giovedì 20 novembre 2014

Male minore? Parliamone…


di Fabrizio Cannone
“Un artefice sapiente produce un male minore per evitarne uno maggiore: come il medico taglia un membro perché l’intero corpo non perisca” (S. Tommaso, Sth I, q. 48, art. 6).
In certa pubblicistica cattolica, generosa e zelante nelle intenzioni, si è fatta strada da tempo l’dea peregrina che il male minore non esisterebbe, oppure non sarebbe da scegliere mai, e questo perché la cosiddetta teoria del male minore sarebbe indice di lassismo e di compromesso.
Ma se così fosse, tutta la storia della Chiesa e la vita di innumerevoli suoi santi sarebbe afflitta da un vizio irreparabile che l’avrebbe spinta ad agire, praticamente da sempre, secondo una logica sbagliata e fallace. La frase citata in apertura però basta da sola a dimostrare il contrario. E il concetto filosofico di male come carenza di bene è sufficiente a spiegare come mai infinite volte uomini di Dio e Pontefici, mistici ed eroi della carità abbiano scelto un male minore ovvero un bene non massimo, ma un bene che comunque non era esente dal male, il quale lo rendeva così privo di qualche perfezione.
Noi vedremo brevemente, seguendo il pensiero del Dottore Comune, cosa sia il male e che caratteristiche esso presenti. Da questa sommaria descrizione, teologico-filosofica circa il concetto di male in sé, si avranno quegli elementi di base per cogliere la liceità di scelte morali che, in un certo senso, possono essere chiamate come “opzione del male minore”, in rapporto però a mali maggiori e reali, che altrimenti verrebbero prodotti. Oppure in rapporto a beni maggiori che in quelle circostanze non vanno preferiti.
L’intera questione 49 della prima parte della Summa Teologica (che noi citeremo, per semplificare, senza riportare il numero degli articoli che la compongono) è dedicata alle cause del male e per l’Angelico la conoscenza delle cause ci dà la conoscenza della cosa in sé. Precedentemente, nella questione 48, s. Tommaso aveva spiegato che esistono due mali di fondo: il male della colpa e il male della pena. E che il male della pena è così relativo alla colpa commessa che può essere un vero bene e Dio stesso è spesso autore del male della pena (ma mai del male della colpa). Un male, come la pena, può e deve essere considerato anche un vero bene per gli effetti correttivi a cui mira. E’ questo che certuni non capiscono, ignorando la teoria tomista dell’analogia. Così il male minore può essere altresì il bene maggiore che si può praticare in un dato momento storico.
Ma qual è l’origine del male? Anzitutto il male viene definito dall’Angelico come “la mancanza di un bene che dovrebbe naturalmente essere posseduto”. Bisognerebbe riflettere a lungo su questa definizione essenziale. D’altra parte, si aggiunge poco dopo, che “ogni ente, in quanto tale, è un bene”. L’essere sta al non-essere come il bene al male (cf. I, q. 5, aa. 1, 3). Il male è così ridotto a mancanza, ma una mancanza di bene che non dovrebbe darsi. Come un cieco che possiede “il bene della vita, mentre la mancanza della vista costituisce il suo male” (I-II, q. 18, a. 1). Come il peccato che è una mancanza di qualcosa che si dovrebbe avere: mancanza di bontà, di giustizia, di purezza, di fede, di umiltà… Ma allora da dove viene il male? Esso, essendo una privazione più che una realtà positiva, non può che venire da ciò che già esiste, come la natura, l’uomo o l’angelo. Così, paradossalmente, il male viene dal bene. “Non c’è altra sorgente che il bene da cui possa derivare il male”, scrive s. Agostino citato da san Tommaso.
Quindi il bene è causa del male, ma solo accidentalmente e indirettamente. Così come “la bontà del fuoco causa il male dell’acqua, e l’uomo che è buono per la sua natura causa un atto moralmente cattivo”.
San Tommaso stabilisce anche che Dio non è causa del male morale, ma può essere causa del male (analogico) della corruzione o distruzione di una cosa. Infatti, “Il Signore fa morire e fa vivere” (1 Sam 2,6). E d’altra parte non esiste “un primo principio del male [o sommo male, o male assoluto], come invece esiste un primo principio del bene”. Che è Dio stesso, bene infinito e universale.
