venerdì 21 novembre 2014

Per l’amore silenzio e tempo



La Giornata «pro orantibus». Il 21 novembre, nella ricorrenza della Presentazione della Vergine Maria al tempio, la Chiesa celebra la Giornata pro orantibus con l’intento di ricordare il grande dono della vita contemplativa e il contributo di preghiera che quotidianamente le claustrali offrono alla vita dei cristiani e al mondo intero.

(Elena Francesca Beccaria) “La forma di vita delle Sorelle Povere, istituita dal beato Francesco è questa: Osservare il santo vangelo...” (Regola di S. Chiara I, 1-2): così Chiara d’Assisi in apertura della Forma vitae. Di fatto, questo vale per ogni vita integralmente contemplativa: o è evangelica o non è; o parla di Gesù, o è muta. Quel Volto che ogni contemplativa cerca, quella Parola che si protende ad accogliere, deve poi farsi carne in un vissuto concreto, semplice, quotidiano, che parli efficacemente di Lui. 

Gesù afferma che dà prova di amarlo veramente chi accoglie i suoi comandamenti e li osserva. Qui affonda le sue radici la vita contemplativa, come ci mostra la stessa Madre santa Chiara nella Terza lettera a s. Agnese di Praga, là dove ricorda che la sola anima fedele è più grande del cielo, in quanto può essere dimora del Creatore, di Colui che nessuna cosa creata può contenere. Sono parole grandi, che aprono orizzonti pieni di respiro e di vita, che allargano il cuore e la mente ben oltre le mura della clausura. Parole capaci di nutrire da sole una vita intera. Ed è significativo che tutto questo, questo vivere immerse nell’Amore di Dio, spendendo il proprio tempo per Lui, per cercare di accoglierlo e di custodirlo, richieda come condizione di accogliere e custodire i suoi comandamenti.
L’amore di Dio e l’amore del prossimo, questo è necessario per divenire contemplative, per vedere Dio, che è Bellezza e che è Amore. È ancora santa Chiara a ribadirlo: l’anima dell’uomo fedele è dimora e sede del Creatore “soltanto grazie alla carità”. Come questo è avvenuto nella sua vita? Come si ama in clausura, allora come oggi? Si dice di Chiara che “la sera dopo compieta stava longamente in orazione con abundantia de lacrime. E circa la mezzanotte similmente se levava alla orazione… e resvegliava le sore…” Queste erano le notti di Chiara: pregava dopo compieta, pregava a metà della notte, alzandosi per prima. Così diceva al Signore il suo amore per Lui. L’amore richiede tempo, chiunque ama veramente lo sa. Lo stare in clausura vuole essere un desiderio di garantire all’amore per il Signore il tempo giusto, cercando di custodire la vita da tutto il resto. L’amore richiede silenzio, perché vive e si nutre di momenti di intimità con l’Amato. E l’intimità ha bisogno di un luogo custodito, di confini che la circoscrivano e la proteggano. Anche questo, chi ama lo sa. L’amore richiede rinuncia. Perché tante penitenze, in una donna solare e amante della vita come Chiara, se non per amore? L’amore richiede coraggio, perché vivere con Gesù e per Gesù, vuol dire vivere della sua stessa passione per l’uomo.
Questa la successione dei tempi dell’amore: credere all’amore di Dio, lasciarsi trasformare da questo amore, divenire sorgente d’amore per il mondo, prima per il mondo più prossimo, poi per ogni fratello e sorella misteriosamente raggiunti dall’onda di bene che da un monastero di clausura si riversa nella Chiesa e nel mondo.


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La vita contemplativa ha qualcosa da dire a tutti. Uno sguardo che cerca il bene nascosto in ogni cosa

