venerdì 4 ottobre 2013

In un giorno di pianto



 Di fronte alla tragedia di Lampedusa. Quel muro da abbattere con scelte di ampio respiro

C’è un riferimento tra le tante dichiarazioni rilasciate nelle ore successive alla tragedia di Lampedusa — alcune delle quali polemiche e inopportune — che lascia sperare in un cambiamento di livello politico nell’affrontare la realtà delle migrazioni. Si tratta del parallelismo tracciato dal vice presidente del Consiglio italiano e ministro dell’Interno, Angelino Alfano, tra il Muro di Berlino e il tratto di mare che separa l’Africa dall’isola al largo della Sicilia. Il muro che divideva est e ovest è stato ora sostituito da una barriera d’acqua che separa sud e nord del mondo e dove, nel giro di pochi anni, si sono infrante le speranza di migliaia di persone. In effetti, la dimensione che il fenomeno migratorio è andato assumendo (secondo l’Onu nel 2013 i migranti nel mondo sono stati 232 milioni, contro i 175 milioni del 2000) ha bisogno di essere analizzato e affrontato con una prospettiva storica e non solo in base a calcoli politici di corto respiro e di basso profilo.
È stato questo, in fondo, il senso delle parole del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, in un’intervista alla Radio Vaticana. «In Italia — ha detto il capo dello Stato — esistono leggi che regolano l’immigrazione, anche irregolare. Ma se sono contrarie a una degna politica dell’accoglienza vanno modificate». Facendo proprie le espressioni di Papa Francesco, Napolitano ha detto di provare «vergogna e orrore», ma ha anche aggiunto che «assolutamente non si può soltanto, di volta in volta, restare a questa denuncia o a questa espressione di sentimenti profondi di rifiuto del possibile ripetersi» di simili tragedie. Secondo il presidente italiano, «una delle verifiche che vanno rapidamente fatte è quali norme di legge ci sono che fanno ostacolo a una politica dell’accoglienza, degna del nostro Paese e rispondente a principi fondamentali di umanità e solidarietà». Però — ha concluso — «non è solo questione di norme: è questione di mezzi, è questione di interventi, è questione di responsabilità ed è un discorso che non può assolutamente essere solo italiano, deve essere allo stesso tempo almeno europeo». Il riferimento di Napolitano alla necessità di mezzi maggiori per affrontare il fenomeno migratorio appare quanto mai opportuno se si pensa che, tra il 2011 e il 2013, Frontex, l’agenzia operativa a cui è affidato il monitoraggio delle frontiere esterne dell’Ue ha visto ridurre il proprio budget da 118,2 milioni di euro a 85,7 milioni, con una flessione del 27,5 per cento.
E mentre alcune voci si levano per invocare la modifica del Trattato di Dublino che lascerebbe ai Paesi costieri e quindi di primo ingresso — Italia, Spagna e Grecia soprattutto — il peso dell’immigrazione, dalle istituzioni europee giungono appelli rivolti a tutti i Paesi membri affinché ognuno si assuma la propria responsabilità. In particolare il commissario europeo per gli Affari interni, Cecilia Malmström, ha invitato gli Stati dell’Unione a «impegnarsi a ospitare gli individui che hanno bisogno di protezione internazionale». Per Malmström «ciò dimostrerebbe un rinnovato impegno di solidarietà e di condivisione delle responsabilità».
In Italia, intanto, si osserva oggi il giorno di lutto nazionale decretato dal presidente del Consiglio, Enrico Letta. A Lampedusa le operazioni di soccorso sono state sospese a causa del maltempo, anche se ormai le speranze di trovare ancora qualcuno in vita sono nulle. Il bilancio, finora, è di 111 morti. Incerto il numero dei dispersi, mentre 150 persone sono state tratte in salvo grazie all’opera dei soccorritori. Che ancora una volta hanno dimostrato di essere la parte migliore del Paese.
L'Osservatore Romano

