sabato 18 gennaio 2014

II Domenica del Tempo Ordinario. Anno A

http://www.zenit.org/it/articles/ecco-l-agnello-che-porta-la-pace

Chagall. Una famiglia ebrea mangia l'agnello pasquale


Nella seconda Domenica del Tempo ordinario, la liturgia ci presenta il Vangelo in cui Giovanni Battista, vedendo Gesù venire verso di lui per essere battezzato, dice: 

«Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!”.

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È un grido di esultanza quello che oggi apre il Vangelo: Giovanni il Battista vede venire a sé il Signore Gesù ed esclama pieno di gioia: “Ecco l’Agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo”. Lo toglie perché lo prende su di sé, sulle proprie spalle, e lo fa morire nella propria morte. Se oggi non ci rallegriamo per questo lieto annuncio è perché non abbiamo nessuna idea di cosa sia il peccato, e anche se frequentiamo la Chiesa abbiamo una conoscenza molto riduttiva di esso: pensiamo che sia una cosa buona, ma che ci è proibita. Nulla di strano che da questa idea di peccato si sia passati a non avere più alcun senso del peccato. Dio non ha creato le cose belle e buone per proibircele. Il peccato è altro. S. Agostino lo definisce: “Amore di sé fino al disprezzo di Dio” (De civitate Dei, 14,28). E perché l’amore di sé è male?, possiamo chiederci. Perché Dio, che è vita e amore, è dono di sé. Egli si dona totalmente all’altro. L’uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, porta nel suo Dna questa identità esistenziale: non donarsi è non avere dentro la vita, è morire. Ecco, il peccato è morte. L’Agnello di Dio viene a prendere su di sé la conseguenza del peccato, la morte, appunto. Di qui il grido gioioso di Giovanni il Battista davanti a Cristo. La morte è vinta! Ma la gioia di questo Vangelo ha una connotazione ancora più grande se possibile: colui che prende su di sé il peccato del mondo è anche colui che “battezza nello Spirito Santo”, cioè colui che dona con libertà e liberalità divina la vista stessa di Dio, il suo Spirito Santo: ora è possibile amare, amare come Dio ama.

Don Ezechiele Pasotti, prefetto agli studi nel Collegio Diocesano missionario “Redemptoris Mater” di Roma

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Di seguito testi e commenti.



II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Anno A

MESSALE
Antifona d'Ingresso  Sal 65,4
Tutta la terra ti adori, o Dio, e inneggi a te:
inneggi al tuo nome, o Altissimo.

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che governi il cielo e la terra, ascolta con bontà le preghiere del tuo popolo e dona ai nostri giorni la tua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo...
 
Oppure:
O Padre, che in Cristo, agnello pasquale e luce delle genti, chiami tutti gli uomini a formare il popolo della nuova alleanza, conferma in noi la grazia del Battesimo con la forza del tuo Spirito, perché tutta la nostra vita proclami il lieto annunzio del Vangelo. Per il nostro Signore Gesù Cristo...


LITURGIA DELLA PAROLA


Prima Lettura
  Is 49, 3. 5-6
Ti renderò luce delle nazioni, perché porti la mia salvezza.
 

Dal libro del profeta Isaia
Il Signore mi ha detto:
«Mio servo tu sei, Israele,
sul quale manifesterò la mia gloria».
Ora ha parlato il Signore,
che mi ha plasmato suo servo dal seno materno
per ricondurre a lui Giacobbe
e a lui riunire Israele
– poiché ero stato onorato dal Signore
e Dio era stato la mia forza –
e ha detto: «È troppo poco che tu sia mio servo
per restaurare le tribù di Giacobbe
e ricondurre i superstiti d’Israele.
Io ti renderò luce delle nazioni,
perché porti la mia salvezza
fino all’estremità della terra».
 

Salmo Responsoriale
  Dal Salmo 39
Ecco, Signore, io vengo per fare la tua volontà.
Ho sperato, ho sperato nel Signore,
ed egli su di me si è chinato,
ha dato ascolto al mio grido.
Mi ha messo sulla bocca un canto nuovo,
una lode al nostro Dio.

Sacrificio e offerta non gradisci,
gli orecchi mi hai aperto,
non hai chiesto olocausto né sacrificio per il peccato.
Allora ho detto: «Ecco, io vengo».

«Nel rotolo del libro su di me è scritto
di fare la tua volontà:
mio Dio, questo io desidero;
la tua legge è nel mio intimo».

