venerdì 16 gennaio 2015

Santa Messa con Vescovi, sacerdoti, religiose, religiosi e seminaristi, nella Cattedrale di Manila. Omelia di Papa Francesco


Nuovo tweet del Papa: "Le Filippine sono una testimonianza della giovinezza e della vitalità della Chiesa." (16 gennaio 2015)

*
Santa Messa con Vescovi, sacerdoti, religiose, religiosi e seminaristi, nella Cattedrale di Manila. Omelia di Papa Francesco: “Il Vangelo chiama ogni singolo cristiano a vivere una vita onesta, integra e impegnata per il bene comune. Ma chiama anche le comunità cristiane a creare “circoli di onestà”, reti di solidarietà che possono estendersi nella società per trasformarla con la loro testimonianza profetica
Sala stampa della Santa Sede
 
[Text: Italiano, Français, English, Español, Português]
«Mi ami?» [i fedeli: "Sì!"] Grazie! Ma io stavo leggendo la parola di Gesù! Dice il Signore: «Mi ami? … Pasci i miei agnelli» (Gv 21,15.16). Le parole di Gesù a Pietro nel Vangelo di oggi sono le prime parole che vi rivolgo, cari fratelli Vescovi e Sacerdoti, Religiosi e Religiose, e giovani Seminaristi. Queste parole ci ricordano una cosa essenziale: ogni ministero pastorale nasce dall’amore. Ogni ministero pastorale nasce dall’amore! Ogni vita consacrata è un segno dell’amore riconciliatore di Cristo. Come santa Teresa di Gesù Bambino, nella varietà delle nostre vocazioni, ognuno di noi è chiamato, in qualche modo, ad essere l’amore nel cuore della Chiesa.
Vi saluto con grande affetto. E vi chiedo di portare il mio affetto a tutti i vostri fratelli e sorelle anziani e malati e a tutti coloro che non si sono potuti unire a noi oggi. Mentre la Chiesa nelle Filippine guarda al quinto centenario della sua evangelizzazione, sentiamo gratitudine per l’eredità lasciata da tanti vescovi, sacerdoti e religiosi delle generazioni passate. Essi si sono sforzati non solo di predicare il Vangelo e di costruire la Chiesa in questo Paese, ma anche di forgiare una società ispirata al messaggio evangelico della carità, del perdono e della solidarietà al servizio del bene comune. Oggi voi portate avanti quell’opera d’amore. Come loro, siete chiamati a costruire ponti, a pascere il gregge di Cristo, e a preparare valide vie per il Vangelo in Asia all’alba di una nuova era.
«L’amore di Cristo infatti ci possiede» (2 Cor 5,14). Nella prima Lettura di oggi san Paolo ci dice che l’amore che siamo chiamati a proclamare è un amore riconciliatore, che promana dal cuore del Salvatore crocifisso. Siamo chiamati ad essere «ambasciatori in nome di Cristo» (2 Cor 5,20). Il nostro è un ministero di riconciliazione. Proclamiamo la Buona Novella dell’amore, della misericordia e della compassione senza fine di Dio. Proclamiamo la gioia del Vangelo. Poiché il Vangelo è la promessa della grazia di Dio, che sola può portare pienezza e risanamento al nostro mondo malato. Il Vangelo può ispirare la costruzione di un ordine sociale veramente giusto e redento.
Essere ambasciatore di Cristo significa prima di tutto invitare ogni persona ad un rinnovato incontro con il Signore Gesù (cfr Evangelii gaudium, 3). Il nostro incontro personale con Lui. Questo invito dev’essere al centro della vostra commemorazione dell’evangelizzazione delle Filippine. Ma il Vangelo è anche un appello alla conversione, ad un esame della nostra coscienza, come individui e come popolo. Come i Vescovi delle Filippine hanno giustamente insegnato, la Chiesa nelle Filippine è chiamata a riconoscere e combattere le cause della disuguaglianza e dell’ingiustizia, profondamente radicate, che macchiano il volto della società filippina, in palese contrasto con l’insegnamento di Cristo. Il Vangelo chiama ogni singolo cristiano a vivere una vita onesta, integra e impegnata per il bene comune. Ma chiama anche le comunità cristiane a creare "circoli di onestà", reti di solidarietà che possono estendersi nella società per trasformarla con la loro testimonianza profetica.
