mercoledì 16 ottobre 2013

Un predicatore "di fuoco"


Sant'Ignazio d'Antiochia, il predicatore "di fuoco" che scalda gli animi dei cristiani d'ogni tempo

Oggi 17 ottobre ricorre la sua festa liturgica. Di seguito un breve approfondimento sull'importanza storica di Antiochia, sulla vita di Ignazio e sull'attualità delle sue lettere


Antakia è oggi una città della Turchia di circa 200mila abitanti situata al confine con la Siria. In Europa, nessuno o quasi ne conosce l’esistenza. Si ignora che questo anonimo centro meridionale della Turchia sia stato, nell’antichità, con il suo mezzo milione d’abitanti, tra le tre più grandi metropoli (insieme a Roma e ad Alessandria d’Egitto) del mondo allora conosciuto. Si ignora, soprattutto, che sino al terremoto del 525 che la distrusse completamente, la vecchia Antiochia costituisse un ricco propulsore commerciale e culturale. Gli storici non esitano, pertanto, a considerarla uno dei pilastri del mondo antico.
Un pilastro che è stato determinante nell’edificazione della storia del Cristianesimo e dunque della civiltà umana tutta. Il contributo che Antiochia ha dato dal punto di vista del vocabolario storico-religioso non ha pari, giacché è qui che, per la prima volta, fu utilizzato il termine cristiani per definire i discepoli di Cristo. Ne danno testimonianza gli Atti degli Apostoli: «…ad Antiochia per la prima volta i discepoli furono chiamati cristiani» (11-26).
Antiochia assume poi un’importanza pionieristica anche in altri sensi. È qui che si sviluppò, infatti, il più grande centro di irradiazione missionaria da parte dei cristiani delle origini. Senza Antiochia, ubicata in una posizione di ponte tra la Terra Santa e l’Europa, il messaggio evangelico non si sarebbe mai diffuso nel mondo pagano: «... alcuni fra loro, giunti ad Antiochia, cominciarono a parlare anche ai greci» (Atti 11,20). È da Antiochia che molti missionari partirono per fondare nuove chiese nelle regioni vicine.
Con ogni probabilità, Antiochia è inoltre la città che ospitò San Matteo quando scrisse il suo Vangelo, caratterizzato dalla testimonianza della preghiera Pater, dal racconto dei Magi e della stella, dal discorso della montagna con le otto beatitudini e dalla formula trinitaria del battesimo, con la quale accompagniamo il segno della croce.
Altro elemento che dimostra lo stretto legame esistente tra Antiochia e la storia del Cristianesimo è il fatto che il primo capo della comunità cristiana di Antiochia sia stato un certo Pietro: il primo a sedere sulla famosa Cattedra che ne prende il nome, il primo a venire considerato Papa della Chiesa cattolica. A San Pietro succedette, già con la denominazione di vescovo di Antiochia, Ignazio, annoverato tra i Padri della Chiesa.
Figura, quest’ultima, che assume per il Cristianesimo un connotato importante tanto quanto lo è la città di cui è stato vescovo. Dalle poche informazioni che si hanno oggi a disposizione, non risulta che Ignazio fosse un cittadino romano, sembra altresì si sia convertito al Verbo di Cristo in età adulta. Riusciva ad esercitare un forte ascendente sulla comunità, caratteristica che spinge molti a supporre che ricoprisse, prima di essere investito della carica di vescovo, un ruolo politico ad Antiochia. Stando a quanto riferivano i suoi discepoli, con Ignazio siamo di fronte a un’espressione concreta della locuzione latina nomen omen. Tale era infatti la passione che Ignazio sprigionava durante le sue prediche, da far dire di lui che fosse “di fuoco” così come indica il suo nome, dato che ignis in latino vuol dire fuoco. Benedetto XVI ebbe a dire al riguardo: «Nessun Padre della Chiesa ha espresso con l’intensità di Ignazio l’anelito all’unione con Cristo e alla vita in Lui».
Uomo di grande influenza anche al di fuori dei confini della sua Antiochia, questo predicatore “di fuoco” attirò presto le attenzioni dell’imperatore romano Traiano, il quale dette inizio alla sua persecuzione. Arrestato e condannato ad bestias, Ignazio fu condotto in catene sino a Roma attraverso un lungo e straziante viaggio. Giunto nell’Urbe nell’anno 107, venne sottoposto a un crudele martirio all’interno del Colosseo: sbranato e divorato dalle belve nell’ambito degli spettacoli in onore delle vittorie romane in Dacia.
Fu durante il viaggio che lo condusse da Antiochia a Roma che Ignazio scrisse sette lettere indirizzate a diverse comunità (Efesini, Magnesii, Tralliani, Romani, Filadelfii, Smirnei) e a San Policarpo, vescovo della chiesa di Smirne. Si tratta di uno dei primi esempi di comunicazione sociale cristiana. Le sue lettere trasudano di un caldo amore per Cristo e per la Chiesa, oltre che di un vigoroso zelo apostolico. Malgrado risalgano a un tempo lontano dal nostro, durante il quale le condizioni della Chiesa e la vita dei cristiani erano molto diverse da quelle che conosciamo oggi, specialmente in Occidente, le sette lettere di Sant’Ignazio riescono a veicolare un messaggio che appare assolutamente attuale.
