di Bruno Forte
in “Il Sole 24 Ore” del 6 ottobre 2013
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La Basilica di Santa Maria in Trastevere era gremita al mattino di martedì scorso, 1 Ottobre. Una folla
attenta, fra cui tantissimi erano i giovani, seguiva il dialogo sulla speranza promosso dalla Comunità di
Sant'Egidio nell'ambito dell'incontro delle religioni per la pace. Intervenivano due Arcivescovi cattolici,
Vincenzo Paglia e chi scrive, e due noti uomini di cultura, Giuliano Amato e Eugenio Scalfari.
Particolarmente abile il moderatore, Aldo Cazzullo, giornalista attento ai dialoghi che s'intrecciano fra i mondi
culturali e spirituali del nostro Paese. A interessare era anzitutto il tema: il futuro è sfida che ci riguarda tutti,
perché nessuno può sottrarsi alla domanda personale e collettiva sul dove stiamo andando e sul dove
vorremmo andare. Riprendendo l'interrogativo che ne «L'Idiota» di Dostoevskij il giovane "nichilista"
Ippolit, prossimo a morire di tisi a vent'anni, pone al Principe Myskin - «Quale bellezza salverà il mondo?» -, si
potrebbe dire che sperare è credere che una tale bellezza ci sia e che si rivelerà al momento opportuno,
motivando sin da ora la passione e l'impegno per ciò che è possibile e giusto.
Sulla base di questo comune orizzonte di senso si sono profilate nel dibattito tre posizioni, che mi
paiono rappresentare in maniera significativa le anime del nostro presente, davanti alle quali siamo
tutti chiamati a deciderci.
La prima è quella che riconosce nella speranza una proiezione in avanti delle possibilità dell'umano, una
sorta di anticipazione militante dell'avvenire, riposta nelle nostre mani. È la visione moderna, il progetto
dell'emancipazione da ogni dipendenza, legato alla nascita dell'uomo adulto della scienza e del
progresso. Benedetto XVI nell'Enciclica Spe salvi (2007) lo presentava così "La speranza, da Bacone in
poi, riceve una nuova forma. Ora si chiama: fede nel progresso" (n. 17). È fede nell'uomo, inteso sia
nella sua singolarità, che nell'impegno collettivo per il cambiamento sociale e politico: "Il progresso
verso il meglio, verso il mondo definitivamente buono...viene da una politica pensata scientificamente,
che sa riconoscere la struttura della storia e della società e indica così la strada verso la rivoluzione, il
cambiamento di tutte le cose" (n. 20). Di questa visione si è fatto interprete Eugenio Scalfari con
l'acume che lo caratterizza: in un'appassionata apologia dell'umano, il grande giornalista ha dato voce
al sogno emancipatorio, testimoniando una fede nell'io tanto ammirevole in una persona vicina alla
novantina, come lui stesso ha ricordato, quanto inevitabilmente messa in discussione dai fallimenti
storici dell'ideologia moderna e dalle esperienze del limite e della fragilità, che tutti prima o poi
facciamo.
Ben consapevole di quest'orizzonte di finitudine mi è parsa la posizione di Giuliano Amato, che ha offerto
una lettura del reale e delle sue attese di speranza non distante dalle tesi proposte da Jürgen Habermas
con la sua teoria dell"'agire comunicativo": rispetto al semplice agire strumentale, che punta a
finalizzare ogni cosa all'interesse di alcuni, l'agire comunicativo tende a stabilire rapporti che -
puntando all'intesa più ampia possibile - operino per la costruzione di cammini comuni e il
raggiungimento di beni condivisi dai più. E vero che Amato ha messo in luce anche l'altra faccia della
medaglia, e cioè la crescita del tasso di ostilità nelle relazioni umane, specialmente nei confronti
dell'esperienza religiosa, ma il suo sincero riconoscimento del valore in sé delle religioni, il netto
rifiuto dei cascami anti-spiritualistici dell'Illuminismo e di ogni concezione che riduca la scienza a
empirismo, hanno mostrato come nella complessità del presente una via di speranza percorribile possa
essere proprio quella della ricerca di larghe intese, non solo in senso politico, ma ancor più nel più vasto
campo della convivenza civile, ai vari livelli dell'esperienza umana, fra i gruppi sociali e nei rapporti fra
le nazioni. Questa comprensione della speranza resta tuttavia nei confini dell'umano, tanto esposta ai
rischi del sogno emancipatorio, quanto fragile a causa del debolismo relativista cui potrebbe indurre. La
terza visione di ciò che possiamo sperare si radica nell'idea teologica e nell'esperienza vissuta della
redenzione. La salvezza sperata non è solo un fiore della terra, spuntato grazie alla fatica dell'uomo,
ma è dono dall'alto, preparato e atteso, eppure sempre sorprendente e irriducibile a ogni calcolo
umano. La parabola della "via moderna" mostra come una speranza umana, solo umana, non abbia
prodotto maggiore libertà, uguaglianza e fraternità, e sia anzi sfociata nell'inferno dei totalitarismi, dei
genocidi e dei conflitti mondiali, in cui l'altro è stato ridotto ad avversario da eliminare o a semplice
"straniero morale" da ignorare. Non diversamente la tecnica e la scienza si sono rivelate fallaci nelle
loro pretese assolute. Insomma, "non è la scienza che redime l'uomo. L'uomo viene redento
mediante l'amore. Ciò vale già nell'ambito puramente intramondano. Quando uno nella sua vita fa
l'esperienza di un grande amore, quello è un momento di redenzione che dà un senso nuovo alla sua
vita" (Spe salvi, n. 26). La speranza, dunque, non è qualcosa che possiamo gestire con le nostre sole
forze, è invece Qualcuno che viene a noi, trascendente e sovrano, - libero e liberante per noi. Di questa
speranza abbiamo tutti bisogno.
Osserva Papa Francesco: "Si può vivere schiacciati sul presente? Senza memoria del passato e senza il
desiderio di proiettarsi nel futuro costruendo un progetto, un avvenire, una famiglia? È possibile
continuare così? Questo, secondo me, è il problema più urgente che la Chiesa ha di fronte a sé" (intervista
a Eugenio Scalfari). La speranza è relazione con l'altro che ci ama e da amare, rivelata e donata nel
Verbo fatto carne per noi. Il Dio dell'ideologia è possesso: il Dio della speranza si offre a noi sempre
nuovo, Dio della misericordia e della promessa, rivelato e nascosto. La speranza in Lui è affidabile,
perché fondata nell'amore infinito che solo vince l'ingiustizia, l'infedeltà e la morte, impossibile alle sole
nostre forze, reso possibile dalla Sua grazia. Sperare in questa luce è stare sulla soglia fra il già e il non
ancora, protesi verso il futuro, aperti ad accogliere il dono che l'Eterno ci fa di sé. Di questa speranza, che
ci fa amare la terra aprendoci al tempo stesso ai beni del cielo, si fa voce instancabile Papa Francesco,
specialmente parlando ai giovani: "Non lasciatevi rubare la speranza!". Il Suo è un appello tanto più
accorato, quanto più è consapevole di come sia necessario avere una speranza affidabile per vivere
pienamente la vita. Chi non si lascia rubare la speranza sa riconoscere - dovunque si compia -l'affacciarsi
della bellezza, testimoniata da Myskin a Ippolit col semplice gesto della sua prossimità: la bellezza
dell'amore che salverà il mondo!