venerdì 4 ottobre 2013

A lezione di semplicità

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Ad Assisi l’itinerario spirituale del Papa attraverso i luoghi di San Francesco.  

(Mario Ponzi) Il pontificato dei gesti di Papa Francesco ha toccato oggi ad Assisi una delle sue espressioni più alte. I diciotto pontefici che, dal 26 maggio 1228 al 27 ottobre 2011, lo hanno preceduto e che per trentaquattro volte, nello stesso arco di tempo, hanno pregato sulla tomba del santo, sarebbero motivo sufficiente per evitare aggettivi speciali per questa visita di Papa Bergoglio. Se non fosse che lui ha scelto, primo vescovo di Roma nella storia, di caratterizzare il suo pontificato con il messaggio di san Francesco, assumendone il nome e realizzando una sintesi tra la spiritualità ignaziana e quella francescana. E soprattutto se non fosse per il fatto che proprio qui, alle sorgenti di quel grande soffio dello Spirito che segnò la rinascita della Chiesa e della cristianità nel tredicesimo secolo, egli, ripercorrendo passo dopo passo la stessa strada di Francesco, ha inteso indicare una strada anche alla Chiesa di oggi.
Eccolo dunque, nel giorno della festa del santo, venerdì 4 ottobre, ripartire proprio da dove ottocento anni fa aveva iniziato il suo cammino Francesco: da Cristo incarnato nell’uomo sofferente. Per il santo furono i lebbrosi. Per Papa Bergoglio i corpi dei bambini assistiti nell’Istituto Serafico di Assisi.
È arrivato in elicottero da Roma alle 7.30, quindici minuti prima dell’orario previsto ed è sceso immediatamente tra loro. L’istituto è un luogo speciale dove quotidianamente vengono accuditi e curati un centinaio di pluriminorati gravi. Bambini per la maggior parte, ma ci sono anche adolescenti e giovani adulti. Vengono da diverse regioni perché trovano in questo luogo ciò che difficilmente riescono a trovare altrove.
Qui al Serafico si respira ancora l’amore di frate Francesco per ogni creatura. E il Papa conosce bene questa ricchezza. Per questo si è immerso anima e corpo in questa realtà: lo hanno accolto l’arcivescovo-vescovo di Assisi - Nocera Umbra - Gualdo Tadino, monsignor Sorrentino; il nunzio apostolico in Italia, arcivescovo Bernardini; l’ambasciatore d’Italia presso la Santa Sede, Greco; diverse autorità locali, tra le quali il sindaco Ricci.
L’incontro con i bambini è avvenuto nella cappella dell’Istituto. Il Pontefice, lasciando da parte il discorso preparato, ha raccolto e rilanciato amarezza e indignazione di fronte a una società che non sa riconoscere le piaghe di Cristo. Ha ringraziato i bambini per la ricchezza della loro testimonianza e li ha additati come esempio a un mondo che non vuole neppure riconoscerli. Alcuni non potevano vederlo per via della loro cecità, ma lo ascoltavano entusiasti. Altri percepivano a malapena la sua presenza, ma sentivano il calore delle carezze che hanno sfiorato in quel momento i loro volti. Erano una settantina e Papa Francesco li ha abbracciati e baciati tutti, uno a uno.
Una piccola folla si era intanto radunata nei pressi del santuario di San Damiano, dove è venerato il crocifisso davanti al quale per la prima volta Francesco udì il Signore parlargli e raccomandargli: «Va’, ripara la mia casa». Papa Francesco ha meditato a lungo davanti a quel crocifisso. Tutt’intorno un silenzio quasi irreale, ma molto eloquente. Un rapido saluto a fra Michael Perry, ministro generale dell’ordine dei Frati minori, e il tempo di mettere in guardia la comunità che cura il santuario, dal lasciarsi attirare dall’idolatria del denaro, perché «farebbe di voi, che avete sposato “Madonna povertà” — ha detto — degli adulteri»; poi via verso la terza tappa del cammino sulle orme di Francesco, il vescovado.
Qui si è svolto il momento forse più significativo del pellegrinaggio, sicuramente il più atteso. Nella Sala della Spogliazione, dove san Francesco rinunciò alla sua ricchezza per offrirsi al Signore, il Papa ha proposto l’immagine di una Chiesa spogliata di ogni mondanità. Di quella «mondanità spirituale che uccide», perché è come un «cancro» che si sviluppa nel corpo. Ma, ha detto alzando il tono della voce, la Chiesa è formata da tutti, non solo da sacerdoti e suore: dunque siamo tutti invitati a spogliarci di quella mondanità.