Ho annunciato la tua giustizia
nella grande assemblea;
vedi: non tengo chiuse le labbra,
Signore, tu lo sai.

 
Seconda Lettura  1 Cor 1, 1-3
Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo.
 

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi
Paolo, chiamato a essere apostolo di Cristo Gesù per volontà di Dio, e il fratello Sòstene, alla Chiesa di Dio che è a Corinto, a coloro che sono stati santificati in Cristo Gesù, santi per chiamata, insieme a tutti quelli che in ogni luogo invocano il nome del Signore nostro Gesù Cristo, Signore nostro e loro: grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo!

Canto al Vangelo
   Gv 1,14a.12a
Alleluia, alleluia.

Il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
a quanti lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio.

Alleluia.

   
   
Vangelo
  Gv 1, 29-34
Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo.

Dal vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo! Egli è colui del quale ho detto: “Dopo di me viene un uomo che è avanti a me, perché era prima di me”. Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare nell’acqua, perché egli fosse manifestato a Israele».
Giovanni testimoniò dicendo: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba dal cielo e rimanere su di lui. Io non lo conoscevo, ma proprio colui che mi ha inviato a battezzare nell’acqua mi disse: “Colui sul quale vedrai discendere e rimanere lo Spirito, è lui che battezza nello Spirito Santo”. E io ho visto e ho testimoniato che questi è il Figlio di Dio».
 

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"Ecco l'Agnello che porta la Pace"

