
A cinquant’anni dalla «Lumen gentium».
(Gerhard Muller) Per una giusta comprensione della Lumen gentium valgono i tre principi ai quali dobbiamo attenerci nell’interpretazione del concilio: il principio del testo intero, quello del concilio intero e il principio dell’insegnamento intero della Chiesa.
Ben presto i testi conciliari dovettero tener conto del pericolo di una lettura selettiva, che seguiva, come chiave di lettura, non il testo in questione, ma gli abbozzi, le idee e le correnti manifestatesi durante i lavori. Decisivo, però, era quello “spirito del concilio” che fu voluto, per tutti i documenti conciliari, da una stragrande maggioranza dei Padri.L’importanza del testo intero, finale, è legata anche alla rilevanza degli altri documenti conciliari, e cioè dell’intero concilio. Per la Lumen gentium ciò significa soprattutto la prossimità delle altre Costituzioni e la reciproca illuminazione per mezzo di esse: la Sacrosanctum concilium, che nell’«architettura del concilio» diede risalto al primato dell’adorazione di Dio; la Dei Verbum, che richiama la Chiesa al gesto dell’ascolto, proteggendola dall’ecclesiocentrismo; e la Gaudium et spes, che rimanda al mandato della Chiesa, alla sua missione.
In fin dei conti è il complesso della dottrina della Chiesa, soprattutto dei concili, a essere considerato come cornice ermeneutica. La Lumen gentium stessa lo ha testimoniato varie volte, e la costituzione dogmatica sulla divina rivelazione lo esprime validamente, quando afferma di succedere (inhaerens vestigiis) ai due concili precedenti. Karl Barth traduceva la formula giustamente con «andando avanti sulle orme di tali concili». Per una giusta ricezione del Vaticano II, questi due movimenti, “seguire le orme” e “andare avanti”, devono completarsi.
In occasione del 1500° anniversario del concilio di Calcedonia, Alois Grillmeier disse una parola che oggi suona quasi scandalosa, ma che proprio per questo continua a essere significativa per l’ermeneutica conciliare: «Studiare la storia dei vecchi concili e dei loro dogmi è come afferrare una catena che non può essere spezzata. Quando dico Calcedonia, intendo anche Efeso del 431, Costantinopoli del 381 e Nicea del 325. In realtà, per i Padri del IV e V secolo esisteva un concilio soltanto, sul quale hanno costruito tutti i concili seguenti: Nicea».
Nonostante i temi trattati dal Vaticano II fossero molto più diversificati rispetto alla discussione cristologica della tarda antichità; nonostante si dovettero affrontare temi completamente nuovi, mai apparsi sull’agenda dei concili precedenti, e nonostante il fatto che, nel Vaticano II, conservazione e innovazione si rapportarono spesso in modo antagonistico l’uno con l’altro, per un’adeguata lettura dei testi conciliari bisogna considerare la dottrina della Chiesa nel suo complesso, come si legge anche nelle tante citazioni che attingono ai Padri, nonché ai riferimenti dei concili precedenti.
In altre parole: la novità del Vaticano II non è un approccio radicalmente nuovo, che rompe con quello precedente, ma, paradossalmente, uno sguardo più ampio e la considerazione di una tradizione molto più grande. Da quanto espresso dai Padri conciliari nel 1962 sul primo schema De Ecclesia — compresi anche i discorsi del cardinale Frings di Colonia — emerge chiaramente che loro criticavano soprattutto questa restrizione alla teologia dell’Ottocento e Novecento, come emerge dall’abbozzo I. Secondo loro, un concilio ecumenico doveva trattare la Scrittura stessa, l’intera tradizione, i Padri greci inclusi.
Nel 2007, rispondendo a quesiti riguardanti alcuni aspetti dell’ecclesiologia, la Congregazione per la dottrina della fede proponeva la ragionevole formula di intendere l’ecclesiologia della Lumen gentium alla luce «dell’insegnamento globale della dottrina cattolica sulla Chiesa».