Cerchiamo di riflettere sul male in rapporto alla visione dello stesso che ne offre il Dottore Comune. Alla luce del fatto che Dio stesso non impedisce, per l’ordine della creazione e il bene comune dell’universo, una serie indefinita di mali (come il peccato), e a volte causa il male della pena e quello della morte, si dovrebbe essere più attenti nel giudicare (a priori o a posteriori) sbagliata la ricerca di ogni male minore. Non esiste infatti, dopo il peccato originale, un mondo completamente privo di male, né esiste un uomo senza limiti, difetti, peccati. L’intera realtà umana è contingente e il bene che può farsi, è sempre inferiore rispetto al bene possibile (almeno in astratto). Alcuni santi, nel loro slancio ascetico, hanno fatto una sorta di voto di scegliere sempre il massimo bene possibile, ma questa posizione massimalista non può estendersi a tutti (è meglio pregare 5 ore al giorno o 2? Siamo sicuri che 5 sia sempre meglio? Ed è meglio andare a messa 3 volte al giorno o una sola? Cosa è meglio? Di sicuro l’equilibrio e la prudenza ce lo indicano). D’altra parte il bene massimo in una virtù rischia di mortificarne un’altra e la via di mezzo è la via migliore da seguire nell’ambito della condotta morale (esiste infatti anche l’eccesso di zelo, di coraggio, di forza, etc.). Così insegna l’Angelico (I-II, q. 64)
Un esempio pratico della logica del male minore da favorire circa il tema scottante dell’aborto. San Giovanni Paolo II, che nella Veritatis splendor aveva ribadito l’assolutezza della legge morale, nell’’Evangelium vitae ammette che si possa, coerentemente con il rifiuto totale dell’aborto e delle leggi abortiste, votare una norma che abolisca solo in parte l’aborto (norma che qui chiameremo legge 195). Ma a condizione che sia una tappa per realizzare il bene morale intero, ovvero la soppressione della legge abortista come tale. Certo una legge che ammette l’aborto poniamo fino al primo mese dal concepimento resta una legge comunque cattiva; ma nondimeno essa è certamente migliore della legge 194 che ammette l’aborto nei primi 3 mesi di gravidanza. Possiamo anche dire che la supposta legge 195 sarebbe un male minore rispetto all’attuale legge 194. Ma questo male minore sarebbe oggettivamente quel bene maggiore che andrebbe assolutamente favorito con il voto, l’impegno e la lotta. Quella legge sarebbe cattiva, ma anche in una certa misura, buona: chi vede in ciò una contraddizione ignora l’ABC dell’etica tomistica. Si legga Tommaso: “ogni azione tanto ha di bontà quanto possiede di entità; e per quanto l’azione umana manca di pienezza entitativa […] altrettanto manca di bontà, e viene detta cattiva” (I-II, q. 18, a. 1). Chi riuscisse a farla approvare dal Parlamento, seguendo la morale cristiana, non sarebbe colpevole degli aborti praticati (immoralmente ma legalmente) nel primo mese di vita del nascituro (permessi dalla nuova legge), ma sarebbe responsabile della salvezza di migliaia di bambini, non abortiti nel secondo e nel terzo mese di gravidanza (a patto ovviamente che la legge fosse rispettata). I puristi, o teorici del non-male minore, astenendosi dal votare la legge 195 (aborto permesso solo entro il primo mese dal concepimento) sarebbero, essi sì, responsabili degli aborti praticati nel secondo e nel terzo mese (se la legge 195 a causa loro non passasse), poiché volendo il bene massimo ora de facto irrealizzabile (abolizione di ogni legge abortista), avrebbero favorito il mantenimento del male maggiore della 194 (rispetto alla auspicabile, nelle tristi condizioni attuali, legge 195).
Nello stesso spirito la S. Penitenzieria, nel 1822 (Denz. 2715), autorizza le mogli a non opporsi al male minore del rapporto sessuale onanistico con il marito, se costui le minacciasse di violenza e di gravi sevizie. Un’altra risposta della S. Penitenzieria autorizza i confessori a non interrogare i coniugi onanisti circa l’uso del matrimonio, anche perché l’ignoranza della legge scusa dal peccato (Denz. 2760, parzialmente corretta in una risposta successiva, Denz. 3187). Una risposta della Penitenzieria del 1880 autorizza i rapporti sessuali nei soli periodi infecondi (Denz. 3148), giudicati da taluni come una scelta inferiore di bene, rispetto ai rapporti sessuali nei periodi fecondi. Addirittura, auctores probati ammettono che si possa consigliare un peccato minore (male minore) rispetto a quello che uno si era proposto di fare (cf. E. Jone ofm, Compendio di teologia morale, Marietti, 1955, [con imprimatur] p. 102).
Tutti i Concordati siglati dalla Santa Sede in epoca moderna e contemporanea avevano ove più ove meno delle deficienze e delle carenze, di vario tipo e genere. Erano cattivi (in un certo senso) rispetto al modello ipotetico di Stato confessionale ideale (o ad uno spesso mitizzato medioevo…), ma erano buoni in rapporto alla situazione storica contingente in cui furono sanciti: si pensi a quello con l’Italia del ’29, con la Germania nazista e molti altri. In nome del bene maggiore in teoria realizzabile possiamo condannarli poiché rappresenterebbero un male minore (rispetto all’assenza di accordi tra Stato e Chiesa) o un compromesso? Dobbiamo sempre ricercare nella vita morale, familiare e sociale, il massimo bene astrattamente concepibile? Il cosiddetto male minore deve essere sempre evitato, persino rischiando di favorire in tal modo un male maggiore? Ammettiamo che esistano 2 soli candidati da votare per eleggere (democraticamente) il nuovo presidente della Repubblica e uno sia nettamente migliore dell’altro, rimanendo però cattivo (rispetto alla piena legge morale insegnata dalla Chiesa). Dovrei astenermi dal votare il candidato migliore, poiché comunque non buono in tanti aspetti, rischiando di contribuire alla elezione del candidato certamente peggiore, come fanno quelli che non votano mai, non essendoci attualmente alcun partito pienamente conforme alla dottrina sociale della Chiesa?
Tutti questi quesiti e molti altri risultano sciolti o almeno illuminati dagli esempi addotti e dalle autorevoli opinioni riportate (s. Tommaso, il Magistero e la prassi secolare della Chiesa).