martedì 14 gennaio 2014

Benvenuti sul serio




Una realtà del Jesuit Refugee Service France. 

Ci sono tanti modi per celebrare la Giornata mondiale del migrante e del rifugiato (domenica 19 gennaio sarà la centesima edizione). Dall’ottobre 2009 il Jesuit Refugee Service France lo fa attraverso il progetto «Welcome», teso a creare ospitalità concreta attraverso una rete di famiglie e di comunità disponibili ad accogliere per un tempo determinato (quattro-cinque settimane) un richiedente asilo o un rifugiato.Offrire un tetto a delle persone che non sono ancora ammesse in un centro di accoglienza per richiedenti asilo e che vivono spesso in strada «consente loro di respirare un po’, di riposarsi fisicamente e psicologicamente, di scoprire realtà diverse dalla propria, di ritrovare speranza e coraggio», affermano gli organizzatori, «e con la famiglia che apre la sua porta e il tutore che segue la persona si stabilisce un rapporto fraterno». Si tratta di accompagnare una transizione, un passaggio difficile, dalla richiesta di asilo all’ingresso nei centri d’accoglienza, all’ottenimento dello stato di rifugiato, fino al vero e proprio inserimento (quando riesce) nella società francese. Cinquecento domande all’anno, trecento solo nella regione parigina, alcune delle quali vengono prese in carico dal servizio dei gesuiti per seguirne dall’inizio alla fine l’iter burocratico. Fra l’altro, i legami tra il JrF e altre associazioni consentono al migrante di beneficiare rapidamente di corsi di lingue, gestiti da volontari, e di limitare al massimo le spese giudiziarie.
Negli anni la rete «Welcome» si è estesa progressivamente: Parigi e l’Île-de-France, Lille, Rennes, Brest, Nantes, Orléans, Lione, Marsiglia, Nizza, Clermont-Ferrand, Valence, Dijon, Nevers. Una novantina di famiglie e diciotto comunità religiose si sono unite per permettere a più di centotrenta richiedenti asilo di “riprendere fiato”. «Quest’accoglienza — spiega padre Paul de Montgolfier, direttore di Jesuit Refugee Service France — non necessita di un investimento considerevole». Il rapporto fra chi accoglie e chi è accolto, scandito inevitabilmente anche da orari da rispettare, sfocia spesso nella reciproca fiducia e nell’amicizia e la maggioranza delle famiglie e delle comunità non esitano a proporre la loro ospitalità più volte all’anno, ma sempre a una persona diversa per evitare installazione e attaccamento (all’insegna della “giusta distanza”). È l’occasione, dice il gesuita, «per scoprire la ricchezza delle differenti culture dei propri ospiti ma anche il loro coraggio e la loro volontà di andare avanti, malgrado tutto».
Per Isabella Moulet, coordinatrice nazionale di «Welcome», il criterio è quello dell’incontro con la società francese: «Due universi vengono a contatto. Per chi viene accolto, anche nei centri cattolici impegnati, è spesso uno choc, tanto la realtà è sconosciuta. Guidata dalla spiritualità dell’incontro, tale esperienza offre anche occasioni per vivere nel quotidiano l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. I nostri ospiti diventano così ambasciatori del cristianesimo». E non manca chi, dopo «Welcome», si rivolge a Secours Catholique, a Emmaüs, alla Croix Rouge.
Quello del Jesuit Refugee Service è un progetto teso alla difesa degli individui per gravi ragioni lontani dalla propria patria, alla tutela della loro dignità, del loro diritto alla vita: «Un bambino che viene al mondo è subito visibile, poi gli si attribuisce un nome. Ora, questi individui — sottolinea Isabella Moulet — restano invisibili e, nella migliore delle ipotesi, diventano un numero in un dossier. Essere in una famiglia, a contatto con gli altri, rende loro questa visibilità, questo nome. Noi li invitiamo a esistere là dove lo Stato tende ad annientarli, facendo pesare su di essi un sospetto fino alla fine delle procedure e rifiutando loro durante tutto questo tempo, perfino anni, reali mezzi di integrazione».
L'Osservatore Romano