In occasione della sua festa liturgica, la quale ricorre giovedì prossimo, 17 ottobre, ZENIT propone ai lettori una breve rassegna di scritti estrapolati dalle sette lettere di Sant’Ignazio d’Antiochia. Un gesto volto a rischiarare la figura di questo importante, benché non conosciuto come meriterebbe, Padre della Chiesa. Leggendo le parole di seguito riportate, in molti forse ne coglieranno una certa corrispondenza con i messaggi che papa Francesco costantemente rivolge a noi, uomini d’oggi. Buona lettura.
Lettera agli Efesini:
“Tutti voi, uno per uno, possiate diventare un coro, affinché in armoniosa concordia, prendendo da Dio l’accordo, cantiate tutti all’unisono rivolti al Padre per tramite di Gesù Cristo, acciocché egli vi presti ascolto e riconosca, grazie alle vostre buone opere che siete membra del suo figlio. È bene perciò che voi siate irreprensibilmente uniti, per essere partecipi di Dio”. (4-38)
“In effetti ci sono alcuni che con inganno perverso usano portare in giro il nome di Dio ma fanno cose indegne di lui: costoro dovete evitare come bestie feroci, perché sono cani rabbiosi, che mordono di nascosto. Guardatevi da loro, perché è difficile guarirli. C’è un solo medico, carnale e spirituale, generato e ingenerato, dio che è venuto nella carne, nella morte vita vera, da Maria e da Dio, prima passibile e ora impassibile, Gesù Cristo, nostro signore”. (7-55)
“Pregate incessantemente per gli altri uomini, perché c’è speranza che essi si pentano per arrivare a Dio. Permettere a loro di apprendere almeno dalle vostre opere. Siate miti di fronte alla loro ira, umili di fronte alla loro superbia, opponete le preghiere alle loro bestemmie, saldi nella fede di fronte al loro errore, pacifici di fronte alla loro ferocia, senza cercare di imitarli”. (10-74)
“Abbiate cura di riunirvi più di frequente per rendere grazie a Dio e glorificarlo. Quando infatti vi riunite con frequenza, le potenze di Satana sono distrutte e la rovina che quello apporta si dissolve grazie alla concordia della vostra fede”. (13-93)
“È meglio tacere ed essere che parlare e non essere. Insegnare è efficace se chi parla fa. Uno solo è il maestro, che disse e fu fatto, e le cose che egli ha fatto nel silenzio sono degne del Padre”. (15 – 101,102)
Lettera ai Magnesii:
“È bene non soltanto chiamarsi cristiani ma anche esserlo, perché ci sono alcuni che lo chiamano vescovo ma agiscono in tutto prescindendo da lui.” (4-146)
“Come il Signore nulla ha fatto senza il Padre, in quanto unito con lui, né di per sé né tramite gli apostoli, così voi non dovete far niente senza il vescovo e i presbiteri: non cercate di far apparire ragionevole ciò che fate a parte, ma tutto sia fatto in comune: una sola preghiera, una sola invocazione, una sola intenzione, una sola speranza nell’amore e nella gioia irreprensibile, che è Gesù Cristo, di cui nulla è migliore”. (7-163)
Lettera ai Tralliani:
“È poi necessario che quelli che sono i diaconi dei misteri di Gesù Cristo risultino in ogni modo graditi a tutti, poiché sono ministri non di cibi e bevande ma della chiesa di Dio. Debbano perciò guardarsi da ogni accusa come dal fuoco”. (2-215)
“Similmente tutti portino rispetto ai diaconi come a Gesù Cristo, e anche al vescovo, che è figura del Padre, e ai presbiteri come al sinedrio di Dio e al collegio degli apostoli. Senza costoro non si può parlare di chiesa” (3-217)
Lettera ai Romani:
“Non è opera di persuasione, ma di grandezza il cristianesimo, quando è odiato dal mondo” (3-306)
Lettera ai Filadelfii:
“Fuggite le arti maligne e le insidie del principe di questo mondo, perché non avvenga che stretti dai suoi raggiri vi indeboliate nell’amore. Ma riunitevi tutti con cuore indiviso”. (6-386)
Lettera agli Smirnei:
“Nessuno si faccia ingannare. Anche le creature celesti, gli angeli gloriosi, i principi visibili e invisibili, se non credono nel sangue di Cristo la condanna attende anche loro”. (6-452)
Lettera a Policarpo:
“Se ami i buoni discepoli, non hai merito; piuttosto prova a sottomettere i più difficili con la mitezza. Non tutte le ferite si curano con il medesimo impiastro. Calma i parossismi con infusione. Sii prudente come serpente in ogni cosa e sempre puro come la colomba”. (2-515)
“Conservate il vostro battesimo come scudo, la fede come elmo, l’amore come lancia, la pazienza come armatura”. (6-544)
F. Cenci