(Patrizia Girolami, Ordine di santa Chiara) Sono una monaca a cui la Chiesa dedica la Giornata Pro orantibus. Per alcuni forse ormai solo “una specie in via d’estinzione”. Ma non parlo per una categoria. Perché la contemplazione è un bene primario universale, disponibile e necessario per tutti, non da specialisti o gente del mestiere. È contemplativo lo sguardo di stupore e di meraviglia del bambino che gioca con le cose e con la vita. È contemplativo lo sguardo di chi fissa negli occhi la persona che ama senza parlare. È contemplativo lo sguardo gioioso e sereno di un anziano che ha imparato a conoscere la misura e il senso dei suoi giorni. È contemplativo lo sguardo di luce di chi soffre sapendo che non è vano il suo soffrire.
Si potrebbe dire che la contemplazione è uno sguardo posato sull’essenziale. Uno sguardo che cerca l’essenziale, la realtà intima e profonda di ogni cosa. Che cerca il bene, la verità, la bellezza nascosti in ogni cosa. Uno sguardo che domanda, che s’interroga, che desidera, che attende, che insegue un significato in tutto ciò che esiste. Uno sguardo che non si ferma all’apparenza, ma varca la soglia del visibile sui sentieri dell’invisibile. Uno sguardo che, in tutto questo, lo sappia o no, cerca un solo Volto: quello noto o appena intravisto o ancora sconosciuto di Dio. Perché così ci ha fatti Dio. Desiderosi di Lui. Perennemente in cerca di Lui. Inquieti finché non riposiamo in Lui. Perché in noi Dio ha lasciato un’impronta della sua presenza.
Uno sguardo, sì, perché “contemplare” appartiene al lessico del “vedere”, della “vista”. Ma non come un sognare a occhi aperti o fantasticare. Bensì come uno scrutare, attentamente, ogni cosa, ogni frammento del reale. Una sorta di “doppia vista” si direbbe, un occhio capace di penetrare la profondità delle cose e al tempo stesso di andare oltre, al di là, dove queste hanno la loro radice. Di risalire dalle cose al loro Autore. Di riconoscere nelle cose la traccia infinita e la mano del Creatore, nella trama degli eventi il disegno di Chi da sempre ama l’uomo e gli si fa incontro.
Il verbo “contemplare” contiene in sé la parola templum, “tempio” (cum-templum). Il templum era la porzione circoscritta del cielo, lo spazio abbracciato dallo sguardo, in cui l’antico augure osservava il volo degli uccelli per trarne auspici. Ma il templum è diventato il “tempio”, il luogo sacro, ugualmente delimitato, in cui c’è Dio, in cui è possibile incontrare Dio. Si può dire, allora, che la contemplazione è propria di chi vive e abita il reale come un tempio, di chi considera il tempo e lo spazio come il luogo della dimora e dell’incontro con Dio. Di chi fissa lo sguardo sulle cose in cerca della sua Presenza. Per questo il contemplativo non è uno con la testa nelle nuvole, ma con i piedi ben fissi sulla terra. Uno che ama e conosce la realtà, che paradossalmente la “possiede”, perché ne ricerca il senso e ne intravede l’origine e la meta. Uno che ama e conosce la realtà, perché vive come in un tempio, sperimentando in ogni circostanza la compagnia fedele di Dio, il suo “esserci”. Che ama e conosce, perché la contemplazione non è uno sguardo solo degli occhi, ma anche del cuore. Perché l’essenziale, diceva Saint-Exupery, è invisibile agli occhi e si vede col cuore. La contemplazione è uno sguardo che vede e che ama, che conosce amando e ama conoscendo. È conoscenza e amore, insieme. Anche per questo è un “doppio sguardo”. Avviene nella contemplazione come quando ci si ferma a guardare la foto di una persona cara, che sta lì, sul tavolo, dinanzi a noi. Forse perché anche questo è un atto in sé eminentemente “contemplativo”. Guardiamo e riguardiamo un’immagine, indugiamo su particolari chissà quante volte già visti, conosciamo e riconosciamo un volto, e quel volto è amorevole presenza interiore perché è un volto che amiamo. Ci appartiene e noi apparteniamo a lui. Vive dentro di noi.
Così è nella contemplazione: lo sguardo conosce, riconosce e ama. Vede, come riflesso nelle cose, nelle persone, nelle situazioni i lineamenti del volto di Dio che ci ama. Scopre la sua presenza. Coglie una relazione. Avverte la sua premurosa vicinanza. È lì, con noi, accanto a noi, e ci offre la sua quotidiana amicizia, la possibilità di vivere con Lui quel rapporto intimo e personale che dà gusto, pienezza e senso alla vita. Perché la vita si gusta, si assapora quando se ne conosce il senso, quando si scopre il volto di Colui che ce la dona.
Ed è questo sguardo, allora, che si fa “orante”, che diventa preghiera. Uno sguardo che abbraccia l’esistenza e la pone dinanzi a Dio, la presenta a Dio. Che riconosce che tutto ciò che esiste viene da Dio. Uno sguardo che raccoglie il grido e il bisogno dell’uomo e lo fa giungere a Dio. Uno sguardo che si fa voce dell’uomo e di Dio, che ricorda Dio all’uomo e l’uomo a Dio. Perché il contemplativo, ogni contemplativo, è solidale con l’uomo e amico di Dio. Solidale con chi è nella gioia e con chi è nel pianto. Con chi è nelle tenebre e con chi è nella luce. Soprattutto perché sa che in quel volto, e in quel cuore, quelli di ogni uomo, c’è il volto di Dio. Che proprio a quel cuore, il cuore dell’uomo, di ogni uomo, vuol giungere il cuore di Dio.
Ecco perché la Giornata Pro orantibus ha qualcosa da dire a tutti. È un segno per tutti. Una parola per tutti. Lasciarsi sorprendere dalla compagnia di Dio. Oggi. Ora. Qui. In ogni istante. Accorgersi di una Presenza amica. Nella realtà. Nel quotidiano. In ogni gesto. Prova a pensare, a “guardare”, ai piccoli fatti di questa giornata, a tutto ciò che ti sta intorno, a quanti incontrerai sul tuo cammino: lì ti sta aspettando Qualcuno. Lì c’è Qualcuno. Qualcuno che ti ama. Che non ti lascia solo. Prova a vivere questa giornata con la certezza di questa compagnia che non ti abbandona mai. Avrai sperimentato anche tu che cos’è la “contemplazione”. E stasera sarai un po’ più felice. Nel tuo cuore ci sarà una gioia nuova. Piccola, segreta. E la tua giornata sarà stata più piena, più bella.
*Ordine di san Benedetto
Didascalia: Il 21 novembre, nella ricorrenza della Presentazione della Vergine Maria al tempio, la Chiesa celebra la Giornata Pro Orantibus con l’intento di ricordare il grande dono della vita contemplativa e il contributo di preghiera che quotidianamente le claustrali offrono alla vita dei cristiani e al mondo intero.
L'Osservatore Romano