La sala era gremita da senza fissa dimora assistiti dalla Caritas umbra, da ex carcerati e padri di famiglia che con il lavoro hanno perso tutto, tranne la dignità. Davanti a loro Papa Francesco ha di nuovo messo da parte il discorso preparato e ha parlato con il cuore in mano, come a Cagliari, quando fece lo stesso gesto davanti agli operai.
A piedi si è poi diretto verso la vicina basilica di Santa Maria Maggiore, l’antica cattedrale di Assisi. All’ingresso erano ad accoglierlo fra Mauro Jöhri, ministro generale dell’ordine dei Frati minori cappuccini, custode della basilica. Ha sostato in preghiera davanti al Santissimo ed è nuovamente uscito per riprendere il suo pellegrinaggio, dirigendosi in macchina verso la basilica superiore. Le antiche stradine erano quasi scomparse, nascoste da una folla festante. Secondo alcune stime, oggi ad Assisi c’erano oltre centomila persone. Molti di loro erano assiepati lungo la via che porta alla basilica superiore, dove il Pontefice è stato accolto dal cardinale Nicora, legato pontificio per le basiliche di san Francesco e Santa Maria degli Angeli ad Assisi. C’era anche il presidente del Consiglio dei ministri italiano, Enrico Letta, in rappresentanza del Governo. Accanto a loro fra Mario Tasca, ministro generale dell’ordine dei Frati minori conventuali, e fra Mauro Gambetti, custode del sacro convento.
Il Santo Padre è sceso dapprima nella cripta e si è inginocchiato in raccoglimento davanti alla roccia secolare che custodisce le spoglie mortali del santo. Quindi ha raggiunto la piazza San Francesco dove ha presieduto la concelebrazione eucaristica insieme agli 8 porporati del Consiglio di cardinali — i quali lo hanno accompagnato in questo pellegrinaggio — e ai cardinali Bagnasco, Betori e Nicora, agli arcivescovi Becciu, sostituto della Segreteria di Stato, e Gänswein, prefetto della Casa pontificia, ai vescovi dell’Umbria e a numerosissimi sacerdoti.
Intensa e partecipata, la celebrazione si è poi conclusa con la cerimonia dell’offerta e della benedizione del tradizionale olio per alimentare la lampada votiva a san Francesco, patrono d’Italia: quest’anno è stato offerto proprio dall’Umbria.
La mattinata si è chiusa nel più puro stile francescano.
Papa Bergoglio si è congedato dagli ospiti e dal suo stesso seguito e, in macchina, si è diretto al centro di prima accoglienza situato nei pressi della stazione ferroviaria di Santa Maria degli Angeli, dove ha pranzato con i poveri.
Lì ogni giorno per loro c’è un pasto caldo messo a disposizione dalla Caritas umbra. È un posto in cui il disagio si stempera, oltreché nel pasto frugale, nella pace del cuore per un calore umano distribuito, questo sì, in abbondanza, per un gesto quotidiano che ha tutto il sapore dell’umanità.
Papa Francesco si è seduto alla loro tavola. È di legno bruno, fatta come una grande elle; e lui è sistemato proprio all’angolo, in modo tale da poter guardare tutti negli occhi. Tovaglia e tovaglioli rigorosamente di carta, come ogni giorno. Niente vino: solo “sora acqua”. Il pasto preparato da suor Dina, la capocuoca, era quello solito della domenica o di un qualsiasi altro giorno di festa, con le lasagne cucinate da Annarita come piatto forte.
Accolto da alcuni bambini, tra i quali uno di nome Francesco, il Papa è stato accompagnato per mano fino alla sala del pranzo da un altro piccolo nordafricano che sventolava una bandierina bianco-gialla: «Questa è la mia guida» ha detto divertito agli altri ospiti. Quindi è stato salutato a nome dei presenti da uno degli assistiti della Caritas, il quale lo ha chiamato «papà».
«Una lezione di semplicità», era scritto su uno dei tanti striscioni di benvenuto. Ed è quello che ha fatto il Pontefice in questa mattinata trascorsa ad Assisi: ha impartito una grande lezione di semplicità. Sulle orme del suo “maestro” Francesco.
L'Osservatore Romano*Sorpresa, la Chiesa non è in liquidazione
di Riccardo Cascioli



A seguire in questi giorni stampa e tv, il 4 ottobre sarebbe dovuto essere una sorta di Dies Irae: papa Francesco ad Assisi che fa un gesto eclatante di rottura con il passato, vaticanisti e anche qualche prelato che anticipavano una rinuncia clamorosa a tutte le ricchezze della Chiesa, ovviamente nella Sala della Spoliazione dove era previsto l’incontro con i poveri.

