Tempio Maggiore: letta la lettera di Papa Francesco nel corso della cerimonia che ricorda i 70 anni della deportazione di centinaia di ebrei romani
Testo della Lettera. (Il testo della Lettera è stato letto oggi, alle ore, 11.30 nel Tempio Maggiore nel corso del ricordo del 70.mo della deportazione degli ebrei romani. Il documento è indirizzato al Rabbino Capo di Roma, dr. Riccardo Di Segni).
Illustre Rabbino Capo,
stimati membri della Comunità ebraica di Roma,
desidero unirmi, con la vicinanza spirituale e la preghiera, alla commemorazione del 70° anniversario della deportazione degli Ebrei di Roma. Mentre ritorniamo con la memoria a quelle tragiche ore dell’ottobre 1943, è nostro dovere tenere presente davanti ai nostri occhi il destino di quei deportati, percepire la loro paura, il loro dolore, la loro disperazione, per non dimenticarli, per mantenerli vivi, nel nostro ricordo e nella nostra preghiera, assieme alle loro famiglie, ai loro parenti e amici, che ne hanno pianto la perdita e sono rimasti sgomenti di fronte alla barbarie a cui può giungere l’essere umano.
Fare memoria di un evento però non significa semplicemente averne un ricordo; significa anche e soprattutto sforzarci di comprendere qual è il messaggio che esso rappresenta per il nostro oggi, così che la memoria del passato possa insegnare al presente e divenire luce che illumina la strada del futuro. Il Beato Giovanni Paolo II scriveva che la memoria è chiamata a svolgere un ruolo necessario "nel processo di costruzione di un futuro nel quale l’indicibile iniquità della Shoah non sia mai più possibile" (Lettera introduttiva al documento: Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, Noi ricordiamo. Una riflessione sulla Shoah, 16 marzo 1998) e Benedetto XVI nel Campo di concentramento di Auschwitz affermava che "il passato non è mai soltanto passato. Esso riguarda noi e ci indica le vie da non prendere e quelle da prendere" (Discorso, 28 maggio 2006).
L’odierna commemorazione potrebbe essere definita quindi come una memoria futuri, un appello alle nuove generazioni a non appiattire la propria esistenza, a non lasciarsi trascinare da ideologie, a non giustificare mai il male che incontriamo, a non abbassare la guardia contro l'antisemitismo e contro il razzismo, qualunque sia la loro provenienza. Auspico che da iniziative come questa possano intrecciarsi e alimentarsi reti di amicizia e di fraternità tra Ebrei e Cattolici in questa nostra amata città di Roma.
Dice il Signore per bocca del profeta Geremia: "Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza" (Ger 29,11). Il ricordo delle tragedie del passato divenga per tutti impegno ad aderire con tutte le nostre forze al futuro che Dio vuole preparare e costruire per noi e con noi.
Shalom!
Dal Vaticano, 11 ottobre 2013.
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Uno degli ebrei sopravvissuti ha assistito alla messa del Papa.
Una presenza significativa in un giorno significativo quella di Enzo Camerino alla messa celebrata da Papa Francesco questa mattina, mercoledì 16 ottobre, nella cappella di Santa Marta. La comunità ebraica di Roma, infatti, proprio oggi fa memoria del settantesimo anniversario della deportazione degli abitanti del ghetto romano. Enzo Camerino è una di quelle 1.024 persone strappate dalle loro case e deportate nel campo di concentramento e di sterminio di Auschwitz. C’erano anche duecento bambini. Camerino è uno dei sedici superstiti all’eccidio ancora in vita, e oggi ha voluto unirsi a quanti partecipano alla solenne commemorazione che vede riunite a Roma diverse componenti della società civile e religiosa. A cominciare da Papa Francesco, che ha manifestato la sua vicinanza alla comunità ebraica della città. Già venerdì scorso, 11 ottobre, aveva accolto in Vaticano i rappresentanti della comunità e aveva rilanciato il suo appello affinché «l’antisemitismo sia bandito dal cuore e dalla vita di ogni uomo e di ogni donna». Anche il presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano ha partecipato alla cerimonia commemorativa svoltasi in mattinata a Roma, nel Tempio Maggiore.
