sabato 5 ottobre 2013

La scelta di Nancy

Transeutanasia, la scelta di Nancy
di Tommaso Scandroglio

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Transeutanasia. Coniamo questo neologismo per indicare il caso di una persona transessuale che si toglie la vita perché insoddisfatto/a del proprio aspetto dopo ripetuti interventi a cui si è sottoposto/a per la “rettificazione del sesso”. È la strada che ha scelto di imboccare Nancy Fleming, donna belga di 44 anni, la quale dopo tre operazioni per tentare di assumere un aspetto maschile ha chiesto l’eutanasia e l’ha ottenuta perché i risultati degli interventi chirurgici erano da lei ritenuti assai deludenti. In Belgio infatti non solo i malati terminali possono passare a miglior vita, ma anche i sani che soffrono in modo insopportabile nel corpo o nella psiche. La signora Nancy ha tentato in tutti i modi di diventare Nathan: terapie ormonali, mastectomia e impianto del pene. Ma alla fine ha gettato le armi, o forse sarebbe meglio dire il bisturi: «Quando mi sono guardato per la prima volta allo specchio dopo l'operazione, ho provato un'avversione contro me stesso», ha dichiarato la signora Fleming. Lo specchio le rimandava l’immagina di “un mostro”, per usare le sue parole.
È il paradosso dei paradossi. A guardar bene Nancy si è tolta la vita perché, seppur assai depressa, era sana di mente. Infatti la reazione di una donna normale che vede il proprio corpo mascolinizzato non può che essere di sana repulsa. Nancy si vede come un mostro e non si può che darle ragione. Il gesto estremo di questa donna non è imputabile all’imperizia dei medici, bensì proprio all’intimo dissidio che sin da ragazzina ha accompagnato la vita di Nancy. Il giorno prima di morire la signora Fleming ha rilasciato un’intervista al quotidiano Het Laatse Nieuws in cui spiegava che lei, unica figlia femmina nata dopo tre fratelli maschi, si sentiva la “ragazza che nessuna voleva”, una presenza “appena tollerata” in famiglia. Aveva ancora nelle orecchie i rimproveri di sua madre: “se soltanto tu fossi stato un ragazzino”.
La soluzione pareva a senso unico per Nancy, così come per molte altre persone che vogliono cambiare sesso: sottoporsi ad un’operazione. Ma una volta accontentata, la sofferenza di Nancy non si era ancora sopita. Per quale motivo? Perché non era il corpo che doveva mutare d’aspetto secondo i desideri insani di Nancy, bensì proprio l’opposto: era la psiche della donna che si sarebbe dovuta (ri)conciliare con il proprio corpo femminile. Assecondare la volontà della signora Fleming ha solo esasperato quel conflitto interiore che covava da anni, creando ancor di più una distanza tra la percezione di sé come “maschio” e la realtà di Nancy come persona di sesso femminile. La donna che era in lei chiedeva prepotentemente di venire a galla e quando invece scoprì che quel corpo era stata deturpato per renderlo maschio ecco la ribellione. Il rifiuto di quel corpo agghindato con gli attributi mascolini è la prova che la strada per il “cambiamento di sesso” non è la soluzione per simili disagi ma un elemento che accresce ancor di più questi stessi disagi perché accelera la fuga da quell’Io che si rifiuta ma che è invece la chiave di volta per ritrovare la serenità perduta.
La Nuova Bussola ne aveva già parlato nell’aprile di quest’anno (“Io, vittima del cambio di sesso”)allorchè pubblicò stralci dell’intervento in un convegno di Walt Heyer autore del libro Paper Genders-Il mito del cambiamento di sesso in cui raccontava la sua vicenda di transessuale pentito: «È giunto il momento di mettere a nudo l’inganno: gli interventi chirurgici di riattribuzione del sesso non fanno altro che peggiorare la vita di chi vi si sottopone. L’ho imparato a mie spese. È pura follia continuare ad avallare una procedura chirurgica, fallimentare e causa di grandi sofferenze, come risposta a un disturbo che è di natura psicologica. Dopo aver vissuto per otto anni come donna ho capito che avevo fatto un tremendo errore».
Il caso di Nancy non è una bizzarra singolarità, l’eccezione che dovrebbe confermare la regola che suggerisce a chi si sente uomo ma è donna di farsi operare, bensì rappresenta in modo paradigmatico la condizione di tutti coloro che seppur operati non hanno ancora guarito le proprie ferite interiori. Ed infatti il tasso dei suicidi tra i transessuali è del 30% ci rivela Heyer, il quale aggiunge: «Uno studio svedese condotto su 324 transgender (cioè la totalità di coloro che nel periodo 1973-2003 si sono sottoposti in Svezia all’intervento chirurgico di riassegnazione sessuale) ha concluso che dopo l’intervento chirurgico c’è un rischio di mortalità, comportamento suicidario e problemi psichiatrici significativamente superiore alla media nazionale svedese. E allora perché continuare a proporre la chirurgia come soluzione?».
È paradigmatico il caso della signora Nancy perché una persona può sì cambiare quasi perfettamente il proprio aspetto e sembrare quello che non è, ma l’essere maschio e femmina è altra cosa perché investe la persona in tutto il suo essere. Non è solo una questione legata alla genialità o ai cosiddetti attributi sessuali secondari, ma attiene alla sua psicologia, alla sfera emotiva, alla sua forma mentis, alla stessa natura umana che in ciascuno di noi fiorisce in modo maschile o femminile. Un dato ineludibile che nessun chirurgo riuscirà mai a cambiare.
Detto ciò, la drammatica specificità di questo caso risiede nel fatto che la vicenda del transessuale insoddisfatto termina in una clinica per la “dolce morte”. L’eutanasia in questo caso rappresenta plasticamente e realizza concretamente il rifiuto di sé come persona, prima che il rifiuto di sé come donna. L’eutanasia è la firma al fatto che Nancy non accettava se stessa, non tanto come donna, ma prima di tutto come persona. Questo a dimostrare, come si accennava, che la femminilità o la mascolinità non è dato accessorio della persona ma elemento essenziale che informa tutto il nostro essere. Inoltre la triste storia di Nancy che decide di farla finita è davvero l’apoteosi del delirio di onnipotenza dell’uomo che vuole cambiarsi in quello che non è e che, impotente di fronte al dato naturale e incancellabile della sessualità, annienta se stesso uccidendosi come quando si cancella con la gomma un disegno che ci pare uno sgorbio. E lo Stato asseconda tutte queste voglie perché vede nella persona solo una macchina biologica complessa che può mutare di struttura sessuale e che si può spegnere a comando del proprietario.

