dentro la Chiesa. Così si rimane spiazzati nel vedere monsignor Cesare Nosiglia, arcivescovo di Torino, e il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, scusarsi per colpe non commesse, solo cedendo davanti all’aggressione verbale di giornali laicisti e organizzazioni omosessualiste.

E non ci si può non chiedere il perché questo accada. Certo, la pressione esterna è forte e - nel caso di Milano – non deve essere piacevole scoprire che i primi a tradire la missione educativa sono alcuni insegnanti di religione, talmente vigliacchi da passare documenti riservati a Repubblica invece che affrontare a viso aperto il responsabile della Curia e casomai contestare la lettera inviata. Del resto ce lo si poteva aspettare visto che molti insegnanti di religione sono stati formati alla scuola del cardinale Carlo Maria Martini, che conRepubblica flirtava e secondo cui su questi temi «la Chiesa è in ritardo di duecento anni».
Forse, anche nei vescovi meglio intenzionati subentra un senso di solitudine quando ci si vede circondati da ogni parte e traditi all’interno. E si cede. Forse è per questo. In ogni caso è giusto far sentire a questi pastori che – sebbene i media facciano credere il contrario – c’è ancora un popolo cristiano che segue fedelmente il magistero della Chiesa, è impegnato nello sforzo educativo, e chiede ai suoi pastori una guida sicura e decisa. Per questo è utile anche inviare mail, non tanto per condannare o per insegnare all’arcivescovo il suo mestiere, ma per fare sentire che c’è un popolo che lo sostiene nel resistere alla violenza del mondo e che vive in prima persona la responsabilità educativa, in famiglia e nella scuola. Per questo anche io personalmente ho inviato una mail all’indirizzo irc@diocesi.milano.it con questo testo: «Nessuna scusa a chi vuole manipolare i nostri figli. La Chiesa non può abdicare al compito educativo». E invito tutti a fare altrettanto.
La questione educativa appunto. È proprio su questo punto che si è consumato il pasticcio della diocesi milanese. L’ufficio della Curia che si occupa dell’insegnamento della religione cattolica si è scusato per avere usato un linguaggio inappropriato. Ma rileggiamo la lettera incriminata, quella che ha fatto parlare di “schedatura” delle scuole da parte della Chiesa milanese: 
«Cari colleghi, come sapete in tempi recenti gli alunni di alcune scuole italiane sono stati destinatari di una vasta campagna tesa a delegittimare la differenza sessuale affermando un'idea di libertà che abilita a scegliere indifferentemente il proprio genere e il proprio orientamento sessuale. Per valutare in modo più preciso la situazione e l'effettiva diffusione dell'ideologia del "gender", vorremmo avere una percezione più precisa del numero delle scuole coinvolte, sia di quelle in cui sono state effettivamente attuate iniziative in questo senso, sia di quelle in cui sono state solo proposte».
Cosa c’è di inappropriato in questo testo? Assolutamente nulla, né nella descrizione del fenomeno – assolutamente oggettiva – né nella volontà di capire quanto sia esteso. Per comprendere l’assurdità della canea scatenata da Repubblica e soci basti pensare cosa sarebbe successo se la lettera avesse avuto questo contenuto: «Cari colleghi, come sapete in tempi recenti alcuni alunni di scuole italiane sono state vittima del bullismo omofobico. Per valutare in modo più preciso…». Applausi a scena aperta, «la Chiesa è più avanti del governo», proposta del Nobel per la Pace per l’arcivescovo e via di questo passo.
Pensiamo invece a cosa ha detto recentemente papa Francesco: «Vorrei manifestare il mio rifiuto per ogni tipo di sperimentazione educativa con i bambini. Con i bambini e i giovani non si può sperimentare. Non sono cavie da laboratorio! Gli orrori della manipolazione educativa che abbiamo vissuto nelle grandi dittature genocide del secolo XX non sono spariti; conservano la loro attualità sotto vesti diverse e proposte che, con pretesa di modernità, spingono i bambini e i giovani a camminare sulla strada dittatoriale del “pensiero unico”. Mi diceva, poco più di una settimana fa, un grande educatore: “A volte, non si sa se con questi progetti - riferendosi a progetti concreti di educazione - si mandi un bambino a scuola o in un campo di rieducazione”» (Alla Delegazione dell'Ufficio Internazionale Cattolico dell'Infanzia, BICE, 11 aprile 2014). 
E di fronte alla chiarezza di queste parole si può ragionevolmente chiedere scusa solo per aver cercato di capire quanto siano vere? Di essersi mobilitati - con molta discrezione e senza fretta - per porre riparo a questi moderni campi di rieducazione?
L’educazione dei nostri figli non spetta allo Stato e tantomeno all’Arcigay. Spetta anzitutto alle famiglie; e la Chiesa ha tutto il diritto di formare i suoi insegnanti e prepararli a riconoscere e affrontare la gravità dell’ideologia che sta penetrando nella scuola. Ci sono tanti insegnanti che già sono seriamente impegnati in questa decisiva missione educativa. Come potranno affrontare l’ostilità e le imboscate del mondo se appare evidente che al primo baubau saranno mollati da curie e vescovi?
È bene dunque che la Curia di Milano riprenda chiaramente in mano la situazione e magari chiarisca anche cosa ci sarebbe di inappropriato nel linguaggio usato.
E a proposito di chiarimenti, oggi se ne impone uno anche al cardinale Scola. Sabato, a margine di un dibattito su tutt’altro tema, è tornato sulla vicenda della lettera ai prof di religione rivendicando da una parte il diritto a impostare certi problemi secondo la prospettiva cattolica, ma anche facendo questa affermazione: «La Chiesa è stata lenta sulla questione omosessuale». È la seconda volta in poche settimane che esprime questo concetto, almeno a quanto riportato dai giornali. Un mese fa, in un’intervista a Repubblica aveva infatti affermato: «È fuori dubbio che siamo stati lenti nell'assumere uno sguardo pienamente rispettoso della dignità e dell'uguaglianza delle persone omosessuali».

Allora il direttore di Culturacattolica.it, don Gabriele Mangiarotti, aveva reagito così: «Sono sacerdote da 40 anni, e ho incontrato, nel dialogo e nella confessione, tante persone omosessuali. In questo ministero mi ha aiutato l’atteggiamento della Chiesa, del Catechismo, e mi è sempre sembrato un sostegno che, nella verità e nella misericordia, ha aiutato le persone a un cammino umano e cristiano. E in questo non mi sono trovato né lento né poco rispettoso. E con me tanti altri confratelli. Non capisco proprio questo continuo mea culpa per colpe che non ho commesso!».
Allora, per uscire dall’ambiguità è bene che il cardinale Scola chiarisca cosa intenda per “lentezza” della Chiesa. Se leggo il Catechismo, non ci sono spazi per equivoci riguardo al rispetto e alla dignità delle persone con tendenze omosessuali. Né ci sono documenti che incitino alla discriminazione o siano accondiscendenti con eventuali violenze. Piuttosto, se guardiamo la situazione di tanti seminari, la realtà di alcune diocesi e settori della Chiesa, dovremmo piuttosto dire che c’è un colpevole ritardo nel rendersi conto della pericolosità di una certa acquiescenza nei confronti dell’omosessualità praticata e teorizzata. A maggior ragione, certe affermazioni stonano considerando l’omosessualizzazione forzata in atto nella nostra società.
Per cui chiediamo ancora una volta al cardinale Scola di parlare con chiarezza: cosa intende concretamente per «lentezza della Chiesa sulla questione omosessuale»?