A 50 anni della Pacem in Terris: Educhiamo all’impegno politico (Cardinale Turkson)
Pubblichiamo quasi integralmente l’intervento introduttivo che il cardinale presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace ha tenuto a Roma, presso la Domus Pacis, in occasione delle giornate celebrative (dal 2 al 4 ottobre) del cinquantesimo anniversario della pubblicazione dell’enciclica di Giovanni XXIII Pacem in terris.
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(Peter Kodwo Appiah Turkson) La Pacem in terris è il legato di Papa Giovanni XXIII a un’umanità anelante la pace. Il titolo ricorda l’inno cantato dagli angeli alla nascita di Gesù: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama» (Luca, 2, 14). E proprio come il canto angelico limita l’esperienza della pace in terra agli uomini attraverso il genitivo restrittivo «che egli ama», così Papa Giovanni invoca la «pace in terra, anelito profondo degli esseri umani di tutti i tempi», subordinandola al «pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio». Ed è l’esposizione di questo ordine stabilito da Dio a tenere occupato Papa Giovanni nell’enciclica.
Infatti, sebbene la crisi missilistica a Cuba e la minaccia di una guerra nucleare siano l’occasione più immediata per la sua promulgazione, l’enciclica non consiglia direttamente il disarmo nucleare, l’abolizione della guerra o l’apertura di uno spazio per la pace. L’argomentazione della Pacem in terris non conduce alla pace partendo dalla guerra, bensì dalla dignità umana e dalle relazioni. In tutta l’enciclica, il fatto innegabile delle relazioni umane e il valore irriducibile della dignità umana costituiscono il fondamento e la fonte.
Papa Giovanni inizia, continua e conclude con il nucleo irriducibile della dignità insito in ogni uomo e donna, e con le dinamiche delle relazioni tra loro. Inizia dalla persona e dalla diade e non si ferma fino a quando non arriva all’intera famiglia umana, alla pace in terra per tutti.
Le relazioni, come la coesistenza, iniziano a livello delle piccole comunità e poi si estendono alle società, alle nazioni e al mondo intero. A tutti questi livelli e in ognuna di queste forme di relazione e di coesistenza, la dignità della persona deve essere salvaguardata coltivando le virtù di verità, giustizia, carità e libertà. Di fatto, le relazioni non sono qualcosa in cui ci troviamo per caso, e la dignità non è qualcosa che possiamo avere o non avere. Relazioni e dignità sono ciò che siamo in quanto umani, e niente e nessun altro in cielo o in terra è così costituito. Per questa ragione, «sono il fondamento della legittimità morale di ogni autorità» locale, nazionale o internazionale. La dignità e i diritti delle persone precedono la società, ed essa deve riconoscerli, rispettarli, proteggerli e promuoverli come tali.
In quanto creature create con una dignità inalienabile, esistiamo nella relazione con i nostri fratelli e le nostre sorelle. Al di fuori di questa relazione, purtroppo ci si ritrova a essere meno che umani. Come rimedio, Giovanni XXIII colloca la pace nella dignità di ogni persona umana e nelle persone in relazione. Dove la giustizia (vale a dire il rispetto delle esigenze delle relazioni che intratteniamo) governa le relazioni e la gente abbraccia la dignità di ogni persona, incomincia a regnare la pace.
Pertanto, l’enciclica, all’epoca della guerra fredda, ha anche il carattere di un vademecum per la costruzione della pace. È un manuale della dottrina sociale della Chiesa sulla coesistenza politica e sull’impegno in politica, basato sui requisiti fondamentali della coesistenza umana: il rispetto dei diritti che scaturiscono dalla dignità di ogni persona come creatura, e la vocazione di vivere in relazione per il benessere di tutti e, in ultima analisi, per il bene comune. Una educazione completa e degna del nome di cattolica comprenderà tre dinamiche intrecciate tra loro: completezza, contestualizzazione e collaborazione. Innanzitutto completezza. L’educazione cristiana, afferma Papa Giovanni, deve essere «integrale e ininterrotta; e cioè che in essi il culto dei valori religiosi e l’affinamento della coscienza morale procedano di pari passo con la continua sempre più ricca assimilazione di elementi scientifico-tecnici» (Pacem in terris, 80). Deve aiutare le persone e superare la separazione debilitante tra fede e vita: caratteristica deplorevole della vita di molti oggi. Poi contestualizzazione. Tutti i fedeli hanno il dovere di partecipare attivamente alla vita pubblica, di contribuire alla comunità politica e di aiutare a realizzare il bene comune della famiglia umana. «[N]ella luce della fede e con la forza dell’amore», afferma l’enciclica, essi devono cercare di assicurare che «le istituzioni a finalità economiche, sociali, culturali e politiche, siano tali da non creare ostacoli, ma piuttosto facilitare o rendere meno arduo alle persone il loro perfezionamento: tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale» (76). Per questo è importante imparare un metodo solido per leggere e interpretare la realtà, discernere le esigenze oggettive della giustizia in ogni situazione concreta e passare così dalla teoria socialmente impegnata alla pratica socialmente costruttiva.