Commento al Vangelo della II Domenica del Tempo Ordinario. Anno A


Che cosa cerchiamo? Per caso non è un amore così speciale da saperci perdonare sempre, e sempre riconsegnarci una vita nuova da donare a chi ci sta accanto? Sì, è proprio Uno che sappia amare così che cerchiamo. Un Agnello che ci tolga il peccato da dentro.
A Pasqua ogni ebreo doveva offrire il korban Pesach, il sacrificio di Pasqua nel Tempio di Gerusalemme. La Legge prescriveva una attenta e doviziosa preparazione della Pasqua, con la purificazione della casa da ogni elemento impuro, il lievito vecchio di cui parla San Paolo: “Il lievito è simbolo dell'istinto malvagio che abita nell'uomo, l'arroganza, la superbia, la grossolanità, la volgarità, la decadenza, la noia, la durezza del cuore e del volto, la menzogna. Gli azzimi invece significano l'istinto buono, la semplicità, il non avere pretese, la rapidità nell'operare il bene, la prudenza, l'umiltà e la verità. Desiderando liberarsi dal dominio dell'istinto malvagio potrà accedere alla libertà spirituale e considererà se stesso come un redento che esce dalle impurità dell'Egitto” (Daniel Lifschitz).
Oggi la Chiesa, come non a caso in ogni eucarestia prima della comunione, ci mostra l'Unico che può davvero "togliere il peccato del mondo": Ecco l'Agnello di Dio, che ha offerto se stesso senza riserve, senza esigere nulla, per “togliere” dal nostro cuore il lievito vecchio e così prepararci ad accogliere lo Spirito Santo perché “rimanga in noi”, fonte di una vita nuova.
Ecco Gesù, l’Agnello di Dio che estirpa il peccato dalle zone più nascoste del nostro cuore, laddove si radica, sin dentro la menzogna che lo partorisce. Gesù è Colui che compie quanto insegnava Rabbi Pinchas di Koretz: "Occorre portare alla luce il nostro lievito, cioè ogni idolatria che abita in noi, perché il Signore in questa santa notte passi, ci trascini con sé e così ci dia la forza di rinunciarvi: questo è il significato profondo della preparazione pasquale".
Ed è anche il senso del battesimo di Giovanni. Egli “è venuto a battezzare con acqua perché Gesù fosse fatto conoscere a Israele”. Giovanni ha “preparato” la via a Gesù, perché ogni uomo potesse riconoscere il suo passaggio e divenire partecipe della sua Pasqua. Non era la luce, ma come una lampada ha illuminato la vita nascosta di Israele e la nostra, i peccati più nascosti, chiamando a fare frutti di conversione, innanzitutto l’umiltà per cercare il lievito di malizia nascosto nei cuori.
Oggi può essere un giorno storico: le vicende con le quali il Padre ci ha accompagnati sono come l'acqua del battesimo di Giovanni. La storia ci ha “preparato” a riconoscere e ad accogliere Gesù. In fondo neanche Giovanni “lo conosceva”. Ma sapeva che “dopo di lui sarebbe venuto dopo Uno che era prima di lui”, e che per questo gli “sarebbe passato avanti”, nel senso che avrebbe compiuto ogni profezia.
Oggi arriva Gesù e con Lui possiamo finalmente entrare nel compimento di tutto quello che ci è stato annunciato. Gesù “era prima di noi” nel dolore e nella morte che abbiamo sperimentato. Non era assente, solo “non lo conoscevamo”… E “ci è passato avanti”, ha fatto della nostra vita una Pasqua.
Dove abbiamo sofferto di più? Nel matrimonio? Nella relazione conflittuale con nostro figlio o con i genitori? Nell’essere stato abbandonati o violentati da piccoli? Nella morte di nostro padre? Nel divorzio dei genitori? Nel licenziamento?
Gesù è l’Agnello che “viene” in ciascuna delle situazioni che ci hanno fatto più soffrire per “togliere il peccato del mondo” che vi si nasconde. Il suo amore ci rivela la verità. Certo gli eventi e le persone ci causano dolore, ma il morbo maligno abita in noi. Ciò che accade al nostro esterno svela lo sporco che abbiamo all’interno.
Attraverso la nostra esistenza Dio ci ha mostrato il lievito nascosto nel cuore, che imputridisce la massa delle nostre parole e dei nostri gesti. Abbiamo bisogno di un Agnello che si sacrifichi davvero per noi, che ci ami al punto di entrare “prima di noi” dove abbiamo paura, nel fondo più intimo di noi stessi per smascherare l’inganno per “togliere” il peccato e con noi “passare avanti”, oltre la morte.
Chiunque altro, fosse anche la madre, che ci ha generato proprio nel peccato, non potrà mai farlo. Il suo amore potrà aiutarci, e se unito alla fede, saprà accompagnarci a Gesù. Ma né lei, né il padre, né il coniuge, né gli amici potranno mai sostituirLo.
E’ inutile andare a cercare i suoi sosia. Il mondo, avendo dimenticato Dio, cerca ovunque e in chiunque "chi" possa estirpare il peccato. Ma confonde peccati e peccatori, e se la prende sempre e solo con questi. Quanti falsi profeti, quanti lupi che si sono autoproclamati salvatori del mondo capaci di togliervi il male...
Quanti filosofi e ideologi, quanti imbonitori pronti a ingannarci sino a farci credere che finalmente il peccato e il male saranno vinti, togliendo dal seno di una madre il bimbo malato che vi è deposto, o togliendo il respiratore a una vita incapace di raggiungere i target predefiniti. Quanti peccatori sono stati fatti fuori senza scalfire minimamente il male?
Anche noi abbiamo fatto lo stesso, magari "togliendo" di mezzo marito o moglie, il figlio o la figlia, amputando quella parte di cuore o cervello che identifichiamo con il male, difetti e pensieri fallati che gettiamo via insieme ai loro possessori. E ci illudiamo di avere così "tolto" il peccato che avvelena la famiglia, il lavoro o quello che sia.
Ma ecco di nuovo l'Agnello di Dio che viene a purificarci: è pronto per noi anche oggi un trapianto di cuore, un Agnello ci dona il suo per prendersi il nostro, malato, sporco, avvelenato.
Ecco l'Agnello che porta la Pace in famiglia, che ci fa riconciliare, che ci accompagna nelle debolezze dell'altro, senza giudicare, con la stessa misericordia che ci visitati tutti. Ecco l'Agnello di Dio che salva mio figlio, mio cugino, mia zia, il collega e il nemico. 
Ecco l'agnello che ci fa agnellini. Le sue orme di agnello portano a Gerusalemme, al sacrificio, alla Croce, al  Mistero Pasquale. Con Lui, agnello senza macchia, possiamo discendere in ogni macchia di morte, e deporvi il suo amore infinito.