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In un giorno di pianto


Nella festa del santo di cui il vescovo di Roma per la prima volta ha scelto di portare il nome, Assisi ha accolto Papa Francesco. Con un affetto reso evidente dalla partecipazione commossa di tantissime persone, e con l’animo segnato dall’ultima straziante tragedia che ha causato centinaia di vittime nelle acque di Lampedusa. In un giorno di pianto — così lo ha definito il Pontefice — la cui tristezza è stata in qualche modo espressa anche dal clima grigio e piovoso di un autunno precoce.
Proprio Lampedusa è stata la meta del primo viaggio del pontificato, decisa per affidare alla misericordia di Dio i venticinquemila morti di questi anni nel Mediterraneo — uomini, donne, bambini in fuga da condizioni di vita disperate — e per cercare di allontanare dai cuori quella durezza che il Papa ha denunciato con forza come una globalizzazione dell’indifferenza. Così l’omaggio commosso dei fiori che ha deposto sulla tomba del santo di Assisi ha richiamato l’immagine di quelli affidati alle onde del mare davanti alla piccola isola siciliana.
E se di fronte alla tragedia la prima parola subito venuta sulle labbra del Pontefice è stata «vergogna», le carezze e i baci che egli ha lungamente riservato ai giovani disabili assistiti nell’Istituto Serafico erano anche per le vittime di questo dramma che ha proporzioni mondiali. Eloquente è stata la decisione di iniziare la visita ad Assisi da questo luogo dove l’attenzione e la cura per la carne sofferente di Cristo sono prima di tutto una scelta di vita. Scelta di attenzione per l’altro che — ha ricordato Papa Francesco — deve distinguere i cristiani.
Così la sua meditazione tenuta a braccio sulle piaghe di Gesù risorto — era bellissimo, ha detto — ha voluto sottolineare che proprio queste piaghe permettono ai discepoli di riconoscerlo. Come infatti Gesù è nello stesso tempo nascosto e presente nell’eucaristia, è anche presente e nascosto nella sua carne che soffre in questo mondo. Quella carne che Francesco di Assisi ha riconosciuto e abbracciato nel lebbroso, all’inizio di un cammino esemplare nel quale già i contemporanei videro i tratti straordinari di un «secondo Cristo» (alter Christus).
Sulle orme di Francesco si è dunque dipanato il cammino ad Assisi del Papa che ne ha preso il nome. Dapprima nel vescovado, là dove il figlio del mercante Bernardone si spogliò delle vesti e dove Papa Francesco ha di nuovo parlato a braccio, tenendo una meditazione sulla spogliazione continuamente necessaria da parte della Chiesa, per fuggire la mondanità spirituale. Quindi a San Damiano, dove ha esortato i religiosi a restare fedeli alle nozze celebrate con Madonna Povertà. Poi davanti alla tomba di Francesco e infine all’eremo delle Carceri, primo Pontefice a visitarlo.
Al santo il vescovo di Roma si è rivolto direttamente nell’omelia con parole venute dal cuore: insegnaci — ha detto — a rimanere davanti al crocifisso per lasciarci guardare da lui; insegnaci a essere strumenti di pace, quella che viene da Dio e che Papa Francesco ha implorato ancora una volta: per la Terra Santa, la Siria, il Medio Oriente, il mondo. Un mondo sofferente che della pace e dello sguardo di Dio ha desiderio e bisogno. g.m.v.
L'Osservatore Romano

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Nella «sala della spoliazione» di Francesco: «Oggi è un giorno di pianto per Lampedusa, queste cose le fa lo spirito mondano»

ANDREA TORNIELLIINVIATO AD ASSISI
«Il cristiano non può convivere con lo spirito del mondo, la mondanità che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all'orgoglio». Nella «sala della spoliazione», dove san Francesco si denudò rinunciando a tutto per mettersi dalla parte dei poveri, il Papa che ha scelto il nome del Poverello d'Assisi chiede a tutta la Chiesa, cioè ad ogni battezzato, di «spogliarsi» di tutto ciò che non è essenziale, per essere solo «la Chiesa di Cristo». È la prima volta in 900 anni che un Papa visita questo luogo. Ad accoglierlo ci sono i poveri assistiti dalla Caritas. Anche questa volta lascia da parte il discorso preparato per parlare a braccio. Ricorda le vittime di Lampedusa dicendo: «Oggi è un giorno di pianto». E ironizza sui media che hanno fatto «fantasie» sul discorso che qui avrebbe pronunciato


«È  la prima volta che un Papa viene qui - ha detto Francesco - e nei giorni scorsi sui giornali sui media si facevano fantasie: il Papa andrà a spogliare la Chiesa, spoglierà gli abiti dei vescovi, dei cardinali, spoglierà se stesso... Questa è una buona occasione per fare un invito alla Chiesa a spogliarsi. Ma la Chiesa siamo tutti... Tutti siamo Chiesa e tutti dobbiamo andare per la strada di Gesù. Lui stesso ci ha fatto una strada di spogliazione. È diventato servo, servitore, ha voluto essere umiliato in una croce... Se noi vogliamo essere cristiani non c'è un'altra strada. Non possiamo fare un cristianesimo un po' più "umano", senza croce, senza Gesù, senza spogliazione. E diventeremo cristiani di pasticceria, come le torte dolci e bellissime, ma non cristiani davvero».


