venerdì 21 novembre 2014

Non so chi sia Dio ma se ci credi tu, ci credo anch'io...

"Non so chi sia Dio ma se ci credi tu, anch'io ci credo..."

La vicepresidente di Nuovi Orizzonti, Daniela Martucci, racconta di un'evangelizzazione che si propaga con l'esempio di vita e con la gioia, più che con le parole

di Luca Marcolivio
Un cristianesimo gioioso, in grado di contagiare chi è triste perché ha dimenticato Cristo o non lo ha mai conosciuto. È questo il carisma di Nuovi Orizzonti, uno dei movimenti presenti al congresso La gioia del Vangelo: una gioia missionaria... (Cfr. Evangelii gaudium, 21), la cui vicepresidente, Daniela Martucci, ha reso testimonianza stamattina.
A colloquio con ZENIT, la Martucci ha raccontato la sua quasi ventennale esperienza nella comunità fondata da Chiara Amirante, nella quale l’evangelizzazione parte essenzialmente dall’esempio di vita, più che dalla predicazione.
Signora Martucci, che testimonianza ha portato al congresso sui movimenti?
Sono stata chiamata come delegata di Nuovi Orizzonti, di cui sono vicepresidente, a parlare della gioia e del coraggio di uscire verso le periferie: la stessa gioia e lo stesso coraggio che hanno segnato la mia esperienza. Mi hanno affidato questo tema sulla base di quello che, in questo senso, papa Francesco ci dice nella Evangelii gaudium.
Come ha conosciuto Nuovi Orizzonti?
Io, che vengo da una vita ‘normale’, ho raccontato il mio incontro più forte con Gesù che è coinciso con l’ascoltare Chiara Amirante in una testimonianza sull’avvio della sua avventura: Chiara aveva iniziato facendo apostolato per strada e, da un semplice incontro con un ragazzo al terzo tentativo di suicidio, bastò chiedergli “come stai?”, perché lui ci ripensasse e le dicesse: “se c’è ancora qualcuno al mondo disposto a fermarsi e chiedere ‘come stai’ a uno come me, vale la pena vivere”. Ho ascoltato queste parole e mi sono sentita sollecitare in profondità, perché, in fondo, si trattava proprio di aver incontrato Gesù e portato a farlo conoscere. In quell’occasione mi ero resa conto che ancora non Lo avevo incontrato davvero: lì iniziò la mia esperienza con Nuovi Orizzonti ed anche con Gesù Risorto.
Conobbi la comunità nel 1996, all’età di 24 anni, poi, qualche anno dopo, sono entrata in comunità, lasciando lavoro e casa ed oggi mi occupo a pieno servizio della formazione in quest’opera. Poi, siccome a Dio piace scegliere ciò che è debole… sono diventata vicepresidente di questo meraviglioso dono di Dio che è Nuovi Orizzonti. Intanto, due anni e mezzo fa, mi sono sposata: la nostra associazione prevede l’apertura a tutti gli stati di vita e ad una forma di ‘consacrazione privata’ che permette anche alle famiglie di fare una scelta di consacrazione e donazione completa a Dio.
È difficile per lei conciliare gli impegni familiari con quelli del movimento?
Possiamo dire che, per me, l’esperienza del matrimonio e dell’aver trovato il mio stato di vita e di realizzazione anche umana, ha migliorato la qualità del mio servizio agli altri. Grazie a Dio, anche mio marito è attivo in Nuovi Orizzonti, quindi si è raddoppiata la possibilità di colpire il cuore di tutti…
