venerdì 24 gennaio 2014

Bisogna giocare in attacco



Come parla Jorge Mario Bergoglio. 

Anticipiamo — nella traduzione dallo spagnolo di Mariana Gabriela Janún — un articolo che sarà pubblicato in rete sul sito di Alver Metalli «Terre d’America». L’autore è un giornalista, già alunno di Bergoglio quando questi insegnava Letteratura e Psicologia a Santa Fe negli anni 1964 e 1965.
L'Osservatore Romano
(Jorge Milia)
Che il calcio sia una pasión de multitudes, più che uno slogan da giornale sportivo è una definizione che fotografa la realtà. Argentina e calcio sono tutt’uno. Chi lo segue, in generale, ne è completamente preso: si appassiona a una squadra, le consegna il proprio cuore, ne diventa tifoso, hincha nel gergo di Buenos Aires. È raro che con il passare del tempo un tifoso tradisca la passione primigenia, a meno che le vicende della vita non lo spingano a trasferirsi in un Paese lontano, oppure — cosa che è successa più di una volta — che la squadra del cuore venga cancellata da un fallimento economico. Per la maggioranza dei tifosi, insomma, la formula del matrimonio “finché morte non vi separi” è più che mai valida.
La fede dei tifosi nasce in molti casi nel seno della propria famiglia; ci sono nuclei parentali dove non ci si sognerebbe mai che un proprio membro flirti con una squadra diversa da quella sedimentata nella fisionomia identitaria del proprio casato; quando le opinioni sono diverse, vengono accettate, sì, ma al prezzo di una perenne schermaglia. La scuola è un altro alveo dove si abbozza e si cristallizza una appartenenza calcistica.
Qualunque sia l’origine storica della propria passione il legame con la squadra del cuore resta immutato nel tempo. Anzi, accresciuto dal tempo. Si continuano a soffrire le sconfitte, si gioisce per le vittorie a venti, come a trenta o quarant’anni, sospesi in una eterna giovinezza.
Sappiamo che Papa Francesco non sfugge a questa “legge” della passione sportiva; è un tifoso anche lui, del San Lorenzo de Almagro da sempre, ne conosce le vicissitudini, e, quando può, non trascura di informarsi sulle sorti della squadra. Sappiamo anche che la bella notizia della vittoria dell’ultimo campionato (2013), dopo molto tempo, lo ha rallegrato.
Nella sua profonda formazione di gesuita argentino, niente che sia popolare gli è estraneo: cucina, musica, calcio, letteratura, poesia. Anche per questo conosce bene il gergo calcistico, lo adopera con proprietà, e non esita a servirsene per scopi pastorali.
Come quando, durante la giornata mondiale della gioventù in Brasile — altro Paese del tifo calcistico che non ha eguali nel mondo — si è rivolto ai giovani esortandoli a «giocare nella squadra» di Gesù. Non ha abbandonato la metafora calcistica prima di averla spremuta ben bene. «Cosa fa un giocatore quando è convocato a far parte di una squadra? Deve allenarsi, e allenarsi molto! Così è la nostra vita di discepoli del Signore». Per poi citare san Paolo che addita ai cristiani del suo tempo la figura di una disciplina sportiva e le qualità richieste: «Ogni atleta è disciplinato in tutto; essi lo fanno per ottenere una corona che appassisce; noi invece una che dura per sempre».
Il premio stesso, per il Papa, ha una comparazione ben nota. «Gesù ci offre qualcosa di superiore della Coppa del Mondo! Gesù ci offre la possibilità di una vita feconda, di una vita felice e ci offre anche un futuro con lui che non avrà fine, nella vita eterna». Ma noi dobbiamo «essere in forma per affrontare senza paura tutte le situazioni della vita, testimoniando la nostra fede». Insomma, dobbiamo sudar la camiseta. Che non c’entra soltanto con l’ambito calcistico, e ha a che vedere con il lavoro, per esempio.
Chi lavora, chi “guadagna il pane con il sudore della fronte” suda anche lui la sua maglietta; e gli sportivi (non soltanto i calciatori) che più la sudano sono quelli che più corrono, più giocano e s’impegnano per far vincere la propria squadra.
L’idea di Papa Francesco è sempre stata quella di una Chiesa in cammino. Non la concepisce come un insieme di gruppi statici, li vuole in marcia, in movimento, anzi, di corsa e “sudando la maglietta”: giocano nella squadra di Dio, sono i suoi atleti. La realtà del sacrificio richiede qualcosa di diverso dalla linda presenza domenicale, qualcosa che assomiglia di più alla fatica di un giorno lavorativo o di una partita decisiva ai fini del risultato.
Continuando con le metafore calcistiche, l’ho sentito dire più di una volta che occorre patear por adelante, calciare in avanti, verso la porta; non rimanere indietro, impauriti, alla difensiva; dobbiamo puntare a vincere, fare gol. Non perdersi in finte inconcludenti, non rimanere indietro o fermarsi a metà campo. «Calciare in avanti» è un atteggiamento sano, che offre a Dio l’opportunità di darci la vittoria.
Forse in altri tempi si sarebbero usate espressioni più belliche, di milizie, soldati e compagnie preparate alla battaglia, ma le immagini tratte dal calcio arrivano a orecchie che le prime lascerebbero forse indifferenti.
Nessuno s’inganni. Papa Francesco non svaluta la Parola; semplicemente la complementa con altre che permettono che la Parola arrivi più in là, in luoghi meno raggiungibili altrimenti.
L'Osservatore Romano