Nel settantesimo della razzia nel ghetto di Roma. Il ricordo antidoto alla negazione della storia
«È una giornata di grande coesione civile e istituzionale» che coinvolge tutte le fedi. Così il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha commentato la cerimonia del Tempio Maggiore di Roma dove questa mattina è stato ricordato il settantesimo anniversario della razzia nel ghetto avvenuta il 16 ottobre 1943. Il significato di questa giornata — ha sottolineato il capo dello Stato parlando con alcuni giornalisti al termine della cerimonia — è evidente: «Grande solidarietà con chi ha sofferto, con chi ha combattuto, con chi si è salvato e con chi è perito». Una giornata nel segno dell’unità tra «cattolici, musulmani, ebrei, credenti, non credenti, uomini di tutte le fedi» ha detto Napolitano.
Alla cerimonia nella sinagoga erano presenti, oltre al presidente della Repubblica, accolto dal rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni e dai presidenti dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), Renzo Gattegna, e della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, i presidenti del Senato, Pietro Grasso, e della Camera, Laura Boldrini. In rappresentanza del Governo c’era il vicepresidente del Consiglio, Angelino Alfano. Con lui anche il sindaco di Roma, Ignazio Marino e il presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti.
All’inizio della cerimonia di commemorazione è stata letta la lettera inviata da Papa Francesco alla comunità ebraica di Roma — il cui testo integrale è stato pubblicato su «L’Osservatore Romano» del 12 ottobre — accolta da un caloroso applauso: «L’odierna commemorazione — ha scritto fra l’altro il Pontefice — potrebbe essere definita come una memoria futuri. Un appello alle nuove generazioni a non appiattire la propria esistenza, a non lasciarsi trascinare da ideologie a non giustificare mai il male che incontriamo, a non abbassare la guardia contro l’antisemitismo e contro il razzismo qualunque sia la loro provenienza».
Anche perché in Europa e nel mondo — ha sottolineato Gattegna nel suo intervento — esistono «nuovi nazisti e nuovi fascisti che orgogliosamente rivendicano l’eredità morale» dei responsabili della Shoah: «La prima caratteristica che li distingue è il negazionismo, la falsificazione dei fatti storici e la diffusione della tesi che i campi di sterminio non sono mai esistiti e che si tratterebbe di una manipolazione attuata dagli ebrei stessi e dalle nazioni vincitrici della seconda guerra mondiale».
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(Milano) - Le clarisse del monastero di San Quirico, ad Assisi, fanno festa. Lo Yad Vashem, istituzione israeliana che a Gerusalemme cura il memoriale dell’Olocausto, ha deciso di attribuire il titolo di Giusto fra le nazioni anche a madre Giuseppina Biviglia (1897-1991) che durante la seconda guerra mondiale fu abbadessa del piccolo monastero e prese parte alla rete clandestina che ad Assisi, sotto il coordinamento del vescovo mons. Placido Nicolini, contribuì a salvare la vita di alcune centinaia di ebrei. La consegna del riconoscimento dovrebbe aver luogo nei prossimi mesi ad Assisi o a Foligno (Perugia), dove vivono alcuni congiunti della religiosa.
Madre Giuseppina, nata a Serrone di Foligno (Perugia) il 31 marzo 1897 e morta a 94 anni il 31 marzo 1991, entrò in monastero il 13 maggio 1922 in qualità d’insegnante alla lavorazione delle telerie elettriche, lavoro che permetteva il sostentamento della comunità. L’8 settembre 1922 chiese d’iniziare il probandato e il 18 marzo 1923 fece la vestizione con il nome di suor Maria Giuseppina di Gesù Nazareno. Il 19 marzo 1927, solennità di san Giuseppe, fece la professione solenne. Guidò la comunità di San Quirico come madre abbadessa dal 1942 al 1945, dal 1945 al 1948, dal 1964 al 1967 e dal 1967 al 1970.