Infine collaborazione. Questa pratica pubblica richiede inevitabilmente di collaborare con persone esterne alla Chiesa, come riconosce Giovanni XXIII. Laddove c’è disaccordo dottrinale, non bisogna mai confondere l’errore con colui che sbaglia. Nella parte finale dell’enciclica, il Papa buono incoraggia i cattolici a cooperare con i non cattolici nei campi dello sviluppo economico, sociale e politico, verso obiettivi autenticamente promettenti e buoni. Pertanto, un cattolico con una buona formazione sarà: illuminato dalla fede e acceso dal desiderio di bontà; competente dal punto di vista intellettuale, culturale e scientifico; integrato spiritualmente nelle dimensioni personale, professionale, politica e religiosa.
Nessun uomo è un’isola e nessuna università cattolica è una cattedrale nel deserto. Piuttosto, impegnata nella realtà che la circonda, un’università cattolica o pontificia deve alimentare un nuovo pensiero sociale, istituzionale, esperienziale e religioso per la sua cultura e la sua società.
Le università cattoliche e pontificie sono chiamate anzitutto a promuovere una nuova evangelizzazione della sfera sociale, invito ribadito durante il Sinodo del 2012. L’evangelizzazione della società implica l’inculturazione della fede, a partire da — e attraverso — la forza del Vangelo, nei diversi aspetti della vita: coscienza individuale, culture, usanze e criteri di giudizio, linee di pensiero, fonti d’ispirazione, modelli di vita e così via. Le università sono chiamate a contribuire alla comprensione e all’applicazione delle esigenze del Vangelo, traducendole in modo efficace nelle lingue, nei simboli e nelle forme delle diverse culture del mondo. Le università sono anche chiamate a contribuire a rinnovare queste culture nel profondo. Tutto ciò implica una trasformazione interiore delle comunità cristiane, attraverso processi che coinvolgono il messaggio e la riflessione cristiana, nonché la pratica. Di questa trasformazione interiore ed esteriore alla luce del Vangelo sono responsabili tutte le istituzioni culturali cattoliche, specialmente le università.
Le sfide poste dal «mondo moderno» (concilio Vaticano II) sono molteplici. Sostanzialmente sono antropologiche e quindi etiche, ed è questa una preoccupazione al centro del brillante insegnamento di Papa Benedetto. L’esteso impoverimento del nucleo si traduce in confusione e distorsioni ideologiche in quasi ogni sfera, per esempio nei «mali dello spirito» o in una cultura neo-individualista e neo-utilitarista, che pone l’economia e la finanza al di sopra della politica, mettendo in crisi la politica di partito e la democrazia partecipativa.
Affrontando queste gravi minacce, le università cattoliche e pontificie aiuterebbero a superare l’impressione che la presenza cattolica nella politica sia irrilevante. I cattolici, al contrario, sono molto necessari in politica. Che cosa possono fare le università cattoliche per sostenere i cattolici già impegnati e incoraggiare i giovani a prepararsi per questa vocazione? Un punto da cui partire è quello di assicurare una formazione sociale a lungo termine nella dottrina sociale della Chiesa per le parrocchie, le associazioni e i movimenti di base, i loro membri e specialmente le loro guide. Questa formazione dovrebbe prepararli a difendere e a promuovere i grandi principi, non soltanto della vita e della famiglia, ma anche del lavoro, della giustizia sociale e della custodia del creato.
Pertanto, l’amore di Dio e l’affinamento delle coscienze deve andare di pari passo con una formazione etica e professionale costante. E dove lo sviluppo è completo, inclusivo e integrale, dovrebbe regnare la pace.
Le nostre università possono assistere al meglio il nuovo pensiero, la pianificazione e la formazione quando questi sono collegati a esperienze di vita concrete. Fortunatamente, questa integrazione sta già avvenendo con successo in varie forme di programmi di servizio sociale e in nuovi campi quali l’economia ecologica o la gestione di beni pubblici come l’acqua.
Nel compiere la loro missione di illuminare le culture e dare una formazione, le università dovrebbero integrare nei loro corsi la dottrina sociale della Chiesa. Per questo il Compendio della dottrina sociale della Chiesa è una preziosa risorsa, mentre La vocazione del leader d’impresa (testo del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace) è un esempio di applicazione delle basi della dottrina sociale cattolica agli ambiti importanti degli affari e del commercio.
Tutti i Pontefici dell’epoca moderna hanno, in un modo o nell’altro, incoraggiato i cattolici ad assumere il proprio ruolo in politica, ad abbracciare la vocazione alla politica come una delle forme più alte di carità. Benedetto XVI ha ripetutamente auspicato la formazione di cattolici «capaci di assumersi responsabilità dirette nei vari ambiti del sociale, in modo particolare in quello politico». Anche Papa Francesco ha invitato i fedeli a interessarsi alla politica e a parteciparvi in modo creativo.
Inoltre, Papa Francesco è andato incontro in modo nuovo agli elementi secolaristi della cultura che si sta globalizzando. È in questa tumultuosa pubblica piazza — l’unico mercato del mondo reso sempre più globale da internet — che i cattolici devono essere inviati in missione come politici ben preparati, dipendenti pubblici, opinionisti, e come partecipanti ai grandi dibattiti del nostro tempo.