In questi giorni abbiamo letto incredibili anticipazioni di ciò che il Papa sulle orme del “poverello” di Assisi avrebbe detto e fatto. E lo ha letto anche papa Francesco, probabilmente divertendosi un po’, perché vi ha fatto riferimento nel suo discorso a braccio; ma per spiegare che gli oltre mille giornalisti che si erano accreditati per seguire in diretta l’evento storico di un Papa che “mette in liquidazione” la Chiesa, avevano preso una cantonata: la vera ricchezza da cui spogliarsi – ha detto - è la mondanità, ovvero il pensiero del mondo, gli idoli che il mondo propone e che sono un cancro per i cristiani.

E tanto che c’era, nell’omelia della messa celebrata sul piazzale antistante la Basilica inferiore, ha anche fatto a pezzetti quell’immagine «sdolcinata» di san Francesco che va tanto di moda e che, ovviamente, è stata pompata in questi giorni per accostarla anche a papa Bergoglio. «Quel san Francesco non esiste, non esiste» ha invece spiegato il Pontefice, così come non esiste, non è reale l’immagine di un san Francesco ecologista, «una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo».

No, l’amore per i poveri, il rispetto del Creato, il desiderio di pace, per papa Francesco hanno un solo nome, Cristo: «Chi segue Cristo riceve la vera pace, quella che solo Cristo e non il mondo ci può dare».  Da qui viene tutto il resto, compreso l’amore per i poveri che è «un tutt’uno con l’imitazione di Cristo». E incontrando i disabili e i poveri, chinandosi su di loro e abbracciandoli, ha fatto vedere cosa intende: i poveri non sono una categoria sociologica, non sono una massa per cui chiedere diritti, sono «la carne di Cristo». E solo per questo si possono e si devono amare.

L’evento dunque c’è stato, ma non quello che si attendeva il mondo. Anzi, ciò che è apparso chiaro è che la Chiesa, corpo di Cristo, è irriducibile al mondo.