I poveri. I poveri sono al centro del Vangelo, sono al cuore del Vangelo; se togliamo i poveri dal Vangelo non possiamo capire pienamente il messaggio di Gesù Cristo. Come ambasciatori di Cristo, noi, vescovi, sacerdoti e religiosi, dovremmo essere i primi ad accogliere la sua grazia riconciliatrice nei nostri cuori. San Paolo spiega che cosa questo significhi. Significa rifiutare prospettive mondane, guardando ogni cosa di nuovo alla luce di Cristo. Ciò comporta che noi siamo i primi ad esaminare la nostra coscienza, a riconoscere i nostri fallimenti e cadute e ad imboccare la via della conversione continua, della conversione quotidiana. Come possiamo proclamare la novità e il potere liberante della Croce agli altri, se proprio noi non permettiamo alla Parola di Dio di scuotere il nostro orgoglio, la nostra paura di cambiare, i nostri meschini compromessi con la mentalità di questo mondo, la nostra mondanità spirituale (cfr Evangelii gaudium, 93)?
Per noi sacerdoti e persone consacrate, conversione alla novità del Vangelo comporta un quotidiano incontro col Signore nella preghiera. I santi ci insegnano che questa è la sorgente di ogni zelo apostolico! Per i religiosi, vivere la novità del Vangelo significa trovare sempre di nuovo nella vita e nell’apostolato della comunità l’incentivo per una sempre più stretta unione col Signore nella perfetta carità. Per tutti noi, significa vivere in modo da riflettere la povertà di Cristo, la cui intera vita era incentrata sul fare la volontà del Padre e servire gli altri. La grande minaccia a ciò, naturalmente, è cadere in un certo materialismo che può insinuarsi nella nostra vita e compromettere la testimonianza che offriamo. Solo diventando noi stessi poveri, diventando noi stessi poveri, eliminando il nostro autocompiacimento, potremo identificarci con gli ultimi tra i nostri fratelli e sorelle. Vedremo le cose sotto una luce nuova e così potremo rispondere con onestà e integrità alla sfida di annunciare la radicalità del Vangelo in una società abituata all’esclusione, alla polarizzazione e alla scandalosa disuguaglianza.
Qui desidero dire una parola speciale ai giovani sacerdoti e religiosi e ai seminaristi presenti. Vi chiedo di condividere la gioia e l’entusiasmo del vostro amore per Cristo e per la Chiesa con chiunque, ma soprattutto con i vostri coetanei. Siate presenti in mezzo ai giovani che possono essere confusi e abbattuti, e che tuttavia continuano a vedere la Chiesa come loro compagna di cammino e fonte di speranza.
Siate vicini a quanti, vivendo in mezzo ad una società appesantita dalla povertà e dalla corruzione, sono scoraggiati, tentati di mollare tutto, di lasciare la scuola e di vivere per la strada. Proclamate la bellezza e la verità del matrimonio cristiano ad una società che è tentata da modi confusi di vedere la sessualità, il matrimonio e la famiglia. Come sapete queste realtà sono sempre più sotto l’attacco di forze potenti che minacciano di sfigurare il piano creativo di Dio e di tradire i veri valori che hanno ispirato e dato forma a quanto di bello c’è nella vostra cultura.
La cultura filippina, infatti, è stata plasmata dalla creatività della fede. I Filippini sono dovunque conosciuti per il loro amore a Dio, per la loro fervente pietà e la loro calorosa e cordiale devozione alla Madonna e al suo Rosario; il loro amore a Dio, per la loro fervente pietà e la loro calorosa e cordiale devozione alla Madonna e al suo Rosario. Questa grande eredità contiene un forte potenziale missionario. È il modo in cui il vostro popolo ha inculturato il Vangelo e continua ad accogliere il suo messaggio (cfr Evangelii gaudium, 122). Nel vostro impegno di preparazione del quinto centenario, costruite su queste solide basi.
Cristo è morto per tutti, affinché, uniti a Lui nella morte, potessimo vivere non più per noi stessi ma per Lui (cfr 2 Cor 5,15). Cari fratelli Vescovi, Sacerdoti e Religiosi, imploro da Maria, Madre della Chiesa, di suscitare in tutti voi una tale abbondanza di zelo, che possiate spendervi con abnegazione al servizio dei fratelli e delle sorelle. In tal modo, possa l’amore riconciliatore di Cristo penetrare ancora più interamente nel tessuto della società filippina e, attraverso di voi, nei più lontani angoli del mondo. Amen.
Francese
« M’aimes-tu […] Pais mes agneaux […] » (Jn 21, 15-16).
