sabato 5 ottobre 2013

Coerente fino al martirio



A Modena sarà beatificato oggi Rolando Rivi. Seminarista coerente fino al martirio

(Francesca Consolini,  Postulatrice della causa) Rolando Rivi — che il cardinale Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, in rappresentanza di Papa Francesco, beatifica oggi sabato 5 ottobre a Modena — nacque a San Valentino di Castellarano, (provincia e diocesi di Reggio Emilia) il 7 gennaio 1931. Nella sua formazione fu fondamentale la figura di don Olinto Mazzocchini. Il giovane rimase affascinato da questo parroco che rimaneva ore inginocchiato in chiesa con il rosario e il breviario, assorto in colloquio con Gesù sacramentato. A soli cinque anni Rolando già si prestava a servire la messa; dotato di molto orecchio musicale, imparò presto i canti sacri e più tardi a suonare l’organo per accompagnare la corale parrocchiale della quale faceva parte anche il papà. L’Italia era nel frattempo entrata in guerra e il parroco esortava tutti, ma specialmente i bambini, a pregare per la pace. Nella primavera del 1942, dopo essersi consigliato con il parroco e avere lungamente pregato, Rolando rivelò ai familiari la decisione di farsi sacerdote; i genitori se ne mostrarono contenti e il giovane intensificò la sua vita di preghiera e di studio per prepararsi a entrare in seminario. Ai primi di ottobre del 1942 entrò nel seminario minore di Marola e subito vestì l’abito talare, come era in uso allora.
Nel periodo trascorso in seminario Rolando si distinse per la pietà, l’amore allo studio, l’impegno vocazionale e soprattutto la ferma decisione di voler essere sacerdote e anche missionario: «Saremo sacerdoti un giorno — diceva ai compagni — con l’aiuto del Signore: io andrò missionario. Andrò a far conoscere Gesù a quelli che non lo conoscono ancora». Al chiudersi dell’anno scolastico rientrava in famiglia a San Valentino; subito si recava dal parroco e con lui concordava l’orario da seguire anche a casa; ogni mattina partecipava alla messa con la comunione e la meditazione in chiesa; poi si fermava in casa parrocchiale per aiutare don Olinto; a metà giornata c’era la visita al Santissimo Sacramento, poi il rosario o la Via Crucis.
Per l’abito talare aveva una vera venerazione, lo considerava segno della sua appartenenza a Cristo e del futuro sacerdozio e non volle mai deporlo, neppure durante il gioco. Nell’estate del 1944, partiti i seminaristi per le vacanze, il seminario venne occupato dai tedeschi. Rolando, come i compagni, dovette tornare a casa, portando con sé i libri e proponendosi di continuare a studiare. A casa Rolando continuava a sentirsi seminarista: messa e comunione quotidiana, meditazione, visita al Santissimo Sacramento, rosario, preghiera personale e buone letture, oltre, naturalmente le ore dedicate allo studio. Nonostante gli inviti dei famigliari e l’esempio di altri seminaristi di San Valentino, Rolando non volle abbandonare la veste talare; a tutti rispondeva: «Io studio da prete e la veste è il segno che io sono di Gesù». Rolando era dunque ben consapevole del rischio che correva portando la veste talare e continuando la sua vita di preghiera e di apostolato fra i giovani.
Il 10 aprile 1945, martedì dopo la domenica in Albis, dopo la messa, si recò a casa e, presi i libri, si diresse come al solito a studiare nel boschetto poco lontano. Da quel momento i familiari non lo videro più; tra i suoi libri venne trovato un biglietto: «Non cercatelo: viene un momento con noi partigiani». Per Rolando cominciò un’agonia durata tre giorni. La veste talare gli venne strappata, presa a calci e poi appesa al portico di un casolare. Il 13 aprile, dopo essere stato picchiato brutalmente, venne ucciso. Prima di morire, chiese di pregare per i suoi genitori e, mentre inginocchiato sull’orlo della fossa, pregava per i suoi, fu ucciso con due colpi di pistola al cuore e alla testa in un bosco alle Piane di Monchio.
L'Osservatore Romano

