venerdì 7 novembre 2014

Per un’India rispettosa delle sue diversità



L’episcopato sollecita una ferma condanna delle violenze sulle minoranze etniche e religiose. 

Estrema preoccupazione per il crescente clima di violenza religiosa è stata espressa, a nome della Catholic Bishops’ Conference of India, da padre Charles Irudayam, segretario esecutivo della Commissione Giustizia, pace e sviluppo, il quale, in una dichiarazione all’agenzia Fides, ha sollecitato il nuovo Governo del leader nazionalista Narendra Modi a un’azione più rapida e incisiva per scongiurare il ripetersi di episodi di intolleranza e, soprattutto, evitare così che il “silenzio” venga male interpretato dalla popolazione. Infatti, solo negli ultimi sei mesi i mass media hanno registrato oltre seicento casi di violenza contro le minoranze etniche e religiose.Proprio di recente nello Stato di Chhattisgarh, nell’India centrale — riferisce il sacerdote — «questi gruppi estremisti hanno promosso nuove violenze. Hanno impedito ai missionari e ai religiosi cristiani di entrare in alcune aree e in alcuni villaggi». Per questo la Commissione episcopale ha inviato una lettera di protesta ufficiale al Governo. Padre Charles ricorda poi come pochi giorni fa una larga fetta della società civile indiana abbia manifestato pubblicamente il proprio disagio chiedendo l’intervento delle autorità civili. Finora, però, aggiunge il religioso, «il Governo centrale non ha mai condannato le violenze». Atteggiamento che, viene rilevato, finisce per incoraggiare quanti vogliono «un’India riservata agli indù». Tuttavia, «questa idea va contro la nostra Costituzione, che traccia una nazione democratica e pluralista. È compito del Governo rispettare e far rispettare la Costituzione».
Pertanto, aggiunge, «in questa fase, la Chiesa indiana e i suoi vescovi sono in allerta e seguono con grande attenzione quanto accade». E «anche alcuni eminenti giuristi e intellettuali indù appoggiano questa posizione, chiedendo all’esecutivo un chiaro pronunciamento. Altrimenti, spiegano, le violenze sulle minoranze religiose aumenteranno». 
Quella della Chiesa è «una lotta non violenta», essa eleva «la voce in pubblico e verso Dio, con la preghiera. Il nostro è un impegno per l’armonia sociale e religiosa. Il Governo si sta focalizzando sullo sviluppo e sulla pulizia della città. Quello che occorre è, prima di tutto, una pulizia del cuore. Vogliamo un’India pulita, ma soprattutto dal cuore pulito, grazie alla pace, alla giustizia, alla fratellanza».
Nei giorni scorsi, come accennato, oltre trenta tra gruppi e associazioni, cristiane e non, hanno rivolto un appello al Governo centrale e ai Governi statali perché adottino «misure urgenti per porre fine alla campagna orchestrata e motivata da odio e violenza contro le minoranze religiose, che ha un impatto negativo sull’armonia sociale in molte città e villaggi, in numerose aree del Paese». Nell’appello, che ha trovato accoglienza e diffusione anche presso i gesuiti indiani riuniti nella rete «Jesa» (Jesuits in Social Action), si ricordava «il sostegno palese da parte dei leader politici a gruppi radicali ed estremisti indù» e «gli oltre 600 casi di violenza contro le minoranze», mentre i colpevoli restano impuniti. «L’impunità — si notava ancora nell’appello — incoraggia ulteriormente gli estremisti che agiscono al di fuori della legge», mentre la società civile chiede da tempo di fermare «quanti creano disarmonia e polarizzano la società». In questo senso, è stato sottolineato che «i primi 100 giorni del nuovo Governo hanno visto un crescendo di discorsi di odio contro musulmani e cristiani. La loro identità viene derisa, la loro cittadinanza messa in discussione, la loro fede sbeffeggiata. Si moltiplicano coercizioni, divisioni e sospetti. Gli attacchi alle minoranze religiose hanno assunto proporzioni allarmanti».
L'Osservatore Romano

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Santa Sede: cristiani e sikh insieme dalla parte degli ultimi

“Cristiani e Sikh: insieme per promuovere il servizio della carità” è il titolo del Messaggio del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, pubblicato in occasione della festa di Prakash Diwas che celebra il fondatore della religione Sikh, il Guru Nanak (1469-1539). I sikh (parola che significa “discepolo) sono circa 19 milioni e vivono per lo più nella regione indiana del Punjab. Fuori dell'India vivono quasi un milione di sikh, soprattutto in Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti.
“Il servizio della carità – si legge nel messaggio - si trova nel cuore di ogni grande religione. Per noi cristiani, trova la sua perfetta espressione nella persona stessa di Gesù. La sua descrizione più eloquente nella Sacra Bibbia si trova nella parabola del 'Buon samaritano' (Lc 10, 25-37)”.
Anche per i sikh – osserva il dicastero vaticano - la compassione e il servizio disinteressato sono concetti fondamentali. Nei testi sacri di questa religione si legge, tra l’altro: "Le mani e i piedi che fuggono il servizio sono deprecabili; le azioni diverse dal servizio sono inutili".
“Compiere il servizio della carità – afferma il Messaggio - significa entrare in contatto con i poveri, bisognosi, malati, anziani, diversamente abili, migranti, rifugiati, sfruttati e perseguitati”. E’ un servizio che trascende ogni barriera e chiede di rinunciare ai propri interessi nella consapevolezza che gli ultimi sono “nostri fratelli e sorelle e sono parte della nostra unica grande famiglia umana”. Si tratta di un'esperienza gratificante sia per chi dona che per chi riceve
“Le crescenti tendenze materialistiche, consumistiche e individualistiche nel mondo di oggi – sottolinea il dicastero - purtroppo, stanno rendendo gli esseri umani sempre più egoisti, insensibili e indifferenti ai bisogni e alle sofferenze degli altri. Denunciando queste tendenze preoccupanti”, Papa Francesco esorta a promuovere una cultura in cui ognuno si senta amato, voluto e curato, perché “nessuno va considerato inutile, fuori posto o da scartare"(Messaggio per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato, 3 settembre 2014).
Il Messaggio, infine, auspica che cristiani e sikh possano riscoprire l'importanza del servizio della carità nella vita personale e sociale, ispirando e incoraggiando anche gli altri in modo da promuovere la felicità, l'armonia e la pace in tutto il mondo, perché sia “migliore, più giusto e fraterno”.
Il Messaggio è firmato dal cardinale Jean-Louis Tauran e da padre Miguel Ángel Ayuso Guixot, rispettivamente presidente e segretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso.
Radio Vaticana