Nella Chiesa i movimenti sono numerosi e anche molto diversi tra loro a livello di carisma: in che modo possono collaborare?
Si può iniziare, cercando di conoscersi per apprezzare la bellezza degli uni e degli altri e per trovare anche delle occasioni per lavorare insieme. Proprio perché siamo diversi e unici, insieme siamo forti. Ciascuno magari è quello che l’altro che non può essere e, siccome la Chiesa ha bisogno di tutti, solo mettendoci insieme si può essere quello per cui Dio ci ha pensato per il servizio alla Chiesa. Anche momenti come questo congresso, possono essere delle opportunità di fare il bene insieme senza perdere l’unicità di ciascuno ma imparando a collaborare.
Nella sua esperienza con Nuovi Orizzonti, c’è stato un momento particolarmente forte o un episodio che vale la pena raccontare?
Ogni momento lo è! Sicuramente tante situazioni particolari mi hanno fatto capire meglio cosa ero chiamata a fare. Mi viene in mente un ragazzo accolto dalla strada che mi ha detto: “Io tante volte ho provato ad avvicinarmi a Dio e ad entrare in una chiesa ma vedevo tutti talmente tristi che mi sono detto: se è questo… ‘preferisco vivere’!”. Ho capito quindi che questo ragazzo non aveva bisogno di chiacchiere o parole di convincimento ma di vedere la gioia nella mia vita. Un altro ragazzo arrivò in comunità che non credeva più nell’amore, era ferito, con il cuore molto chiuso: quando si è reso conto che gli volevo bene davvero e gratuitamente, mi disse: “io non so chi è questo Dio in cui credi perché mi vuoi bene ma… se ci credi tu, ci credo anche io”. Episodi come questi mi hanno fatto capire che siamo chiamati ad essere ponti per le persone ma con la vita, non con le parole.
Il motto di Nuovi orizzonti è: E gioia sia! che richiama molto l’esortazione apostolicaEvangelii Gaudium. Cosa possiamo fare noi cristiani per tirare fuori questa gioia?
Quando lo Spirito Santo suscita un carisma nuovo è perché si è reso conto che manca ciò che sta suscitando. Allora ci ha chiesto di gridare, con la nostra vita, che il Vangelo è una notizia bella, che è gioia. E noi ci impegniamo ad essere noi stessi in questa gioia, provando a contagiare tutti quelli che vorrebbero vedere la gioia e non la trovano. La nostra esperienza è a trecentosessanta gradi: le missioni di strada, gli incontri nelle scuole, nelle strade, nelle piazze. Cerchiamo di raggiungere tutti, ovunque essi si trovino, proprio perché il mondo sta morendo per la mancanza di gioia e in nessun tempo più di quello che stiamo vivendo si è sperimentata di più l’angoscia di vivere. Noi dobbiamo essere la Gioia che è Lui.
Il cristianesimo, quindi, non è solo ed esclusivamente nella Croce…
Sì, è così! Spesso durante le testimonianze dico: “Gesù è morto ma poi è risorto!”. Quindi, nella Croce siamo chiamati a testimoniare la bellezza di un amore pronto a dare la vita ma l’obiettivo è la pienezza della nostra gioia, non la Croce che pure è senz’altro un passaggio ‘obbligato’, perché la vita è una croce che Dio ha voluto abitare, ridonandocela però trasfigurata. Il cristianesimo, quindi, dovrebbe essere questa bella notizia: Gesù è morto ma poi è risorto.