Les paroles de Jésus à Pierre dans l’Évangile de ce jour sont les premières paroles que je vous adresse, chers frères évêques et prêtres, religieux et religieuses, et jeunes séminaristes. Ces paroles nous rappellent quelque chose d’essentiel. Tout ministère pastoral est né de l’amour. Toute vie consacrée est un signe de l’amour réconciliateur du Christ. Come Sainte Thérèse de l’Enfant Jésus, dans la variété de nos vocations, chacun de nous est appelé, en quelque sorte, à être l’amour dans le coeur de l’Église. Je vous salue avec grande affection. Et je vous demande de porter mon affection à tous vos frères et soeurs âgés et malades et à tous ceux qui nous pas pu s’unir à nous aujourd’hui. Alors que l’Église aux Philippines se prépare au cinquième centenaire de son Évangélisation, nous éprouvons de la gratitude pour l’héritage laissé par tant d’évêques, de prêtres et de religieux des générations passées. Ils se sont efforcés, non seulement de prêcher l’Évangile et de construire l’Église dans ce pays, mais aussi de forger une société inspirée du message évangélique de la charité, du pardon et de la solidarité au service du bien commun. Aujourd’hui vous continuez ce travail d’amour. Comme eux, vous êtes appelés à construire des ponts, à paître le troupeau du Christ, et à préparer de nouvelles voies à l’Évangile en Asie à l’aube d’une ère nouvelle. « L’amour du Christ nous saisit » (2Co 5, 14). Dans la première lecture de ce jour, saint Paul nous dit que l’amour que nous sommes appelés à proclamer est un amour réconciliateur, qui coule du coeur du Sauveur crucifié. Nous sommes appelés à être « ambassadeurs au nom du Christ » (2Co 5, 20). Notre ministère est un ministère de réconciliation. Nous proclamons la Bonne Nouvelle de l’amour, de la miséricorde et de la compassion infinis de Dieu. Nous proclamons la joie de l’Évangile. Puisque l’Évangile est la promesse de la grâce de Dieu, qui seule peut apporter plénitude et guérison à notre monde abimé. L’Évangile peut inspirer la construction d’un ordre social vraiment juste et racheté. Être ambassadeur du Christ signifie avant tout inviter chacun à une rencontre renouvelée avec le Seigneur Jésus (cf. Evangelii Gaudium, n. 3). Cette invitation doit être au centre de votre commémoration de l’évangélisation des Philippines. Mais l’Évangile est aussi une exhortation à la conversion, à un examen de conscience, comme individu et comme peuple. Comme l’ont justement enseigné les Évêques des Philippines, l’Église aux Philippines est appelée à reconnaître et combattre les causes de l’inégalité et de l’injustice, profondément enracinées, qui salissent le visage de la société philippine, en s’opposant clairement aux enseignements du Christ. L’Évangile appelle les chrétiens à avoir des vies honnêtes, intègres, et soucieuses du bien commun. Mais il appelle aussi les communautés chrétiennes à créer des « cercles d’intégrité », des réseaux de solidarité qui peuvent pousser à embrasser et à transformer la société par leur témoignage prophétique. Comme ambassadeurs du Christ, nous, évêques, prêtres et religieux, nous devrions être les premiers à accueillir sa grâce réconciliatrice dans nos coeurs. Saint Paul explique ce que cela signifie. Cela signifie rejeter les perspectives mondaines, en regardant de nouveau toute chose à la lumière du Christ. Cela implique que nous soyons les premiers à examiner notre conscience, à reconnaître nos échecs et nos chutes, et à emprunter la voie de la conversion continuelle. Comment pouvons-nous proclamer aux autres la nouveauté et le pouvoir libérateur de la croix, si nous-mêmes ne permettons pas à la parole de Dieu de secouer notre complaisance, notre peur de changer, nos compromissions mesquines avec les manières de ce monde, notre « mondanité spirituelle » (cf. Evangelii gaudium, n. 93) ? Pour nous, prêtres et personnes consacrées, la conversion à la nouveauté de l’Évangile implique une rencontre quotidienne avec le Seigneur dans la prière. Les saints nous enseignent que c’est la source de tout zèle apostolique ! Pour les religieux, vivre la nouveauté de l’Évangile signifie aussi retrouver toujours, dans la vie de la communauté et les apostolats de la communauté, l’incitation à une union toujours plus étroite avec le Seigneur dans la charité parfaite. Pour nous tous, cela signifie vivre de manière à refléter la pauvreté du Christ, dont la vie entière était centrée sur l’accomplissement de la volonté du Père et le service les autres. La grande menace à cela, naturellement, est de tomber dans un certain matérialisme qui peut s’insinuer dans nos