In un memoriale, datato 6 marzo 1948, madre Biviglia rievocava gli eventi bellici con queste parole: «... Mentre fino dal settembre 1943 s’intensificava l’offesa aerea anglo-americana sull’Italia con somma sorpresa di tutti, mentre in patria rincrudivano persecuzioni politiche, vendette personali e ordini odiosi venivano spiccati contro Ebrei e soldati ligi allo spirito dell’armistizio, i nostri Istituti divenivano luogo di rifugio agli sbandati, ai perseguitati politici, ai fuggitivi, agli Ebrei, agli evasi dai campi di concentramento. Ne ebbe la sua parte il nostro Monastero. Superfluo dire che incapaci noi stesse di capire quanto avveniva in tanta confusione, si obbediva solo a un sentimento che sorgeva spontaneo di volta in volta che si presentavano dei disgraziati: davanti al dolore di ciascuno avrebbe taciuto ogni velleità di giudizio, anche se avessimo saputo darne uno: la pietà avrebbe in ogni caso trionfato come trionfò. E trionfò per amor di Dio e del prossimo: il Primo dava l’impulso ad aiutare il debole; il secondo quasi sempre innocente viveva in quei giorni sotto l’incubo degli arresti, dei campi di concentramento, della fucilazione e peggio! Devo dire tuttavia che qualche volta opposi un po’ di resistenza all’accettazione di queste persone sentendo tutta la responsabilità della mia posizione di fronte alla Comunità e temendone per questa qualche conseguenza: ma in quei momenti fui sempre incoraggiata dal nostro Venerato Superiore, da altri Sacerdoti e dalle mie stesse Consorelle ad agire in favore di quei poveretti».
Le suore accolsero nella loro foresteria una varietà di ospiti, più o meno in grado di pagare l’alloggio. «Le persone che si rifugiavano da noi – scriveva madre Biviglia – furono, per grazia di Dio, nei nostri riguardi tutte oneste, rette, buone, e anche religiose, tanto i cattolici quanto gli Ebrei. Venne qualche fascista durante il Governo Badoglio e dopo l’entrata degli Americani; qualche socialista in certi momenti di pericolo durante la Repubblica Sociale. Subito dopo l’8 settembre avemmo ufficiali e soldati del R. Esercito ligi al giuramento costituzionale, e poco più tardi un folto numero di Ebrei (era proprio un’arca di Noè)».
Nel suo memoriale, la clarissa evoca anche uno dei momenti più drammatici per il monastero. La polizia segreta fascista e i tedeschi hanno capito che ad Assisi c’è una rete clandestina di assistenza che la Chiesa locale ha messo a disposizione anche degli ebrei. Si cercano le prove e alla prima occasione viene ordinata una perquisizione a San Quirico, che è solo una delle varie case religiose femminili ad aver aperto le porte ai perseguitati. È il 27 febbraio 1944, pochi mesi prima della liberazione d’Assisi da parte degli Alleati, che arriveranno in giugno.
«Il giorno prima - ricorda la badessa - due dei nostri giovani (un croato già evaso da un campo di concentramento della Jugoslavia, e un Ufficiale dell’aviazione Italiana) si erano tolti al loro rifugio per unirsi ad altri due o tre compagni per una corsa a Perugia in bicicletta, con proposito di ritornare al più presto, ma il viaggio di ritorno fu loro fatale, perché, causa l’accento straniero del giovane croato, tutta la comitiva fu sospetta a certi agenti della R.S. (che cercavano appunto in quei giorni un delinquente croato) e da questi tratta in arresto. Lo stesso giovane, al primo interrogatorio, non seppe schermirsi dal dichiarare il suo luogo di abitazione, il nostro Monastero, e perciò il 27 mattina, Domenica, gli agenti erano qui per un sopralluogo, dopo di aver fatto circondare da forze il Monastero stesso. I funzionari della R.S. entrarono per l’ispezione della foresteria e poi vollero che mi presentassi alla grata. Dopo un penosissimo colloquio, durante il quale quasi tutta la Comunità era raccolta in Coro a pregare, mi convenne mostrar loro il dormitorio grande, ossia l’appartato luogo di rifugio degli Ufficiali e dei giovani Ebrei. In quel momento là entro c’erano i due fratelli Maionica e il Colonnello Gay che dormivano saporitamente: si ebbe appena il tempo di far entrare in clausura i due fratelli, mentre il col. Gay affidato alla speranza d’aver libero passaggio tra i funzionari e gli agenti, a causa de’ suoi capelli bianchi (infatti essi cercavano solo di stabilire la verità dei fatti denunciati dagli arrestati, che riguardavano soltanto la loro persona) credette di poter uscire ma fu invece fermato nell’ortino e coi funzionari condotto al Dormitorio, affinché egli stesso desse informazioni su se stesso, sui suoi compagni e sui motivi della sua presenza in questo luogo. Il Col. Dichiarò in seguito l’esser suo».
