giovedì 17 ottobre 2013

Dio si lascia portare a casa



Messaggio del Pontefice per i 750 anni del duomo di Xanten. 

Un invito a uscire dalle comodità degli ambienti più familiari per avvicinare gli uomini del nostro tempo è stato rivolto da Papa Francesco alla comunità tedesca di Xanten, in occasione della commemorazione — svoltasi domenica 13 ottobre — per i 750 anni della posa della prima pietra del duomo. In un messaggio trasmesso attraverso il cardinale Joachim Meisner, arcivescovo di Köln, suo inviato speciale alle celebrazioni, il Pontefice esorta a «non ritirarsi in spazi elevati», perché «siamo una Chiesa che si mette in cammino con le persone, che non ha paura a camminare nella notte buia che avvolge gli uomini». Una Chiesa — aggiunge — «che sa inserirsi nel dialogo delle persone, che vuole ascoltare e capire ciò che affligge i fratelli e le sorelle, ciò che li preoccupa e ciò che è il loro anelito profondo». La Chiesa, quindi, vuole incontrare tutte le persone indistintamente, soprattutto, quelle che vagano «sole e senza meta, e che talvolta sono disilluse e deluse da un cristianesimo spesso concepito come un terreno sterile, arido, che appare incapace di generare un significato».
Il Papa ha quindi esortato la comunità di Xanten ad animare una Chiesa capace di aiutare e invitare le persone «a camminare insieme per trovare la pietra viva». Il riferimento è al tema dell’anno giubilare «Stringetevi a lui, pietra viva» (cfr. 1 Pietro 2, 4). Stringersi a Cristo, nella comunione con Lui e tra i fratelli, infatti, «conduce nello spazio che alberga in sé il mistero di Dio, affinché esso possa entusiasmare e attirare le persone». Per i cristiani la notizia più bella è che Dio «ci fa partecipare al sacrificio santo e vivo del suo Figlio unigenito Gesù Cristo, che riconcilia il mondo con il Padre». In questo modo, Dio si lascia «portare a casa», cioè fa sì che si risvegli nella persona «il desiderio di custodirlo nella propria vita, nella propria dimora, nel proprio cuore».
È ancora una volta un appello a ricercare l’unione. E per raggiungere l’obiettivo, occorre cambiare mentalità e soprattutto, come Chiesa, «continuare a imparare che non possiamo allontanarci dalla semplicità, altrimenti disimpariamo il linguaggio del mistero e rimaniamo al di fuori».
Semplicità quindi è la parola chiave per accedere ai misteri di Dio e per trasmetterli agli uomini. A volte, si legge nel messaggio, «perdiamo coloro che non ci comprendono, perché abbiamo disimparato la semplicità che è capace di raggiungere ogni uomo». Per questo è fondamentale non allontanarsi mai dal linguaggio della semplicità, perché senza di esso «la Chiesa si priva dei presupposti che permettono all’uomo di guardare Dio nella profondità del suo mistero».
In tale contesto, il giubileo del duomo di Xanten offre l’opportunità per domandarsi: «Siamo ancora una Chiesa capace di riscaldare i cuori?». Una Chiesa, cioè, in grado di «creare spazio per l’incontro con Dio e di ricondurre alla comunione con il Padre celeste, con Gesù Cristo e con lo Spirito Santo?».
Papa Francesco ha poi chiesto di pregare sulla tomba di tanti testimoni della fede, come san Vittore, il beato Karl Leisner, i martiri Gerhard Storm e Heinz Bello, perché «il Signore diventi una “pietra viva”, che ci sprona a essere Chiesa missionaria». Solo in questo modo, ha concluso, siamo una Chiesa viva che è «in cammino con le persone e le accompagna sulla via verso Dio, il quale vuole dare a tutti vera vita, senso e pienezza».
Per sottolineare la comunione spirituale del successore di Pietro con tutti i fedeli a Xanten e nella diocesi di Münster, e «dare un’espressione viva alla communio dell’unica Chiesa», il Pontefice ha inviato il cardinale Meisner a presiedere la celebrazione giubilare nel duomo, un «luogo — conclude il messaggio del Papa — che non è soltanto testimone della storia, ma anche uno spazio che vuole dare impulso alla fede, non ultimo per il fatto di essere dedicato alla memoria di importanti testimoni».
Il concetto è stato poi ripreso anche nell’omelia del cardinale Meisner. «Il suolo di Xanten — ha detto il porporato — è santificato sin dal III secolo dal sangue dei martiri della legione tebana». È proprio qui «che terminano le tracce di sangue di questi coraggiosi testimoni di Cristo, che, membri della legione romana, prima a Bonn, nel sud, poi a Colonia e infine a Xanten, hanno dato la propria vita per lui». Il ricordo dei martiri rimanda alle comunità attualmente presenti in Germania. «Il nostro suolo patrio — ha aggiunto — è stato reso abitabile grazie ai nostri martiri, perché Dio, con il loro sangue, l’ha preparato quale dimora per la gente che egli ama». C’è sempre il rischio per l’uomo di fare un uso sbagliato della terra, trasformandola spesso in «un nascondiglio per la sua miscredenza e per il suo egoismo, invece di aprirla quale incontro con il Dio vivo e per la promozione reciproca».
Al contrario, il duomo, tempio in pietra «eretto sopra le tombe di san Vittore e dei suoi compagni martiri, è diventato uno spazio aperto attraverso la risurrezione di Cristo». Questo luogo della Chiesa, infatti, è «portatore di un’attesa completamente nuova»: oltre a essere uno spazio «della comunità celebrante», è aperto anche a quanti oggi «non sono presenti. È aperto a quanti ancora non sanno che la loro vera dimora come uomini è Gesù Cristo, che vive nella sua Chiesa».
Da 750 anni il duomo di Xanten è anche «segno del Dio che cerca», ed è segno di una «presenza che esiste per gli uomini, per tutti gli uomini». Esso manifesta, pertanto, la presenza di Dio, che «è qui per noi». Purtroppo, è stata la constatazione del cardinale, molte persone oggi «muoiono per mancanza di attese. Nessuno mi attende, perché devo ancora rimanere?». A questo interrogativo il porporato ha risposto con l’immagine della chiesa aperta, come «simbolo commovente della pazienza di Dio». Perciò, ha concluso, «nessuno ha motivo di dire: nessuno mi attende! Dio ti attende! Perciò è qui, in questa chiesa, ed è sempre aperta».
L'Osservatore Romano