vies et compromettre le témoignage que nous donnons. C’est seulement en devenant nous-mêmes pauvres, en renonçant à notre auto-accomplissement, que nous pourrons nous identifier aux derniers de nos frères et soeurs. Nous verrons les choses sous une lumière nouvelle et nous pourrons ainsi répondre avec honnêteté et avec intégrité au défi d’annoncer la radicalité de l’Évangile dans une société habituée à l’exclusion, à la polarisation et à la scandaleuse inégalité. Je désire ici avoir une pensée spéciale pour les jeunes prêtres, religieux et séminaristes présents. Je vous demande de partager la joie et l’enthousiasme de votre amour pour le Christ et pour l’Église avec tous, mais surtout avec ceux de votre âge. Soyez présents au milieu des jeunes qui peuvent être désorientés et découragés, et qui cependant continuent de voir l’Église comme leur amie sur le chemin et une source d’espérance. Soyez proches de ceux qui, en vivant au milieu d’une société alourdie par la pauvreté et par la corruption, sont découragés en esprit, tentés de tout laisser tomber, d’arrêter l’école et de vivre dans les rues. Proclamez la beauté et la vérité du message chrétien à une société qui est tentée par des présentations confuses de la sexualité, du mariage et de la famille. Comme vous le savez, ces réalités sont toujours plus attaquées par des forces puissantes qui menacent de défigurer le plan de Dieu sur la création et de trahir les vraies valeurs qui ont inspiré et donné forme à tout ce qu’il y a de beau dans votre culture. La culture philippine, en effet, a été pétrie par la créativité de la foi. Les Philippins sont connus partout pour leur amour de Dieu, pour leur piété fervente et pour leur chaleureuse et cordiale dévotion à Notre Dame et à son Rosaire. Ce grand héritage contient un fort potentiel missionnaire. C’est la manière dont votre peuple a inculturé l’Évangile et continue à accueillir son message (cf. Evangelii Gaudium, n. 122). Dans votre effort de préparation au cinquième centenaire, construisez sur ces bases solides. Le Christ est mort pour tous de sorte que, en étant morts en lui, nous puissions vivre non plus pour nous-mêmes mais pour lui (cf. 2Co 5, 15). Chers frères évêques, prêtres et religieux : j’implore de Marie, Mère de l’Église, de faire surgir pour vous tous une telle abondance de zèle, que vous puissiez vous dépenser avec abnégation au service de nos frères et soeurs. De cette manière, puisse l’amour réconciliateur du Christ pénétrer encore plus pleinement dans le tissu de la société philippine et, à travers vous, jusqu’aux recoins les plus lointains du monde. 
Inglese
"Do you love me?" [the people: "Yes!"] Thank you, but I was reading the word of Jesus! Said the Lord: "Do you love me?… Tend my sheep" (Jn 21:15-17). Jesus’ words to Peter in today’s Gospel are the first words I speak to you, dear brother bishops and priests, men and women religious, and young seminarians. These words remind us of something essential. All pastoral ministry is born of love. All pastoral ministry is born of love! All consecrated life is a sign of Christ’s reconciling love. Like Saint Therese, in the variety of our vocations, each of us is called, in some way, to be love in the heart of the Church.
I greet all of you with great affection. And I ask you to bring my affection to all your elderly and infirm brothers and sisters, and to all those who cannot join us today. As the Church in the Philippines looks to the fifth centenary of its evangelization, we feel gratitude for the legacy left by so many bishops, priests and religious of past generations. They labored not only to preach the Gospel and build up the Church in this country, but also to forge a society inspired by the Gospel message of charity, forgiveness and solidarity in the service of the common good. Today you carry on that work of love. Like them, you are called to build bridges, to pasture Christ’s flock, and to prepare fresh paths for the Gospel in Asia at the dawn of a new age.
"The love of Christ impels us" (2 Cor 5:14). In today’s first reading Saint Paul tells us that the love we are called to proclaim is a reconciling love, flowing from the heart of the crucified Savior. We are called to be "ambassadors for Christ" (2 Cor 5:20). Ours is a ministry of reconciliation. We proclaim the Good News of God’s infinite love, mercy and compassion. We proclaim the joy of the Gospel. For the Gospel is the promise of God’s grace, which alone can bring wholeness and healing to our broken world. It can inspire the building of a truly just and redeemed social order.