*
«È la mondanità spirituale che uccide la Chiesa»
di Massimo Introvigne
 Ad Assisi, dove ha pronunciato diversi discorsi. qualcuno si attendeva dal Papa novità radicali sulla rinuncia della Chiesa alle sue vere e presunte ricchezze, ma Francesco ha liquidato le anticipazioni giornalistiche come «fantasie», una grande lezione a chi prende per buono il Papa riveduto e corretto dai giornalisti.
«In questi giorni - ha detto Francesco incontrando i poveri della Caritas nella Sala della Spoliazione del vescovado di Assisi - sui giornali, sui mezzi di comunicazione, si facevano fantasie. “Il Papa andrà a spogliare la Chiesa, lì!”. “Di che cosa spoglierà la Chiesa?”. “Spoglierà gli abiti dei Vescovi, dei Cardinali; spoglierà se stesso”». Certamente, come san Francesco (1182-1226) si spogliò delle sue vesti di giovane ricco e mondano, anche la Chiesa deve «spogliarsi». Però «quando nei media si parla della Chiesa, credono che la Chiesa siano i preti, le suore, i Vescovi, i Cardinali e il Papa. Ma la Chiesa siamo tutti noi!». Se dunque «dal primo battezzato, tutti siamo Chiesa, tutti dobbiamo andare per la strada di Gesù, che ha percorso una strada di spogliazione». «Ma non possiamo fare un cristianesimo un po’ più umano - dicono - senza croce, senza Gesù, senza spogliazione? In questo modo diventeremo cristiani di pasticceria, come belle torte, come belle cose dolci! Bellissimo, ma non cristiani davvero!».
La domanda che il Papa si è posto è: «Ma di che cosa deve spogliarsi la Chiesa?». La risposta è chiara, e si situa su un piano del tutto diverso dalle «fantasie» giornalistiche. «Deve spogliarsi oggi di un pericolo gravissimo, che minaccia ogni persona nella Chiesa, tutti: il pericolo della mondanità. Il cristiano non può convivere con lo spirito del mondo. La mondanità che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all’orgoglio. E questo è un idolo, non è Dio. È un idolo! E l’idolatria è il peccato più forte!».
Francesco è tornato su un tema chiave del suo Magistero: la mondanità spirituale. È certamente necessario, ha affermato, spogliarsi della mondanità materiale, che è la brama di ricchezze e di denaro. Ma per la Chiesa una tentazione ancora peggiore è la mondanità spirituale, che è tanto più insidiosa in quanto colpisce anche chi alla mondanità materiale ha rinunciato. È il fare il bene, magari farsi anche materialmente poveri, ma per l’applauso del mondo o per mero umanitarismo e non per Dio. «Spogliarsi di ogni mondanità spirituale, che è una tentazione per tutti» - ha spiegato il Papa - significa allora «spogliarsi di ogni azione che non è per Dio, non è di Dio». Un’azione che è anche buona e benefica in astratto, ma che non è fatta per Dio. «La mondanità ci fa male. È tanto triste trovare un cristiano mondano». «È proprio ridicolo che un cristiano - un cristiano vero - che un prete, che una suora, che un Vescovo, che un Cardinale, che un Papa vogliano andare sulla strada di questa mondanità, che è un atteggiamento omicida. La mondanità spirituale uccide! Uccide l’anima! Uccide le persone! Uccide la Chiesa!».
Incontrando i bambini disabili e ammalati, Francesco ha ancora una volta condannato la «cultura dello scarto», che rifiuta i più deboli e talora li elimina fisicamente anziché accoglierli, come dovrebbe fare una vera «civiltà umana e cristiana». E nell’omelia della Messa in Piazza San Francesco - dove ha invocato pace per la Siria e anche per la turbolenta vita politica di quell’Italia che ha in san Francesco il suo patrono - ha chiarito qual è la vera lezione del santo di Assisi, da non confondersi con un «san Francesco che non esiste», «sdolcinato» e «panteista», un’invenzione moderna cui purtroppo tanti hanno prestato fede.
«La pace francescana - ha detto il Pontefice - non è un sentimento sdolcinato. Per favore: questo san Francesco non esiste! E neppure è una specie di armonia panteistica con le energie del cosmo… Anche questo non è francescano! Anche questo non è francescano, ma è un’idea che alcuni hanno costruito! La pace di san Francesco è quella di Cristo, e la trova chi “prende su di sé” il suo “giogo”». Francesco è diventato santo davanti al crocifisso, pregando e adorando, e insegnandoci a fare altrettanto. Senza la preghiera e l’adorazione san Francesco non esiste, è un falso san Francesco. «San Francesco viene associato da molti alla pace, ed è giusto, ma pochi vanno in profondità. Qual è la pace che Francesco ha accolto e vissuto e ci trasmette? Quella di Cristo, passata attraverso l’amore più grande, quello della Croce».
