L’ultimo libro di Roberto Volpi sulla famiglia nella società contemporanea.
(Lucetta Scaraffia) Nel suo libro La nostra società ha ancora bisogno della famiglia? (Milano, Vita e Pensiero, 2014, pagine 178, euro 15) l’esperto di statistica Roberto Volpi esamina le ragioni socio-culturali della crisi della famiglia italiana — aprendo anche ampie finestre di confronto con gli altri Paesi europei — e offre al lettore un’analisi interessante e per molti versi inedita.
Volpi definisce la situazione attuale della famiglia come caratterizzata da un minor grado di responsabilità individuale, a cui si accompagna una ridotta utilità sociale nelle società post-moderne. In queste, infatti, è più coerente allo stile economico e sociale la moltiplicazione di centri individuali — piuttosto che familiari — di decisione e di scelta (e in un certo senso anche di potere), che permettono più elasticità nella vita di relazione, nei rapporti di lavoro e organizzativi della società.
Le società post-moderne si caratterizzano anche per una sorta di indifferenza nei confronti delle varie tipologie di famiglia, ma questo non si traduce in un atteggiamento di neutralità nei loro confronti, perché le soluzioni più facili — cioè quelle implicanti il minor grado di responsabilità e di istituzionalizzazione — tenderanno a prevalere rispetto a quelle più difficili. Lo prova la vorticosa diminuzione del matrimonio, e in particolare del matrimonio religioso, cioè quello che chiede il più alto grado di responsabilità.
Tanto che Volpi arriva a parlare addirittura di «annacquamento» della famiglia, quasi lo sciogliersi di questa forma sociale, processo che contribuisce a creare una società più fragile, meno vitale e solidale. A questa fragilità lo studioso contrappone la forza della società italiana degli anni Sessanta, anni in cui la famiglia tradizionale celebrava i suoi massimi successi e contribuiva in modo determinante allo sviluppo del Paese.
In quegli anni «la famiglia sta dietro agli italiani e li spinge e li trattiene dal cadere e dal lasciarsi andare allo sconforto delle sconfitte», anzi — scrive — «funziona da stimolo e raddoppia la voglia di fare», non è certo un fardello che intralcia l’affermazione dell’individuo, come spesso oggi viene concepita.
Con la crescita del tenore di vita cominciano a cambiare i modelli sociali di comportamento: nel 1974 arriva il divorzio e nel 1975 il nuovo diritto di famiglia, che segna la fine del modello patriarcale. Volpi insiste molto, giustamente, sui profondi cambiamenti che determina nella famiglia la trasformazione che stanno subendo i rapporti fra donne e uomini. L’autonomia economica delle donne, il loro rapido raggiungimento di livelli di istruzione superiori a quelli maschili, cambiano in modo significativo il funzionamento della famiglia: le donne diventano dominanti sia nella scelte economiche che nell’educazione dei figli, questioni prima compito paterno, semmai confortato dall’intervento nascosto della madre.
Dopo l’introduzione del divorzio infatti sono state le donne, nello stupore generale, ad approfittare in misura maggiore di quel vento che scuote l’indissolubilità del matrimonio, anche quello religioso. La famiglia non aveva mai conosciuto un cambiamento di paradigma così radicale e, come scrive Volpi, «sono le donne ad aver cambiato la famiglia e a esserne cambiate, non tanto — e certamente in una misura neppure paragonabile — gli uomini». E l’emergere in famiglia della donna e madre, a scapito dell’uomo e padre, ha segnato un forte affievolimento del conflitto fra genitori e figli. La madre diventa la regolatrice fondamentale dei legami familiari, ma questo spesso crea ostacoli alla maturazione dei figli, oltre a svuotare di senso il ruolo maschile, che sembra diventare solo un accessorio inutile.
Con lo sgretolarsi delle famiglie e il crollo delle nascite assistiamo sul piano sociale a uno scivolamento nell’irresponsabilità personale assai pericoloso che si accompagna a un appannamento dell’immagine del futuro: la famiglia oggi — se c’è — viene considerata un punto di arrivo, e non già un punto di partenza.
I coniugi quindi sono portati a “giocare in difesa” per difendere le acquisizioni individuali, invece che guardare al futuro affrontando insieme la società, imprimendo così alla vita in comune ben diversa vitalità. «Le famiglie — scrive Volpi — muoiono oggi di esperienze non condivise, di impegni non presi, di rischi non corsi, di speranze appassite, di paure subite, di chiusure e immobilismi al proprio interno».
L'Osservatore Romano