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II domenica del Tempo Ordinario
19 gennaio 2014
di ENZO BIANCHI

Dopo il tempo delle manifestazioni di Gesù, nato da Spirito santo e da Maria, ecco il tempo ordinario, il tempo del cammino verso il Regno come condizione quotidiana. Nei cosiddetti “tempi forti” restiamo sempre pellegrini, ma con soste segnate da un impegno di conoscenza e di partecipazione ai misteri di Gesù che celebriamo; nel tempo ordinario ogni domenica ci fa celebrare la Pasqua del Signore, l’evento che ci permette la fede, la speranza e la carità sulla strada che ci porta al Regno di Dio.
Ecco dunque il vangelo di oggi, la buona notizia che ci svela la presenza del Figlio di Dio tra gli uomini verso l’anno 27 della nostra era. Nel quarto vangelo, quello secondo Giovanni, dopo il prologo (cf. Gv 1,1-18), si vuole introdurre la presenza e l’azione di Gesù attraverso la narrazione di una settimana (cf. Gv 1,19-2,12), nella quale ogni giorno c’è un evento che ne prepara un altro e va verso un compimento, una realtà festosa: Gesù e i suoi discepoli sono una comunione, come uno sposo con la sua sposa, e a Cana avviene questo legame, perché i discepoli credono in Gesù e quel segno, compiuto in uno spazio di nozze, ne diventa un’eloquente e toccante interpretazione (cf. Gv 2,1-12).
Il nostro testo ci porta al secondo giorno di questa settimana. Giovanni il Battista, quale testimone autentico, ha annunciato che c’è qualcuno che lo segue come discepolo, ma al quale lui non può sciogliere i sandali, a causa della propria indegnità. Ha negato per tre volte di essere lui il Messia, il profeta Elia, il grande profeta escatologico pari a Mosè, e ha rivelato che ormai l’atteso è presente, è là al suo seguito, tra i suoi discepoli (cf. Gv 1,19-28).
Ma Giovanni deve fare un passo ulteriore, deveindicarlo con chiarezza, perché i suoi discepoli comprendano chi d’ora in poi dovranno seguire. In questo c’è tutta la grandezza spirituale del Battista: accetta di perdere discepoli, perché seguano colui che è uno che lui non è! Non solo umiltà, ma anche spoliazione, perdita, diminuzione, dirà lui stesso più tardi: “Occorre che lui cresca e io diminuisca” (Gv 3,30).
Avendo accanto a sé i discepoli, il Battista vede Gesù che viene verso di lui, e dunque dice loro: “Ecco l’Agnello di Dio che porta il peccato del mondo, lui che è mio discepolo ma mi è passato davanti perché era prima che io fossi. Io non lo conoscevo, ma sono venuto per farlo conoscere al popolo di Israele”. Giovanni testimonia anche di aver avuto una visione: ha visto lo Spirito scendere su Gesù come colomba e dimorare su di lui, e gli è stato rivelato che lui battezza nello Spirito santo ed è il Figlio di Dio.
Già all’inizio del vangelo vi è la confessione piena circa l’identità di Gesù: è il Figlio di Dio. Nel quarto vangelo chi vede i cieli aperti e la colomba discendere è il Battista, mentre si tace su cosa vede Gesù. Ma ciò che è altamente significativo è che, in ogni caso, c’è una testimonianza di Dio stesso: Gesù è l’Eletto, il Servo del Signore, l’Agnello pasquale che ci libera con la propria morte, nella quale ha immesso il peccato dell’umanità di cui faceva parte come figlio di Adamo, e va confessato come Figlio di Dio (cf. Gv 1,35.49; 11,27).
Eppure Giovanni vede solo un uomo, un suo discepolo del quale non conosceva l’identità profonda di Inviato da Dio, di Figlio di Dio. Quest’uomo è un agnello e su di lui volteggia come colomba la ruach, lo Spirito di Dio. Due animali miti e pacifici, immagini di non-violenza e di dolcezza, sono al cuore di questa rivelazione: Gesù è come un agnello mite, sgozzato e offerto a Dio per il peccato del mondo, è l’agnello innocente portato alla morte (cf. Ger 11,19; Is 53,7); nello stesso tempo è anche l’Eletto, il Servo del Signore (l’aramaico talja’significa sia agnello sia servo) tratteggiato da Isaia (cf. soprattutto Is 53,4-6.12), che si carica del peccato del mondo per toglierlo dalle nostre spalle e portarlo lui stesso al Padre, invocando la misericordia e il perdono.
La preghiera che cantiamo in ogni celebrazione eucaristica all’Agnello di Dio nasce da questa pagina: tu che sei il Figlio di Dio e per noi sei l’Agnello pasquale che porta e cancella il peccato del mondo, abbi misericordia di noi e donaci la pace!