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Sfruttate, illuse, ingannate: le vittime dell’eutanasia


La cosiddetta società dei diritti ha illuso l’uomo contemporaneo allettandolo con molte promesse, tra cui quella di raggiungere la felicità terrena attraverso la negazione di norme e comportamenti universali derivanti dal diritto e dalla morale naturale: una tentazione a cui l’essere umano, a motivo dell’intrinseca fragilità della sua natura e del suo progressivo allontanamento dal fine ultimo della sua esistenza, ossia Dio stesso, spesso soggiace.
A poco valgono i salutari esami di realtà, sulla base di cui è evidente come ciò abbia saputo produrre solamente un esercito di disperati che non ha altra aspirazione che quella di “farla finita”. Come un giocatore d’azzardo tenta la sorte senza soluzione di continuità nell’illusione che prima o poi si materializzerà quella vincita che gli permetterà di vivere felicemente e senza problemi, così la società attuale si ostina a proseguire nella sua folle corsa ad oltranza alla ricerca del sistema perfetto che permetterà all’umanità di vivere libera, finalmente affrancata finanche dal vincolo della natura. Cosicché, la disperazione ed il senso di fallimento che inevitabilmente colpiscono le innumerevoli vittime della trappola mortale orchestrata dal demonio e dai suoi adepti, anziché costituire una salutare occasione di ravvedimento tendono spesso a rientrare nella stessa logica perversa che li ha causati: il suicidio diventa l’atto estremo di libertà, la sfida che porterà alla tanto agognata vittoria finale. E’ forse questo il filo conduttore della triste e tragica storia di Nathan, una donna belga di 44 anni che ha “scelto” di ricorrere all’eutanasia perché profondamente delusa dal cambiamento di sesso a cui si era sottoposta qualche tempo prima. In un’intervista rilasciata ventiquattro ore prima di morire al quotidiano fiammingoHet Laatste Nieuws,  Nathan-Nancy Verhelst  ha raccontato la sua vita e di come, all’inizio dell’adolescenza, ha cominciato a sentirsi attratta dalle donne e ad accarezzare il sogno di diventare un maschio, a causa di una infanzia segnata dalla sofferenza e dalla mancanza d’amore da parte dei suoi familiari. Nel 2012, dopo aver fatto una lunga terapia ormonale, la ragazza belga si sottopone ad una mastectomia e alla ricostruzione dei genitali, ma l’esito non è quello sperato: “Quando mi sono guardato per la prima volta allo specchio dopo l’operazione, ho provato un’avversione verso me stesso … invece di poter finalmente cominciare a vivere, mi sentivo imprigionato in un corpo che detestavo perché ero nata male come bambina e come uomo ho ottenuto un corpo che odiavo”, ha dichiarato Nathan nella sua intervista. Infine, l’atto conclusivo, il ricorso alla cosiddetta dolce morte in Belgio, dove l’eutanasia è consentita non solo per sofferenze fisiche insopportabili (o presunte tali) ma anche psicologiche e dove è allo studio la possibilità di estendere il suicidio assistito anche ai minori.
Per Nathan l’ennesima illusione, l’ultimo tragico inganno: un’esistenza di cui ella poteva disporre a piacimento, esattamente come per il suo corpo fisico … (A.D.M.)