*

I movimenti ecclesiali a servizio di tre Papi

Il cardinale Rylko e Guzman Carriquiry tra i relatori al Congresso Mondiale promosso dal Pontificio Consiglio per i Laici


Si è conclusa a Roma la seconda giornata del terzo Congresso Mondiale dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità, voluto dal Pontificio Consiglio per i Laici per rispondere alla chiamata alla conversione missionaria che papa Francesco ha rivolto a tutti i cristiani nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium.
Più di 300 membri di associazioni laicali provenienti da circa 100 realtà di più di 40 paesi del mondo si sono riuniti per riflettere sul tema “La gioia del Vangelo: una gioia missionaria (cfr. EG 21). Si tratta del terzo incontro di questo tipo dopo quelli voluti da Giovanni Paolo II nel 1998 e da Benedetto XVI nel 2006.
Il cardinale Rylko, presidente del Pontificio Consiglio per i Laici, ha introdotto ieri mattina i lavori ricordando il ricco Magistero degli ultimi pontefici su quella che Giovanni Paolo II ha definito «La nuova stagione aggregativa dei fedeli laici»
Il porporato ha ricordato come “l’improvvisa e inaspettata fioritura di tante nuove realtà ecclesiali […] è stata interpretata dal Magistero pontificio come una risposta tempestiva dello Spirito Santo alla difficile sfida dell’evangelizzazione del mondo contemporaneo. In particolare, san Giovanni Paolo II ha seguito e guidato da vicino il rapido sviluppo dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità, accompagnandoli con la sua parola chiara e illuminante”.
Nella Pentecoste del 1998, ha continuato il cardinale, “Papa Wojtyła decise di imprimere una svolta nella storia della nuova stagione aggregativa dei fedeli laici: con intuito profetico indicò una nuova tappa per la vita dei nuovi carismi, che ormai necessariamente doveva seguire la fioritura iniziale, ovvero la tappa della maturità ecclesiale”.
Il Presidente del Pontificio Consiglio per i Laici ha proseguito la sua rassegna del Magistero sottolineando che per Benedetto XVI “la multiformità e l’unità dei carismi e ministeri sono inseparabili nella vita della Chiesa. Lo Spirito Santo vuole la multiformità dei movimenti al servizio dell’unico Corpo che è appunto la Chiesa”.
Il cardinale Rylko ha poi ricordato come papa Francesco, che conosce bene la realtà dei movimenti ecclesiali insiste nel dire che i nuovi carismi “non sono un patrimonio chiuso, consegnato ad un gruppo perché lo custodisca; piuttosto si tratta di regali dello Spirito integrati nel corpo ecclesiale, attratti verso il centro che è Cristo, da dove si incanalano in una spinta evangelizzatrice”.
I lavori sono proseguiti con la relazione del prof. Hadjadj che ha offerto la propria lettura deisegni dei tempi per porre le basi della discussione successiva.
Secondo Hadjadj, “Cristo ci avverte che colui che respinge la grazia, finisce per perdere la natura, colui che ignora il Creatore, finisce per dimenticare la creatura, colui che disprezza l’invisibile, non sa più vedere che quello che vuole”.
La seconda giornata del Terzo Congresso mondiale dei movimenti ecclesiali e delle nuove comunità è stata caratterizzata da due tavole rotonde precedute dalla relazione introduttiva di Guzman Carriquiry, a lungo sottosegretario del Pontificio Consiglio per i Laici ed oggi vice presidente della Commissione per l’America Latina.
Carriquiry ha inserito il cammino dei movimenti in quella che ha definito l’ora di grazia del pontificato di papa Francesco. In questo contesto “la prima domanda che dobbiamo porci - ha detto - è questa: lo Spirito di Dio cosa ci sta dicendo, cosa ci sta chiedendo di cambiare, per mezzo dell’odierno pontificato? Cosa dicono concretamente le sue parole e  i suoi gesti al nostro movimento, alla nostra comunità? Se non ci poniamo a fondo queste domande è forse segno preoccupante del nostro rimanere attaccati alle nostre sicurezze, incuranti delle sorprese dello Spirito”.
Una delle questioni centrali dell’odierna giornata di lavori è stata quella sul rapporto di papa Francesco con i movimenti ecclesiali. Carriquiry ha spiegato che papa Bergoglio li conosce bene e li apprezza fin da quando era arcivescovo di Buenos Aires.  Ma c’è una diversità nel suo approccio: “il suo stile sembra più pacato. Forse non suscita la vostra auto-esaltazione. Vuol dire che è meno convinto dei movimenti? No! Forse è più esigente”.
Per papa Francesco, secondo Carriquiry, il cuore del problema è la conversione missionaria: “se abbiamo applaudito quando papa Benedetto ha richiamato i movimenti ecclesiali ad essere sempre di più collaboratori del ministero universale del Papa, quanto importante è sentirsi chiamati, tra l’altro, dal Medio Oriente in tempesta (in cui le minoranze cristiane rischiano di scomparire) all’ Estremo Oriente (dove c’è un “mondo” da evangelizzare). Sentirsi chiamati anche dai Paesi africani assai abbandonati, dai Paesi del continente americano (che hanno bisogno urgente di rivitalizzare la loro tradizione cattolica), dall’ Europa sempre più scristianizzata (dove, in molte parti, si può parlare di un mondo post-cristiano), dalla Russia sino alla Siberia (nel dialogo con l’Ortodossia e gli enormi territori senza cura pastorale). Occorre anche proseguire sulla strada dell’ecumenismo con i nostri fratelli cristiani e nel dialogo e nell’amicizia con i credenti di altre tradizioni religiose. Guai a qualsiasi imborghesimento!”.
I lavori sono continuati con la tavola rotonda dal titolo Un popolo dai molti volti, all’interno della quale Daniela Martucci, mons. Dominique Rey, p. Gianfranco Ghirlanda ed Anna Pelli hanno individuato alcuni ambiti concreti nei quali i movimenti possono vivere la conversione pastorale e missionaria chiesta da papa Francesco.