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Ecco l'Agnello di Dio - Ecco l'Uomo

Lectio Divina per la II Domenica del Tempo Ordinario - Anno A


Monsignor Francesco Follo, osservatore permanente della Santa Sede presso l'UNESCO a Parigi, offre oggi la seguente riflessione sulle letture liturgiche per la II Domenica del Tempo Ordinario – Anno A.
Come di consueto, il presule propone anche una lettura patristica.
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LECTIO DIVINA
Ecco l’Agnello di Dio - Ecco l’Uomo
II Domenica del Tempo Ordinario – Anno A - 19 gennaio 2014
Rito Romano
Is 49, 3. 5-6; Sal 39; 1 Cor 1, 1-3; Gv 1, 29-34
Rito Ambrosiano – II Domenica dopo l’Epifania
Nm 20, 2. 6-13; Sal 94; Rm 8, 22-27; Gv 2, 1-11
1) L’Agnello di Dio è promozione dell’uomo.
Con questa Domenica inizia il periodo più lungo dell'anno liturgico: il Tempo ordinario [1], durante il quale la Chiesa non celebra un particolare mistero della vita del Signore e della storia della salvezza, ma il mistero di Cristo nella sua totalità. E’ il tempo per eccellenza della sequela sulle orme di Gesù verso il compimento della storia (34a domenica). E il periodo nel quale siamo invitati a contemplare gli insegnamenti e le opere del Salvatore durante la sua vita pubblica, così di domenica in domenica si segue il Signore sulla via del “compimento di ogni giustizia” (Mt 3,15), affinché la Chiesa diventi sempre più somigliante al suo maestro e sposo.
Per una comprensione più approfondita di questi avvenimenti, la Liturgia di oggi ce li fa esaminare alla luce della divinità di Gesù, la cui incarnazione rende la vita santuario della divinità. Non solo la sua vita è divina. Con la salvezza da lui portata portando via i peccati, la nostra vita quotidiana, il nostro lavoro, le nostre gioie e tenerezze diventano l’ambito della santità divina. In Gesù, Agnello di Dio[2], la santità si rivela come formidabile promozione della vita e dell’uomo. E l’uomo, perdonato, è trasfigurato, è reso figlio di Dio et artigiano di luce con le sue mani.
Nel giorno della sua ordinazione, il prete riceve la consacrazione delle mani. E’ un fatto magnifico. Ma nel Cristo tutte le mani sono sante, tutte le mani sono consacrate, tutte le mani possono diventare mani di luce. Nel Cristo tutti i corpi sono chiamati a diventare Tempio dello Spirito Santo e Membra di Gesù Cristo. Il Tempio che noi siamo è molto più bello di ogni chiesa fatta di pietra e Dio è in noi più che in una chiesa, perché è in quella chiesa per essere in noi.
Nel Vangelo tutti i volti sono chiamati a irradiare il Volto di Cristo. La vocazione che Lui offre quando ci è presentato come Agnello di Dio non è una chiamata ad entrare in un ambito proibito. Per raccoglierci in unità ci invita alla mensa, dove “molto semplicemente” si mangia del pane e del vino, che il sacramento ha reso il corpo ed il sangue dell’Agnello di Dio, perciò diventiamo Colui che mangiamo.
2) L’Agnello di Dio che perdona.
Nel brano evangelico di questa domenica (Gv 1,29-34) troviamo una professione di fede in Cristo che si articola in tre affermazioni:
Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo” (1,29), l’Agnello che conduce alla sorgente della vita, della felicità, e asciuga ogni lacrima dai nostri occhi (cfr. Ap 7,14-17);
Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba e fermarsi su di Lui”(1,32);
E “il Figlio di Dio” (1,34).
La dichiarazione su cui mi soffermo in particolare è la prima: “Ecco l'Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”, mettendoli su di sé. L’Immacolato, il quale cancella il peccato del mondo con le sue sofferenze e con la sua morte, svela il Suo Cuore a questo mondo che vuole misurare tutto, persino Dio e il suo dono.  Oggi, come ad ogni Messa, ci è chiesto di accogliere questa affermazione come di fatto è: indicazione del dono eucaristico di Dio a noi e di rispondervi come la liturgia ci chiede: “Signore, non sono degno di partecipare alla tua mensa: ma di' soltanto una parola e io sarò salvato”. L’Agnello, che il prete mostra elevando l’ostia, è da adorare nella sua divina umiltà e da mangiare nella comunione alla sua infinita carità.