«Va ricordato – prosegue il racconto – che fra il Settembre '43 e il febbraio ’44, la nostra pattuglietta di rifugiati, conosciuta l’esistenza della grotta sotterranea con un unico ingresso in discesa dall’ortino di foresteria, l’avevano giudicato un buon luogo di rifugio in un caso estremo, purché si togliessero le tracce dell’ingresso suaccennato e si aprisse una botola entro clausura. Con un lungo lavoro avevano realizzato il progetto e ciò si mostrò veramente provvidenziale la mattina del 27 Febbraio ’44, quando si trattò di salvare almeno i fratelli Maionica (due giovani ebrei nascosti a San Quirico - ndr), con la loro roba: anzi, la stessa grotta servì da nascondiglio anche a tante cose preziose e care di tutti gli ospiti in quel momento di panico. Dunque, alla porta tra il Dormitorio e la Clausura, ebbe luogo altro increscioso colloquio tra i funzionari, il Colonnello e me. Le affrettate misure prese lì per lì per occultare la presenza dei due fratelli non avevano potuto prevedere tutto, ed infatti, oltre il letto del Col. Gay che figurava d’essere il solo rifugiato in quel giorno – dopo l’arresto degli altri – trovarono anche un altro letto caldo, quello che uno dei due fratelli aveva appena abbandonato in fretta e in furia, e c’era stato solo il tempo di assestarlo. Così i funzionari, avendo dovuto aspettare per qualche momento, ebbero la sicurezza che qualcuno, in quel tempo, era fuggito per la clausura ove minacciarono di entrare, progetto non effettuato, perché, dietro la mia parola affermativa, “entrino pure e si accertino da loro”, immaginarono impossibile il fatto che il fuggitivo si fosse trattenuto in clausura, ma solo che attraverso a questa, da noi favorito, si fosse dato alla fuga: allora, esasperati, minacciarono di condurmi in prigione: io risposi con una franchezza insolita “Eccomi pronta; munitevi di permesso, perché sono monaca di clausura e non posso abbandonarla senza autorizzazione”. Per grazia di Dio non ne fu nulla. Dio sa quanto mi premeva la sorte di quei due poveri giovani, quanto tremavo anche per il Monastero e con quale intimo spasimo cercassi di mostrarmi calma e sicura. Forse anche questo atteggiamento giovò, perché alla fine e per quel giorno, se ne andarono, portandosi seco, purtroppo, il povero Colonnello, uomo altamente retto e virtuoso, ch’era stato la nostra ammirazione per circa sei mesi. (…) Come detto, nello stesso giorno tutti i nostri ospiti straordinari sparirono, o meglio cambiarono alloggio: quanto ai nostri fratelli Maionica, rimasero tutto il giorno a patire freddo nella grotta che si era mostrata così provvida all’atto pratico, col buio della sera uscirono con le loro valige e, accompagnati dal Guardiano di S. Damiano (ch’era allora Padre Rufino Niccacci), se ne andarono in altro alloggio. Quanto invece agli arrestati, ebbero a soffrire parecchi mesi di prigionia, addolcita peraltro dalla presenza delle Suore delle Carceri, essendo stati posti in quello ch’era il reparto femminile, alle dipendenze delle Suore appunto. In tempi diversi uscirono tutti, grazie a Dio, sani e salvi. E tutti serbarono amicizia e riconoscenza anche verso il nostro Monastero e verso tutte le persone che li avevano aiutati. La Domenica appresso del primo interrogatorio, cioè il giorno 5 marzo, io ne subii un altro da parte del ViceQuestore di Perugia, d’un Brigadiere e del Commissario di Polizia di Assisi, per la stesura del verbale relativo agli arrestati: colloquio come il primo, assai increscioso. E poi non ebbi più noie».
Tra coloro che ad Assisi, tra il 1943 e il 1944, contribuirono a salvare la vita degli ebrei, il titolo di Giusto delle Nazioni è stato attribuito, in ordine di tempo, al frate minore padre Rufino Niccacci, al vescovo mons. Giuseppe Placido Nicolini, a don Aldo Brunacci e ai tipografi Luigi e Trento Brizi, padre e figlio.
La rete assisana di assistenza agli ebrei poté avvalersi anche della collaborazione del campione di ciclismo Gino Bartali, militante dell’Azione Cattolica coinvolto nell’impresa dall’arcivescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa. Lo stesso Bartali, dopo una lunga istruttoria, è da poco stato riconosciuto Giusto fra le Nazioni dallo Yad Vashem. La cerimonia ufficiale di consegna del riconoscimento si è svolta a Gerusalemme, nel Giardino dei Giusti presso il Memoriale dell’Olocausto, il 10 ottobre scorso. A rappresentare la famiglia Bartali, il figlio del noto campione, Andrea.