To be an ambassador for Christ means above all to invite everyone to a renewed personal encounter with the Lord Jesus (Evangelii Gaudium, 3). Our personal encounter with Him. This invitation must be at the core of your commemoration of the evangelization of the Philippines. But the Gospel is also a summons to conversion, to an examination of our consciences, as individuals and as a people. As the Bishops of the Philippines have rightly taught, the Church in the Philippines is called to acknowledge and combat the causes of the deeply rooted inequality and injustice which mar the face of Filipino society, plainly contradicting the teaching of Christ. The Gospel calls individual Christians to live lives of honesty, integrity and concern for the common good. But it also calls Christian communities to create "circles of integrity", networks of solidarity which can expand to embrace and transform society by their prophetic witness.
The poor. The poor are at the center of the Gospel, are at heart of the Gospel, if we take away the poor from the Gospel we can’t understand the whole message of Jesus Christ. As ambassadors for Christ, we, bishops, priests and religious, ought to be the first to welcome his reconciling grace into our hearts. Saint Paul makes clear what this means. It means rejecting worldly perspectives and seeing all things anew in the light of Christ. It means being the first to examine our consciences, to acknowledge our failings and sins, and to embrace the path of constant conversion, every day conversion. How can we proclaim the newness and liberating power of the Cross to others, if we ourselves refuse to allow the word of God to shake our complacency, our fear of change, our petty compromises with the ways of this world, our "spiritual worldliness" (cf. Evangelii Gaudium, 93)?
For us priests and consecrated persons, conversion to the newness of the Gospel entails a daily encounter with the Lord in prayer. The saints teach us that this is the source of all apostolic zeal! For religious, living the newness of the Gospel also means finding ever anew in community life and community apostolates the incentive for an ever closer union with the Lord in perfect charity. For all of us, it means living lives that reflect the poverty of Christ, whose entire life was focused on doing the will of the Father and serving others. The great danger to this, of course, is a certain materialism which can creep into our lives and compromise the witness we offer. Only by becoming poor ourselves, by becoming poor ourselves, by stripping away our complacency, will we be able to identify with the least of our brothers and sisters. We will see things in a new light and thus respond with honesty and integrity to the challenge of proclaiming the radicalism of the Gospel in a society which has grown comfortable with social exclusion, polarization and scandalous inequality.
Here I would like to say a special word to the young priests, religious and seminarians among us. I ask you to share the joy and enthusiasm of your love for Christ and the Church with everyone, but especially with your peers. Be present to young people who may be confused and despondent, yet continue to see the Church as their friend on the journey and a source of hope. Be present to those who, living in the midst of a society burdened by poverty and corruption, are broken in spirit, tempted to give up, to leave school and to live on the streets. Proclaim the beauty and truth of the Christian message to a society which is tempted by confusing presentations of sexuality, marriage and the family. As you know, these realities are increasingly under attack from powerful forces which threaten to disfigure God’s plan for creation and betray the very values which have inspired and shaped all that is best in your culture.
Filipino culture has, in fact, been shaped by the imagination of faith. Filipinos everywhere are known for their love of God, their fervent piety and their warm devotion to Our Lady and her rosary; their love of God, their fervent piety and their warm devotion to Our Lady and her rosary! This great heritage contains a powerful missionary potential. It is the way in which your people has inculturated the Gospel and continues to embrace its message (cf. Evangelii Gaudium, 122). In your efforts to prepare for the fifth centenary, build on this solid foundation.
Christ died for all so that, having died in him, we might live no longer for ourselves but for him (cf. 2 Cor 5:15). Dear brother bishops, priests and religious: I ask Mary, Mother of the Church, to obtain for all of you an outpouring of zeal, so that you may spend yourselves in selfless service to our brothers and sisters. In this way, may the reconciling love of Christ penetrate ever more fully into the fabric of Filipino society and, through you, to the farthest reaches of the world. Amen.
Spagnolo
«¿Me amas?... Apacienta mis ovejas» (Jn 21,15-17). Las palabras de Jesús a Pedro en el Evangelio de hoy son las primeras que os dirijo, queridos hermanos obispos y sacerdotes, religiosos y religiosas, seminaristas y jóvenes. Estas palabras nos recuerdan algo esencial. Todo ministerio pastoral nace del amor... nace del amor. La vida consagrada es un signo del amor reconciliador de Cristo. Al igual que santa Teresa de Lisieux, cada uno de nosotros, en la diversidad de nuestras vocaciones, está llamado de alguna manera a ser el amor en el corazón de la Iglesia.