Per capire bene il brano del Vangelo di oggi, riandiamo alla scena che esso descrive. Trascorsi i quaranta giorni nel deserto dove era andato dopo il battesimo di Giovanni, Gesù ritorna dal Battista. Questi deve essere rimasto sconvolto dal vedere il Figlio di Dio tornare da lui e per di più con un aspetto di uomo provato dal digiuno e dalle tentazioni subite nel deserto. Giovanni sa che l’uomo che gli viene incontro di nuovo è il Figlio di Dio, l’Amato. Vede il Messia, che è della tribù di Giuda, ma in lui non percepisce il Leone di Giuda, vede l’Agnello di Dio, la vittima che si offriva liberamente in sacrificio perché il mondo fosse redento. Riconobbe tra la moltitudine dei peccatori lo splendore innocente dell’Uomo-Dio, che aveva lasciato la gloria del Cielo per andare al macello sulla Terra e lo indicò ai discepoli come persona da seguire al suo posto.
 I discepoli non capirono, non erano in grado di capire cosa volesse dire il loro maestro Giovanni indicando il Maestro Gesù come l’Agnello, immagine non chiaramente nota agli ebrei per indicare il liberatore tanto atteso. Noi invece sappiamo (o almeno possiamo saperlo) che nel Nuovo Testamento agnello ricorre quattro volte[3]  e sempre in riferimento a Gesù. In effetti fin dagli inizi la Chiesa guardò Gesù come Gesù vedeva se stesso, e cioè come il servo di Dio - innocente, sofferente e paziente - come un agnello, condotto al macello. Inoltre in aramaico “talja” significa sia “agnello” che “servo”. Infine secondo Giovanni[4]  Gesù è paragonato all'agnello pasquale, come si deduce dal fatto che la crocifissione ebbe luogo in coincidenza con la Pasqua ebraica e addirittura con l'ora stessa in cui nel tempio venivano immolati gli agnelli per il sacrificio pasquale (Come si può leggere anche nel libro Gesù di Nazareth di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI, Milano 2007, pp 446).
Il Vangelo di oggi ci mette di fronte alla missione di tenerezza di Cristo che domanda la collaborazione del nostro amore. Questo Vangelo ci fa mettere i nostri passi nei passi di Gesù e ci domanda di accompagnarlo fino alla fine, di realizzare questo piano misterioso in cui il trionfo di Dio deve compiersi nella “sconfitta” della Croce affinché sappiamo che non si tratta per noi di aspettare a braccia conserte la realizzazione di un destino che si compie senza di noi. Al contrario noi siamo coinvolti nel lavoro per costruire con Dio un mondo fondato sull’amore, un mondo la cui dimensione creatrice è una dimensione di generosità e di dono di sé, con Cristo, per Cristo e in Cristo.
La Chiesa conserva sempre nel suo cuore il Cuore dello Sposo e nel cuore della Chiesa è sempre possibile vivere la santità e divenire la sposa bella dell’Agnello immolato. In ciò ci sono di esempio le Vergini consacrate. Esse hanno risposto di sì a Cristo sposo e grazie a quel sì la loro presenza nella Chiesa e nel mondo è un Vangelo vivente, una testimonianza di Dio, che loro offrono, rivelano e comunicano senza bisogno di parlare.  La loro vita è vita di comunione d'amore con Cristo, che chiama, perdona e dimora con noi conformando noi a Lui: “Nella vita consacrata, dunque, non si tratta solo di seguire Cristo con tutto il cuore, amandolo «più del padre e della madre, più del figlio o della figlia» (cfr Mt 10, 37), come è chiesto ad ogni discepolo, ma di vivere ed esprimere ciò con l'adesione «conformativa» a Cristo dell'intera esistenza , in una tensione totalizzante che anticipa, nella misura possibile nel tempo e secondo i vari carismi, la perfezione escatologica”. (B. Giovanni Paolo II, Es. Ap. Post-Sin. Vita Consecrata,   N.16).
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LETTURA PATRISTICA 
Lettura Patristica
San Gregorio Nazianzeno (330-390),
Vescovo, Dottore della Chiesa
Discorso teologico 4
Seguire l'Agnello di Dio
        “Gesù è Figlio dell'uomo, a motivo di Adamo e a motivo della Vergine da cui discende... Egli è Cristo, l'Unto, il Messia, a motivo della sua divinità; questa divinità è l'unzione della sua umanità..., presenza totale di Colui che così lo consacra... Egli è la Via, perché lui in persona ci conduce. È la Porta, perché ci introduce nel Regno. È il Pastore, perché guida il suo gregge ai pascoli erbosi e lo fa bere ad un'acqua dissetante; gli indica la via da percorrere e lo difende dalle bestie selvatiche; riporta la pecora smarrita, ritrova la pecora perduta, fascia la pecora ferita, custodisce le pecore in buona salute e grazie alle parole che gli ispira la sua scienza di Pastore, le raduna nell'ovile di lassù.