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Il valore del martirio

Lezione di mons. Camisasca in occasione della beatificazione di Rolando Rivi


In occasione della beatificazione, monsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia – Guastalla, ha tenuto sabato 28 settembre 2013 una lezione su Rolando Rivi nell'Aula Magna dell'Università di Reggio Emilia.
 Di seguito ampi stralci del testo.
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Ecco allora il primo dono che ci viene dalla considerazione della vicenda del piccolo Rolando Rivi. Il suo martirio è per noi il segno più grande della presenza della Chiesa nella nostra terra. È il segno della benedizione di Dio sul nostro popolo. I santi sono questa benedizione e i santi bambini lo sono in modo particolare. Sant’Agostino ha scritto: «Dovunque la Chiesa di Dio si diffonde attraverso i suoi piccoli santi» (Enarratio in psalmos, CXII). I santi bambini, dagli Innocenti uccisi da Erode in poi, sono presenti in ogni secolo cristiano, anche se solo di quelli recenti abbiamo notizie storiche dettagliate.
Nella vicenda di Rolando la prima cosa da cui siamo colpiti è proprio questa, il suo essere bambino: nato nel 1931, entrato in seminario a 11 anni, è ucciso a 14 anni da partigiani comunisti, accecati dal loro odio nei confronti della religione. Dio scegli i piccoli. Mi sono chiesto tante volte le ragioni di questo fatto. E san Paolo mi ha aiutato a capirle. Nella Prima lettera ai Corinti egli parla di se stesso e delle critiche che la comunità di Corinto gli rivolge: “non sai parlare, sei timido e per questo rischi di diventare arrogante”. San Paolo usa un’espressione che getta una luce molto profonda sulla mia domanda: Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono (1Cor 1, 27-28). Quest’ultima frase, soprattutto, mi sembra fondamentale per intraprendere la strada giusta: Dio sceglie i piccoli perché appaia chiaramente che tutto ciò che essi dicono e fanno è opera sua. Con la bocca dei bimbi e dei lattanti affermi la tua potenza (Sal 8,3), dice il salmista. Dio non ha bisogno della teologia, non ha bisogno della filosofia né di discorsi sapienti, per usare l’espressione di san Paolo (1Cor 2,1). Ha bisogno semplicemente della testimonianza di cuori innamorati.
Ecco allora il primo elemento che abbiamo notato nella parola “martire” e che ritroviamo anche in Rolando: egli è stato scelto da Dio. Non per suoi meriti, non per sue particolari capacità. Come accadde ai profeti dell’Antico Testamento, la cui unica forza consisteva nell’elezione da parte di Dio e nella fedeltà alla loro vocazione.
Da questo punto di vista, la testimonianza di Rolando è molto singolare. Non ha lasciato nessuna parola scritta. Ciò che di più importante ha lasciato è il suo legame con l’abito talare, cosa piuttosto inconsueta per un ragazzo di quell’età. Per lui tale legame aveva un solo significato: il suo desiderio di dichiararsi di Gesù di fronte agli altri. Potremmo dire che la veste talare era per Rolando il suo μαρτύριον: il segno inequivocabile della verità vissuta, della sua appartenenza a Cristo, la visibilità di tale appartenenza. Ritroviamo, dunque, in questa scelta, anche gli altri aspetti della testimonianza che abbiamo considerato: l’orizzonte universale, pubblico, della propria appartenenza e la fedeltà ad essa anche di fronte al pericolo che tutto ciò comportava.
Rolando aveva uno spirito missionario, aveva più volte espresso il desiderio di diventare un prete missionario. Egli comprendeva in modo naturale, come può farlo un bambino, che la missione non è propria solo di alcuni, ma fa parte della definizione stessa di cristianesimo. Non esiste vita cristiana che non abbia questo respiro cattolico, che non tenda ad abbracciare il mondo intero.
Ai genitori che, proprio il giorno in cui si stava avviando, senza saperlo, verso il martirio, gli chiedevano di togliersi la talare, per paura che potesse suscitare le ire dei partigiani, Rolando rispose: “La veste è il segno che io sono di Gesù”. Sulla sua bocca ricorrevano queste espressioni: “Gesù della mia vita, Gesù del mio cuore”. La sua testimonianza, dunque, più ancora che a delle parole, si riconduce alla semplicità di un abito. Non è un caso che coloro che lo martirizzarono innanzitutto gli tolsero l’abito e ne fecero una palla, con cui giocare davanti al corpo di Rolando.
“Domani un prete di meno”, questa la ragione della sua uccisione. Non una parola del ragazzo, non un suo gesto. Soltanto la sua pazienza che, attraverso la veste, gridava al mondo che Dio è presente, che egli basta a riempire la vita di un uomo, che è bello ed entusiasmante consegnare a lui tutta la propria esistenza. È questo, in fondo, che il mondo non può comprendere. È questo che crea “scandalo”, oggi come allora; allora come 2000 anni fa. È questo che ci insegna Rolando: la gioia di vivere solo per Gesù. La fedeltà a lui: non per opporsi agli altri, ma perché quando si ama qualcuno non si può più vivere senza di lui.
I testimoni degli anni giovanili di Rolando ci hanno raccontato l’assoluta semplicità della sua vita: ragazzo come gli altri, pienamente inserito nella vita dei suoi compagni, amante dello sport, dello sci e del pallone, dei canti, dei giochi. Simpatico, estroso; amante della musica e del canto. Tutte le domeniche accompagnava con l’harmonium la messa nella sua parrocchia. Si sentì chiamato per nome da Gesù, e sentì che Gesù gli chiedeva di donargli la vita per sempre. Riconosceva nella risposta a questa chiamata la sua felicità. Rispose semplicemente ‘sì’, fino all’ultimo sacrificio.
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