Os saludo a todos con gran afecto. Y os pido que hagáis llegar mi afecto a todos vuestros hermanos y hermanas ancianos y enfermos, y a todos aquellos que no han podido estar aquí con nosotros hoy. Ahora que la Iglesia en Filipinas mira hacia el quinto centenario de su evangelización, sentimos gratitud por el legado que han dejado tantos obispos, sacerdotes y religiosos de generaciones pasadas. Ellos trabajaron, no sólo para predicar el Evangelio y edificar la Iglesia en este país, sino también para forjar una sociedad animada por el mensaje del Evangelio de la caridad, el perdón y la solidaridad al servicio del bien común. Hoy vosotros continuáis esa obra de amor. Como ellos, estáis llamados a construir puentes, a apacentar las ovejas de Cristo, y preparar caminos nuevos para el Evangelio en Asia, en los albores de una nueva era.
«El amor de Cristo nos apremia» (2 Co 5,14). En la primera lectura de hoy, san Pablo nos dice que el amor que estamos llamados a proclamar es un amor reconciliador, que brota del corazón del Salvador crucificado. Estamos llamados a ser «embajadores de Cristo» (2 Co5,20). El nuestro es un ministerio de reconciliación. Proclamamos la Buena Nueva del amor infinito, de la misericordia y de la compasión de Dios. Proclamamos la alegría del Evangelio. Pues el Evangelio es la promesa de la gracia de Dios, la única que puede traer la plenitud y la salvación a nuestro mundo quebrantado. Es capaz de inspirar la construcción de un orden social verdaderamente justo y redimido.
Ser embajador de Cristo significa, en primer lugar, invitar a todos a un renovado encuentro personal con el Señor Jesús (Evangelii gaudium, 3). Nuestro encuentro personal con él. Esta invitación debe estar en el centro de vuestra conmemoración de la evangelización de Filipinas. Pero el Evangelio es también una llamada a la conversión, a examinar nuestra conciencia, como personas y como pueblo. Como los obispos de Filipinas han enseñado justamente, la Iglesia está llamada a reconocer y combatir las causas de la desigualdad y la injusticia, profundamente arraigadas, que deforman el rostro de la sociedad filipina, contradiciendo claramente las enseñanzas de Cristo. El Evangelio llama a cada cristiano a vivir una vida de honestidad, integridad e interés por el bien común. Pero también llama a las comunidades cristianas a crear «ambientes de integridad», redes de solidaridad que se extienden hasta abrazar y transformar la sociedad mediante su testimonio profético.
Los pobres. Los pobres están en el centro del Evangelio, son el corazón del Evangelio; si quitamos a los pobres del Evangelio no se comprenderá el mensaje completo de Jesucristo. Como embajadores de Cristo, nosotros, obispos, sacerdotes, religiosos y religiosas, debemos ser los primeros en acoger en nuestros corazones su gracia reconciliadora. San Pablo explica con claridad lo que esto significa: rechazar perspectivas mundanas y ver todas las cosas de nuevo a la luz de Cristo; ser los primeros en examinar nuestras conciencias, reconocer nuestras faltas y pecados, y recorrer el camino de una conversión constante, de una conversión cotidiana. ¿Cómo podemos proclamar a los demás la novedad y el poder liberador de la Cruz, si nosotros mismos no dejamos que la Palabra de Dios sacuda nuestra complacencia, nuestro miedo al cambio, nuestros pequeños compromisos con los modos de este mundo, nuestra «mundanidad espiritual» (cf. Evangelii gaudium, 93)?
Para nosotros, sacerdotes y personas consagradas, la conversión a la novedad del Evangelio implica un encuentro diario con el Señor en la oración. Los santos nos enseñan que ésta es la fuente de todo celo apostólico. Para los religiosos, vivir la novedad del Evangelio significa también encontrar una y otra vez en la vida comunitaria y en los apostolados de la comunidad el incentivo de una unión cada vez más estrecha con el Señor en la caridad perfecta. Para todos nosotros, significa vivir de modo que se refleje en nuestras vidas la pobreza de Cristo, cuya existencia entera se centró en hacer la voluntad del Padre y en servir a los demás. Naturalmente, el gran peligro es el materialismo que puede deslizarse en nuestras vidas y comprometer el testimonio que ofrecemos. Sólo si somos pobres, sólo si somos pobres nosotros mismos, y eliminamos nuestra complacencia, seremos capaces de identificarnos con los últimos de nuestros hermanos y hermanas. Veremos las cosas desde una perspectiva nueva, y así responderemos con con honestidad e integridad al desafío de anunciar la radicalidad del Evangelio en una sociedad acostumbrada a la exclusión social, a la polarización y a la desigualdad escandalosa.