        
            Egli è anche la pecora, perché è la vittima. È l'Agnello, perché è senza difetto. È il Sommo sacerdote, perché offre il Sacrificio. È Sacerdote alla maniera di Melchisedek, perché è senza madre nel cielo, senza padre sulla terra, senza genealogia lassù. Infatti, dice la Scrittura: «Chi dirà la sua generazione». È anche Melchisedek perché è Re di Salem, Re della Pace, Re della giustizia... Questi sono i nomi del Figlio, Gesù Cristo, lo stesso «ieri, oggi e sempre», corporalmente e spiritualmente, e lo sarà per sempre. Amen.

riferimenti biblici : Mt 24,27 ; Mt 1,16 ; Gv 14,6 ; Gv 10,9 ; Gv 11 ; Sal 22 ; Is 53,7 ; Gv 1,29 ; Eb 6,20 ; Eb 6,20 ; Eb 7,3; Is 53,8 ; Eb 7,2 ; Eb 13,8)
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NOTE
[1] Il tempo ordinario è costituito da 33 o 34 settimane, distribuite tra la festa del Battesimo del Signore e l’inizio della Quaresima (primo periodo), e tra la settimana dopo Pentecoste e la Solennità di Cristo Re (secondo periodo).
Due elementi sono fondamentali per cogliere il significato e l’importanza del tempo ordinario: il lezionario, che con la lettura semicontinua dei vangeli sinottici ritma il cammino delle domeniche e dei giorni feriali, e la domenica, come giorno del Signore e primo giorno della settimana. Di domenica, in ogni ciclo annuale, si legge un diverso evangelista. Nell’anno A Matteo, nell’anno B Marco, nell’anno C Luca. Le prime letture tratte dall’Antico Testamento sono scelte in base al brano evangelico, in modo che ci sia un rapporto di promessa-compimento, profezia-realizzazione. Le seconde letture invece seguono la lettura semicontinua dell’epistolario paolino, della lettera di Giacomo e della lettera agli Ebrei. Anche nei giorni feriali si segue il criterio della lettura semicontinua dei testi biblici. Si leggono ogni anno i tre vangeli sinottici: Marco (settimane 1-9); Matteo (settimane 10-22); Luca (settimane 23-34).
[2] E’ sorprendente la caratterizzazione di Gesù come “l'Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo”, frase che si può tradurre anche così: ‘che porta su di sè il peccato del mondo’. La parola greca significa ‘allontanare, levar via', e per fare ciò naturalmente ciò che dev'essere portato via dev'essere caricato sulle spalle.
Per togliere il peccato del mondo l'Agnello prende su di sé le conseguenze del peccato espiando al nostro posto, e così toglie ogni effetto al peccato, o meglio alla colpa del peccato, lo mette da parte. Perciò l'espressione riunisce in sè le due cose, l'assunzione del peso e la sua eliminazione. Questa esegesi illustra bene l’ambivalenza dell'espressione greca ho airon ten hamartian tou kosmou (lat. qui tollit peccatum mundi), il cui verbo grecoairo, al pari del latino tollere significa sia portar via, sia prendere su di sé, caricarsi sulle spalle (mentre purtroppo questa ambivalenza di significato non si riscontra nella traduzione italiana togliere). Non è erudizione filologica fine a se stessa. Con questa espressione, infatti, il Vangelo si riferisce sia al quarto carme del Servo del Signore (Is 53,1-12), sia all'agnello espiatorio di Levitico 14, 12-13, sia infine all'agnello pasquale (Es 12, 1-14; Gv 19,36) che diventa il simbolo della redenzione.
[3] Gv 1,29.36; At 8,32; 1Pt 1,19.
[4] Gv 19,36.