Così pure, è giusto ad Assisi chiedere «il rispetto per tutto ciò che Dio ha creato e come Lui lo ha creato, senza sperimentare sul creato per distruggerlo». Ma senza panteismi che neghino il ruolo centrale dell’uomo, senza mai dimenticare che san Francesco vuole anche «che l’uomo sia al centro della creazione, al posto dove Dio - il Creatore - lo ha voluto».
Come tradurre questo spirito in azione pastorale? Ripartendo - ha detto il Papa nella cattedrale di San Rufino incontrando la comunità diocesana - dalla Parola di Dio: «dobbiamo diventare tutti più ascoltatori della Parola di Dio, per essere meno ricchi di nostre parole e più ricchi delle sue Parole». «Non basta leggere le Sacre Scritture, bisogna ascoltare Gesù che parla in esse [...]. Bisogna essere antenne che ricevono, sintonizzate sulla Parola di Dio, per essere antenne che trasmettono!». Chi pensa di trasmettere senza ricevere annuncia la sua parola e non quella di Dio. In chiesa ne nascono le «omelie interminabili, noiose», in famiglia un’educazione che, più che la Parola di Dio, trasmette «la parola del telegiornale», in parrocchia le gestioni burocratiche e anonime mentre i vecchi parroci conoscevano il nome di tutti i fedeli, e - ha detto Francesco - perfino «il nome del cane» di ogni fedele, tra gli sposi l’incapacità di perseverare senza separarsi, mentre il consiglio del Papa alle coppie è: «Litigate quanto volete. Se volano i piatti, lasciateli. Ma mai finire la giornata senza fare la pace! Mai!».
Nell’incontro con i giovani dell’Umbria il Pontefice è tornato sul tema del matrimonio, con un altro consiglio pratico che ha strappato il sorriso: «Quando viene da me una mamma che mi dice “Ho un figlio di trent'anni ma non si sposa, non si decide, ha una bella fidanzata ma non si sposano”, io le rispondo “Signora, non gli stiri più le camicie!”». Ma la battuta si collega a una meditazione profonda sulla perdita del senso del matrimonio nella nostra società: «La società in cui voi siete nati privilegia i diritti individuali piuttosto che la famiglia, le relazioni che durano finché non sorgono difficoltà, e per questo a volte parla di rapporto di coppia, di famiglia e di matrimonio in modo superficiale ed equivoco. Basterebbe guardare certi programmi televisivi».
Francesco - che nel discorso ai giovani ha esaltato la verginità per il Regno di Dio e il celibato sacerdotale come «la vocazione che Gesù stesso ha vissuto» - ha voluto incontrare le suore clarisse nella Basilica di Santa Chiara, per ribadire il ruolo indispensabile della vita contemplativa nella Chiesa. Infatti, è dalla contemplazione che nasce la capacità di comprendere e di aiutare. Il segno che la contemplazione è adeguata e feconda è la gioia. «A me da tristezza - ha detto il Papa - quando trovo suore che non sono gioiose. Forse sorridono, ma … con il sorriso di un’assistente di volo, no? Ma non con il sorriso della gioia, di quella che viene da dentro, eh? Sempre con Gesù Cristo. Oggi nella Messa, parlando del Crocifisso, dicevo che Francesco lo aveva contemplato come con gli occhi aperti, con le ferite aperte, con il sangue che veniva giù: e questa è la vostra contemplazione, la realtà. La realtà di Gesù Cristo. Non idee astratte. Non idee astratte, perché seccano la testa!».
Scherzosamente, Francesco ha invitato le clarisse a non essere «troppo spirituali», ricordando come la «fondatrice dei monasteri della concorrenza vostra, Santa Teresa» (d’Avila, 1515-1582), quando si presentava una novizia con ubbie mistiche diceva alla cuoca: «Dalle una bistecca». «Ricordatevi della bistecca di Santa Teresa», ha raccomandato il Papa alle suore, esortandole anche a vivere in comunità senza chiacchiere e maldicenze: «Il diavolo approfitta di tutto per dividere! Dice: ‘Ma … io non voglio parlare male, ma …’, e incomincia la divisione».
Quelle sul primato della contemplazione e sul matrimonio sono verità da trasmettere senza paura, non dimenticando di andare alle «periferie», che - il Pontefice lo ha voluto spiegare per l’ennesima volta in cattedrale - «sono luoghi, ma sono soprattutto persone» lontane dalla Chiesa, magari «di classe media» e tutt’altro che povere, ma dove si trovano bambini che «non sanno farsi il segno della croce» e adulti che ignorano le verità elementari del Catechismo. «Queste sono vere periferie esistenziali, dove Dio non c’è».
«Non abbiate paura di uscire - ha concluso il Papa - e andare incontro a queste persone, a queste situazioni. Non lasciatevi bloccare da pregiudizi, da abitudini, rigidità mentali o pastorali, dal famoso “si è sempre fatto così!”. Ma si può andare alle periferie solo se si porta la Parola di Dio nel cuore e si cammina con la Chiesa, come san Francesco. Altrimenti portiamo noi stessi, non la Parola di Dio, e questo non è buono, non serve a nessuno! Non siamo noi che salviamo il mondo: è proprio il Signore che lo salva!».