Quisiera decir unas palabras especialmente a los jóvenes sacerdotes, religiosos y seminaristas, aquí presentes. Os pido que compartáis la alegría y el entusiasmo de vuestro amor a Cristo y a la Iglesia con todos, y especialmente con los de vuestra edad. Que estéis cerca de los jóvenes, que pueden estar confundidos y desanimados, pero que siguen viendo a la Iglesia como compañera en el camino y fuente de esperanza. Estar cerca de aquellos que, viviendo en medio de una sociedad abrumada por la pobreza y la corrupción, están abatidos, tentados de darse por vencidos, de abandonar los estudios y vivir en la calle. Proclamar la belleza y la verdad del mensaje cristiano a una sociedad que está tentada por una visión confusa de la sexualidad, el matrimonio y la familia. Como sabéis, estas realidades sufren cada vez más el ataque de fuerzas poderosas que amenazan con desfigurar el plan de Dios sobre la creación y traicionan los verdaderos valores que han inspirado y plasmado todo lo mejor de vuestra cultura.
La cultura filipina, en efecto, ha sido modelada por la creatividad de la fe. Los filipinos son conocidos en todas partes por su amor a Dios, su ferviente piedad y su cálida devoción a Nuestra Señora y el rosario. Este gran patrimonio contiene un gran potencial misionero. Es la forma en la que vuestro pueblo ha inculturado el Evangelio y sigue viviendo su mensaje (cf. Evangelii gaudium, 122). En vuestros trabajos para preparar el quinto centenario, construid sobre esta sólida base.
Cristo murió por todos para que, muertos en él, ya no vivamos para nosotros mismos, sino para él (cf. 2 Co 5,15). Queridos hermanos obispos, sacerdotes y religiosos: pido a María, Madre de la Iglesia, que os conceda un celo desbordante que os lleve a gastaros con generosidad en el servicio de nuestros hermanos y hermanas. Que de esta manera, el amor reconciliador de Cristo penetre cada vez más profundamente en el tejido de la sociedad filipina y, a través de él, hasta los confines de la tierra. Amén.
Portoghese
«Tu amas-Me? (…) Apascenta os meus cordeiros» (Jo 21, 15.16).
As palavras de Jesus a Pedro, no Evangelho de hoje, são as primeiras palavras que vos dirijo, amados irmãos bispos e sacerdotes, religiosos e religiosas, e jovens seminaristas. Estas palavras recordam-nos algo de essencial. Todo o ministério pastoral nasce do amor. Toda a vida consagrada é um sinal do amor reconciliador de Cristo. Na variedade das nossas vocações, cada um de nós é chamado de alguma forma, como Santa Teresa do Menino Jesus, a ser o amor no coração da Igreja. Com grande afecto vos saúdo e peço para levardes o meu afecto a todos os vossos irmãos e irmãs idosos e doentes e a todos aqueles que hoje não puderam juntar-se a nós. Com a Igreja nas Filipinas que olha para o quinto centenário da sua evangelização, sentimos gratidão pela herança deixada por tantos bispos, sacerdotes e religiosos das gerações passadas. Eles esforçaram-se não só por pregar o Evangelho e construir a Igreja nesta nação, mas também por forjar uma sociedade inspirada pela mensagem evangélica da caridade, do perdão e da solidariedade ao serviço do bem comum. Hoje vós continuais a mesma obra de amor. Como eles, sois chamados a construir pontes, apascentar o rebanho de Cristo e preparar vigorosos caminhos para o Evangelho na Ásia ao alvorecer duma nova era. «O amor de Cristo nos absorve completamente» (2 Cor 5, 14). Na primeira leitura de hoje, São Paulo diz-nos que o amor que somos chamados a anunciar é um amor reconciliador, que jorra do coração do Salvador crucificado. Somos chamados a ser «embaixadores em nome de Cristo» (cf. 2 Cor 5, 20). O nosso é um ministério de reconciliação. Proclamamos a Boa-Nova do amor, da misericórdia e da compaixão infinitos de Deus. Proclamamos a alegria do Evangelho. Uma vez que o Evangelho é a promessa da graça de Deus, a única que pode trazer plenitude e cura ao nosso mundo arruinado, ele pode inspirar a construção duma ordem social verdadeiramente justa e redimida. Ser embaixador de Cristo significa, antes de mais nada, convidar cada pessoa a um renovado encontro com o Senhor Jesus (cf. Evangelii gaudium, 3). Este convite deve estar no centro da vossa comemoração da evangelização das Filipinas. Mas o Evangelho é também uma exortação à conversão, a um exame da nossa consciência, como indivíduos e como povo. Como justamente ensinaram os vossos