«Il cristiano - ha aggiunto Bergoglio - deve spogliarsi oggi di un pericolo gravissimo che minaccia ogni persona nella Chiesa,  il pericolo della mondanità. Il cristiano non può convivere con lo spirito del mondo, la mondanità che ci porta alla vanità, alla prepotenza, all'orgoglio. E questo è un idolo, non è Dio. L'idolatria è il peccato più forte. Quando i media parlano della Chiesa, credono che la Chiesa sono i preti, le suore, i vescovi, i cardinali e il Papa. La Chiesa siamo tutti noi e tutti noi dobbiamo spogliarci di questa mondanità, di questo spirito contrario a quello delle beatitudini, contrario a quello di Gesù. La mondanità ci fa male. È tanto triste trovare un cristiano mondano, sicuro di quella sicurezza che gli dà la fede e che gli dà il mondo. Non si può lavorare dalle due parti. La Chiesa, tutti noi, dobbiamo spogliarsi dalla mondanità. Gesù stesso diceva: non si può servire a due padroni, o servi a Dio o servi al denaro».


«Non si può servire Dio e il denaro, la vanità e l'orgoglio. Noi non possiamo - ha detto ancora Francesco - è triste, cancellare con una mano quello che scriviamo con l'altra. Il Vangelo è il Vangelo. Dio è l'unico, e Gesù si è fatto servitore per noi, e lo spirito del mondo non c'entra qui. Oggi qui con voi, con tanti di voi che siete stati spogliati da questo mondo selvaggio che non dà lavoro, che non aiuta, a cui non importa se ci sono bambini che muoiono di fame, a cui non importa se tante famiglie non hanno da mangiare, non hanno la dignità di portare pane a casa, non importa se tanta gente deve fuggire dalla schiavitù e dalla fame. E fuggire cercando la libertà, e con quanto orrore tante volte vediamo che trovano la morte, come è successo ieri a Lampedusa. Ma oggi è un giorno di pianto, queste cose le fa lo spirito del mondo, è proprio ridicolo che un cristiano, un cristiano vero, che un prete, una suora, un vescovo, un Papa vogliano andare sulla strada di questa mondanità che è un atteggiamento omicida».


«La mondanità spirituale - ha concluso il Papa - uccide, uccide l'anima, uccide le persone, uccide la Chiesa. Quando Francesco qui ha fato quel gesto di spogliarsi, era un ragazzo giovane, non aveva forza, è stata la forza di Dio che lo ha spinto a fare questo, la forza di Dio che voleva ricordarci quello che Gesù ci diceva sullo spirito del mondo, quello che Gesù ha pregato al Padre perché il Padre ci salvasse dallo spirito del mondo. Oggi qui chiediamo la grazia per tutti i cristiani: che il Signore dia a tutti noi il coraggio di spogliarci, ma dello spirito del mondo che è la lebbra, il cancro della società, è il nemico di Gesù. Chiedo al Signore che a tutti noi ci dia questa grazia di spogliarci
Nel discorso preparato, che non ha letto, il Papa spiegava che la scelta di Francesco di essere povero «non è una scelta sociologica, ideologica, è la scelta di essere come Gesù, di imitare Lui, di seguirlo fino in fondo. Gesù è Dio che si spoglia della sua gloria». «Il cristiano non è uno che si riempie la bocca coi poveri, no! È uno che li incontra, che li guarda negli occhi, che li tocca. Sono qui - aveva scritto il Papa - non per “fare notizia”, ma per indicare che questa è la via cristiana, quella che ha percorso san Francesco». La Chiesa, aggiungeva nel testo preparato, deve «spogliarsi della tranquillità apparente che danno le strutture, certamente necessarie e importanti, ma che non devono oscurare mai l’unica vera forza che porta in sé: quella di Dio. Lui è la nostra forza! Spogliarsi di ciò che non è essenziale, perché il riferimento è Cristo; la Chiesa è di Cristo! Tanti passi, soprattutto in questi decenni, sono stati fatti. Continuiamo su questa strada che è quella di Cristo, quella dei santi».