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IL (VERO) FRANCESCO CHE NON APPLAUDE SCALFARI. OGGI IL SANTO DI ASSISI SAREBBE BOLLATO DAI GIORNALI COME “FONDAMENTALISTA” E “FANATICO”.


La visita del Papa ad Assisi riporta agli onori della cronaca il più famoso dei santi, quello di cui Bergoglio ha preso il nome. Francesco d’Assisi però è anche il più incompreso dei santi, perché fu l’opposto esatto del santino che ne fanno oggi i media, rappresentandolo come uno svagato ecologista, ecumenista e buonista umanitario.

IL VERO FRANCESCO

Il cardinal Biffi, celebrandone la festa ad Assisi nel 2004, disse che vedeva in giro “un francescanesimo di maniera, svigorito in un estetismo senza convinzioni esistenziali”, un brodino tale “che tutti lo possano assumere senza ripulse e drammi interiori, stemperato in una religiosità indistinta che non inquieti nessuno”.
Invitava dunque a conoscere l’opera e la figura di Francesco “nella loro verità”. La verità di questo santo è l’adesione totale e assoluta al Vangelo, letteralmente. Sine glossa. Senza accomodamenti con la mentalità dominante.
Senza quelle concessioni allo spirito dei tempi che qualche cattolico oggi fa in nome del “dialogo col mondo” e della cosiddetta “apertura alla modernità”.
Per capire cosa significa ai giorni nostri – come suggeriva Biffi – bisogna rileggere le sue (quasi sconosciute) lettere considerandole scritte per i tempi odierni. Scopriremo che oggi Francesco verrebbe sicuramente liquidato dai media come “un fanatico”, un “fondamentalista”, un cattolico “integralista e reazionario”.

AI POLITICI E ALTRI POTENTI

Prendiamo la lettera che scrisse “a podestà, consoli, magistrati e reggitori dei popoli”, cioè tutte le cariche pubbliche (non solo i politici). Pensate che abbia fatto loro l’elenco dei problemi sociali, parlando di disoccupazione, pace, ambiente o economia? Tutt’altro.
Li esortò potentemente a professare la fede cattolica per salvare le anime loro e quelle dei loro popoli:
“Ricordate e pensate che il giorno della morte si avvicina. Vi supplico allora, con rispetto per quanto posso, di non dimenticare il Signore, presi come siete dalle cure e dalle preoccupazioni del mondo. Obbedite ai suoi comandamenti, poiché tutti quelli che dimenticano il Signore e si allontanano dalle sue leggi sono maledetti e saranno dimenticati da lui. E quando verrà il giorno della morte, tutte quelle cose che credevano di avere saranno loro tolte”.
Proseguiva (e penso a intellettuali e giornalisti):
E quanto più saranno sapienti e potenti in questo mondo, tanto più dovranno patire le pene nell’inferno. Perciò vi consiglio, signori miei, di mettere da parte ogni cura e preoccupazione e di ricevere devotamente la comunione del santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo in sua santa memoria”.
Continua (e faccio una dedica a tutti quei politici e governanti che oggi cancellano ogni memoria cristiana):
“Siete tenuti ad attribuire al Signore tanto onore fra il popolo a voi affidato, che ogni sera si annunci, mediante un banditore o qualche altro segno, che siano rese lodi e grazie all’onnipotente Signore Iddio da tutto il popolo. E se non farete questo, sappiate che dovrete renderne ragione (cf. Mt. 12,36) a Dio davanti al Signore vostro Gesù Cristo nel giorno del giudizio”.

AI FEDELI LAICI

San Francesco indirizzò poi un’altra lettera ai semplici fedeli laici a cui raccomandò di stringersi alla “dolcezza” e “soavità” del Signore Gesù, osservando i comandamenti e facendo penitenza.
Chi invece non segue Cristo è esortato a convertirsi e se persevera nel peccato è accoratamente ammonito dal santo di Assisi: “costoro sono prigionieri del diavolo… essi vedono e riconoscono, sanno e fanno il male, e consapevolmente perdono la loro anima”.
Perché “chiunque muore in peccato mortale… il diavolo rapisce l’anima di lui… e tutti i talenti e il potere e la scienza e la sapienza che credevano di possedere sarà loro tolta… e andranno all’inferno dove saranno tormentati eternamente”.

