Quell’autentica carità verso Dio che si estende a ciò che egli ama.
(Javier Echevarría Rodríguez) Quando parliamo di “cuore umano” non ci limitiamo ai sentimenti, e tanto meno all’organo del corpo. Molto spesso, dice san Josemaría, «alludiamo a tutta la persona che vuol bene, che ama e frequenta gli altri. Nel modo umano di esprimerci, il modo raccolto dalle Sacre Scritture perché potessimo intendere le cose divine, il cuore è considerato come il compendio e la fonte, l’espressione e la radice ultima dei pensieri, delle parole e delle azioni. Un uomo, per dirla nel nostro linguaggio, vale ciò che vale il suo cuore». La carità, l’amore rettamente inteso, non è soltanto il cuore della vita cristiana, ma anche della vita umana tout court. In effetti, «per il fatto stesso che Dio è amore e l’uomo è sua immagine, comprendiamo l’identità profonda della persona, la sua vocazione all’amore. L’uomo è fatto per amare; la sua vita è pienamente realizzata solo se è vissuta nell’amore» (Benedetto XVI, lettera in occasione del decimo Forum internazionale dei giovani, 20 marzo 2010). Deriva da qui il fatto che la creatura risulti incomprensibile, anche per se stessa, se non si incontra con l’amore, se non lo sperimenta e non lo fa proprio, se non partecipa con passione a questa ricchezza. E viceversa, l’essere umano si realizza più profondamente e si sviluppa di più come persona quando cresce nell’amore e nella retta donazione di se stesso, quando supera la logica del ricevere per proiettarsi nella logica della gratuità e del dono.
Parafrasando un insegnamento di san Josemaría, possiamo dire che il gran privilegio della creatura umana è poter amare, trascendendo così l’effimero e il transitorio; per questo ciascuna, ciascuno, non deve limitarsi a fare cose: il suo comportamento si dimostra pienamente coerente con la propria natura quando nasce dall’amore, quando manifesta l’amore e si ordina all’amore.
La carità, il servizio, la donazione al prossimo, esprimono pertanto la vocazione fondamentale e innata della persona; questa si sviluppa amando ed essendo amata. Dobbiamo dunque fare in modo che il principio costante e supremo del nostro agire si muova in questo senso, dato che l’esercizio delle virtù è animato dalla carità, vincolo di perfezione. Di fatto, ci dice san Josemaría, «praticando la carità — l’Amore — si attuano tutte le virtù umane e soprannaturali del cristiano, che formano un’unità e non possono ridursi a una enumerazione completa e definitiva. La carità richiede la pratica della giustizia, la solidarietà, la responsabilità famigliare e sociale, la povertà, la gioia, la castità, l’amicizia».
Questa verità riguarda tutta l’umanità, e in modo particolare i discepoli di Gesù: ricordiamo che quando un dottore della legge gli chiese qual era il primo comandamento, il Signore non si limitò ad affermare che l’amore a Dio è il più grande e il primo comandamento, ma aggiunse la necessità di amare il prossimo come comandamento incluso nel primo (cfr. Matteo, 22, 35-39). Ha così affermato che non è possibile amare Dio se non si ama il prossimo, perché un’autentica carità verso Dio deve estendersi a ciò che Lui ama, e quindi al mondo e alle persone. Riprendendo un’idea di san Massimo il Confessore, Benedetto XVI insegna che «l’amore di Dio si manifesta nella responsabilità per l’altro» (Spe salvi, 28); e mostra che «nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini ma si rende invece ad essi veramente vicino» (Deus caritas est, 42). Allo stesso modo bisogna affermare che non è possibile un vero amore al prossimo se non si ama Dio: «Uniti a Cristo nella sua consacrazione al Padre, partecipiamo della sua compassione per le moltitudini che reclamano giustizia e solidarietà e, come il buon samaritano della parabola, ci impegniamo a offrire risposte concrete e generose» (Benedetto XVI, discorso alle organizzazioni della pastorale sociale, 13 maggio 2010). L’amore è esigente, richiede dedizione, e questa è possibile grazie alla piena donazione d’amore di Cristo a tutti gli uomini, che ci chiede e ci spinge a trattarlo come ha fatto Lui (cfr. Giovanni, 13, 34; 15, 12).
Una cosa deve essere chiara: sebbene nella pratica l’autentica e gioiosa carità per il prossimo sia più immediata e dia prova dell’amore a Dio, non dobbiamo dimenticare che l’energia per un reale servizio al prossimo proviene dalla virtù soprannaturale della carità: la donazione e l’unione autentica con gli altri sono possibili «grazie alla più intima unione con Dio, in virtù della quale si è totalmente pervasi da Lui — una condizione che permette a chi ha bevuto alla fonte dell’amore di Dio di diventare egli stesso una sorgente “da cui sgorgano fiumi di acqua viva” (Giovanni, 7, 38)» (Deus caritas est, 42).
Questa interazione tra l’amore a Dio e l’amore al prossimo, predicata e vissuta fin dall’inizio del cristianesimo, è stata ribadita nell’enciclica Deus caritas est: «Se il contatto con Dio manca del tutto nella mia vita, posso vedere nell’altro sempre soltanto l’altro e non riesco a riconoscere in lui l’immagine divina. Se però nella mia vita tralascio completamente l’attenzione per l’altro, volendo essere solamente “pio” e compiere i miei “doveri religiosi”, allora s’inaridisce anche il rapporto con Dio» (n. 18).
Il fatto che il comportamento delle creature sia pienamente umano quando scaturisce dall’amore è una realtà che «vale anche in ambito sociale: occorre che i cristiani ne siano testimoni profondamente convinti e (lo) sappiano mostrare, con la loro vita» (Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 580). Per questo la carità, il servizio, deve presiedere e penetrare tutte le relazioni umane: «È il principio non solo delle micro-relazioni: rapporti amicali, familiari, di piccolo gruppo, ma anche delle macro-relazioni: rapporti sociali, economici, politici» (Caritas in veritate, 2). Dobbiamo essere convinti, e aiutare gli altri a convincersi, che la società non si costituisce principalmente attraverso vincoli contrattuali e utilitaristici, ma attraverso i vincoli più profondamente umani che si fondano sull’amore: un principio, questo, che deve diventare il criterio principale anche per lo sviluppo della società, e che deve essere considerato l’anima di tutto l’ordine sociale (cfr. Compendio della dottrina sociale della Chiesa, 32). La carità, insegna il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, è una «forza capace di suscitare nuove vie per affrontare i problemi del mondo d’oggi e per rinnovare profondamente dall’interno strutture, organizzazioni sociali, ordinamenti giuridici. In questa prospettiva la carità diventa carità sociale e politica: la carità sociale ci fa amare il bene comune e fa cercare effettivamente il bene di tutte le persone, considerate non solo individualmente, ma anche nella dimensione sociale che le unisce» (n. 207). Da qui deriva l’esigenza, che riguarda tutte le componenti della società — in primo luogo i cristiani e la stessa comunità ecclesiale — di sforzarsi di amare, veramente e nei fatti, il prossimo, non solo nelle relazioni interpersonali (a esempio quelle familiari), ma anche con un amore che comprende giustamente anche le persone più lontane. Se vogliamo realizzare una società più umana, più degna della persona, occorre dare la giusta importanza alla carità sociale, perché ispiri, purifichi e dia lustro a tutti i rapporti umani, politici, economici. In definitiva, il criterio più importante perché ci sia progresso per tutti e crescita sociale è il precetto dell’amore (21): la carità deve impregnare tutte le strutture sociali.