bispos, a Igreja nas Filipinas é chamada a individuar e combater as causas da desigualdade e injustiça profundamente enraizadas, que desfeiam o rosto da sociedade filipina, contradizendo claramente o ensinamento de Cristo. O Evangelho chama os indivíduos cristãos a conduzirem vidas honestas, íntegras e solícitas pelo bem comum. Mas chama também as comunidades cristãs a criarem «círculos de integridade», redes de solidariedade que possam impelir a abraçar e transformar a sociedade com o seu testemunho profético. Como embaixadores de Cristo, nós, bispos, sacerdotes e religiosos, devemos ser os primeiros a receber a sua graça reconciliadora nos nossos corações. São Paulo deixa claro o que isto significa; significa rejeitar perspectivas mundanas, olhando tudo de novo à luz de Cristo. Isto comporta que sejamos os primeiros a examinar a nossa consciência, reconhecer os nossos falimentos e quedas e embocar o caminho duma contínua conversão. Como poderemos proclamar aos outros a novidade e o poder libertador da Cruz, se nós mesmos não permitirmos que a Palavra de Deus abale o comprazimento em nós próprios, o nosso medo de mudar, os nossos comprometimentos mesquinhos com as modalidades deste mundo, o nosso «mundanismo espiritual» (cf. Evangelii gaudium, 93)? Para nós, sacerdotes e pessoas consagradas, a conversão à novidade do Evangelho implica um encontro diário com o Senhor na oração. Os Santos ensinam-nos que isto é a fonte de todo o zelo apostólico. Para os religiosos, viver a novidade do Evangelho significa encontrar incessantemente na vida da comunidade e nos apostolados da comunidade o incentivo para uma união cada vez mais estreita com o Senhor na caridade perfeita. Para todos nós, isto significa viver de tal forma que espelhemos a pobreza de Cristo, cuja vida estava inteiramente focalizada em fazer a vontade do Pai e servir os outros. Naturalmente, a grande ameaça a isto mesmo é cair num certo materialismo que pode insinuar-se dentro das nossas vidas e comprometer o testemunho que prestamos. Somente o tornar-nos pobres, expulsando o nosso autocomprazimento, permitirá identificar-nos com os últimos dos nossos irmãos e irmãs. Veremos as coisas sob uma nova luz e, deste modo, poderemos responder, com honestidade e integridade, ao desafio de anunciar a radicalidade do Evangelho numa sociedade acostumada à exclusão, à polarização e a uma desigualdade escandalosa. Aqui desejo dirigir uma palavra especial aos jovens sacerdotes, religiosos, e seminaristas presentes. Peço-vos que partilheis a alegria e o entusiasmo do vosso amor por Cristo e pela Igreja com todos, mas sobretudo com os da vossa idade. Mantende-vos presentes no meio dos jovens que possam sentir-se confusos e desanimados, e todavia continuam a ver a Igreja como sua amiga no caminho e uma fonte de esperança. Sede solidários com aqueles que, vivendo no meio duma sociedade molesta pela pobreza e a corrupção, sentem-se com o espírito abatido, tentados a largar tudo, deixar a escola e viver pela estrada. Proclamai a beleza e a verdade do matrimónio cristão a uma sociedade que é tentada por apresentações confusas da sexualidade, do matrimónio e da família. Como sabeis, estas realidades estão cada vez mais sob ataque de forças poderosas que ameaçam desfigurar o plano criador de Deus e trair os verdadeiros valores que inspiraram e moldaram quanto de belo existe na vossa cultura. Na realidade, a cultura filipina foi plasmada pela criatividade da fé. Por todo o lado, os filipinos são conhecidos pelo seu amor a Deus, pela sua piedade fervorosa e a sua ardente e cordial devoção a Nossa Senhora e ao seu terço. Este grande legado contém um forte potencial missionário. É o modo como o vosso povo inculturou o Evangelho e continua a acolher a sua mensagem (cf. Evangelii gaudium, 122). No vosso esforço de preparação para o quinto centenário, construí sobre estas bases sólidas. Cristo morreu por todos a fim de que, mortos n’Ele, não vivamos mais para nós mesmos, mas para Ele (cf. 2 Cor 5, 15). Amados irmãos bispos, sacerdotes e religiosos, rogo a Maria, Mãe da Igreja, que faça jorrar de todos vós uma tal abundância de zelo, que possais gastar-vos abnegadamente ao serviço dos nossos irmãos e irmãs. Possa, assim, o amor reconciliador de Cristo penetrar ainda mais profundamente no tecido da sociedade filipina e, por vosso intermédio, nos ângulos mais distantes do mundo.