AI SACERDOTI E SULLA CHIESA

C’è poi una lettera di san Francesco ai sacerdoti. Anch’essa sorprendente, perché non esorta i sacri ministri all’azione sociale o all’attività umanitaria, ma li esorta principalmente a tributare il massimo onore “al santissimo corpo e sangue del Signore nostro Gesù Cristo”.
Il santo infatti è addolorato perché da molti “il corpo del Signore viene collocato e lasciato in luoghi indegni, viene trasportato senza nessun onore e ricevuto senza le dovute disposizioni e amministrato senza riverenza”.
Sembra qui di sentir riecheggiare la preoccupazione di Benedetto XVI, il suo invito a cessare gli abusi liturgici del postconcilio, il desiderio di riportare il sacrificio eucaristico, con i più santi riti, al centro della Chiesa e l’adorazione al cuore della vita (proprio di recente alcuni figli spirituali del santo, i Francescani dell’Immacolata, hanno fatto parlare di sé per l’amore alla sacra liturgia).
Eguale sottolineatura san Francesco fa per le preziose parole del Signore, ossia il Vangelo, alla cui difesa (dagli attacchi ideologici) papa Benedetto ha dedicato tre poderosi libri.
Dice san Francesco:
“Anche i nomi e le parole di lui scritte talvolta vengono calpestate, perché ‘l’uomo carnale non comprende le cose di Dio’ (1Cor 2,14). Non dovremmo sentirci mossi a pietà per tutto questo, dal momento che lo stesso pio Signore si consegna nelle nostre mani e noi l’abbiamo a nostra disposizione e ce ne comunichiamo ogni giorno?”.
Ecco perché san Francesco ha un particolare atteggiamento di venerazione per la santa Chiesa. Da quando riceve dal crocifisso di San Damiano il mandato “Ripara la mia Chiesa” egli avrà per la Sposa di Cristo solo parole di amore.
E quando va a sottoporsi al giudizio della Santa Sede dice con tenerezza “Andiamo dalla madre nostra”. E quando sa di ecclesiastici indegni o corrotti (e ce n’erano!) lui va a baciare le loro mani perché sono quelle mani che consacrano il corpo del Signore.
E di fronte alla corte pontificia non lancia strali e anatemi sui lussi e le vanità ecclesiastiche, ma, povero e umile, promette l’obbedienza sua e quella dei suoi frati ai pastori stabiliti da Cristo.

PROSELITISMO E POVERTA’

Infine nella sua “Regola non bullata” invita i suoi frati a dare testimonianza a Cristo (fino al martirio) anche “tra i saraceni e gli altri infedeli” (del resto lui stesso andò ad annunciare Cristo al Sultano e molto presto i suoi frati ricevettero il martirio).
Non ritenne la testimonianza un deteriore “proselitismo”. Infatti per lui la conversione era la via della salvezza.
Anche il tema della “povertà”, centrale nell’esperienza francescana, è stato totalmente frainteso. Per il santo la povertà non era una condizione sociale da sradicare, ma anzi un modo di vita da abbracciare con amore.
Non considerava infatti la “povertà” una categoria economica, ma teologica. La riferiva al Figlio di Dio che “spogliò se stesso assumendo al condizione di servo”, Colui che “da ricco che era”, cioè Dio, si fece uomo di carne mortale, che annientò se stesso per la salvezza degli uomini.
La povertà di Francesco era memoria dell’incarnazione.

SCEGLIERE: O SAN FRANCESCO O MARTINI

Questo è il santo di cui papa Bergoglio ha preso il nome e che oggi va ad omaggiare ad Assisi. Lui che è il primo papa gesuita sa che storicamente un certo filone del gesuitismo si è duramente scontrato con la radicalità evangelica di san Francesco.
C’è infatti una parte del movimento gesuitico che – invece di innalzare gli uomini al Vangelo (come san Francesco) – ha pensato di abbassare il Vangelo ai costumi delle genti e alle culture delle corti principesche.
E’ la polemica contro i gesuiti del Pascal delle “Lettere provinciali” che li accusò di lassismo.
Anche il dotto gesuita Matteo Ricci in Cina ritenne di poter accettare riti pagani e culture ritenute invece inaccettabili dai francescani (la Santa Sede dette ragione a questi ultimi e i gesuiti si giocarono il favore della corte cinese).
Del resto fu un papa francescano, Clemente XIV a sopprimere nel 1773 i gesuiti. Dunque anche oggi c’è un bivio, bisogna scegliere fra la radicalità di san Francesco e – per fare un esempio attuale – lo “spirito dialogante” col mondo del gesuita cardinal Martini.

Antonio Socci

Da “Libero”, 4 ottobre 2013