venerdì 3 gennaio 2014

Il Papa nella Chiesa del Gesù: il Vangelo si annuncia con dolcezza e amore, non con le bastonate


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Il  tweet di Papa Francesco: "Gesù Bambino rivela la tenerezza dell’amore immenso con cui Dio circonda ciascuno di noi." (3 gennaio 2014)

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Visita alla Chiesa del Gesù. Omelia di Papa Francesco: “Solo se si è centrati in Dio è possibile andare verso le periferie del mondo!
Sala stampa della Santa Sede
Alle ore 9.00 di questa mattina, nella Chiesa del Gesù a Roma, il Santo Padre Francesco ha presieduto la celebrazione della Santa Messa nel SS.mo Nome di Gesù. Hanno concelebrato con il Papa il Card. Angelo Amato, Prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, e il Card. Agostino Vallini, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma; i Vescovi: S.E. Mons. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.I., Segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede; S.E. Mons. Yves Boivineau, Vescovo di Annecy, e il Vicario Generale, S.E. Alain Fournier-Bidoz; il Preposito Generale dei Gesuiti, P. Adolfo Nicolás, S.I., con alcuni Consiglieri generali e 7 giovani sacerdoti provenienti sei dalle diverse Conferenze della Compagnia di Gesù e uno dall’Italia. Riportiamo di seguito l’omelia che il Santo Padre ha pronunciato nel corso della Santa Messa:
San Paolo ci dice, lo abbiamo sentito: «Abbiate gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo» (Fil 2, 5-7). Noi, gesuiti, vogliamo essere insigniti del nome di Gesù, militare sotto il vessillo della sua Croce, e questo significa: avere gli stessi sentimenti di Cristo. Significa pensare come Lui, voler bene come Lui, vedere come Lui, camminare come Lui. Significa fare ciò che ha fatto Lui e con i suoi stessi sentimenti, con i sentimenti del suo Cuore.
Il cuore di Cristo è il cuore di un Dio che, per amore, si è «svuotato». Ognuno di noi, gesuiti, che segue Gesù dovrebbe essere disposto a svuotare se stesso. Siamo chiamati a questo abbassamento: essere degli «svuotati». Essere uomini che non devono vivere centrati su se stessi perché il centro della Compagnia è Cristo e la sua Chiesa. E Dio è il Deus semper maior, il Dio che ci sorprende sempre. E se il Dio delle sorprese non è al centro, la Compagnia si disorienta. Per questo, essere gesuita significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l’orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta. E questa è l’inquietudine della nostra voragine. Questa santa e bella inquietudine!
Ma, perché peccatori, possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l’inquietudine della ricerca o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio. Bisogna cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita, una inquietudine anche apostolica, non ci deve far stancare di annunciare il kerygma, di evangelizzare con coraggio. È l’inquietudine che ci prepara a ricevere il dono della fecondità apostolica. Senza inquietudine siamo sterili.
È questa l’inquietudine che aveva Pietro Favre, uomo di grandi desideri, un altro Daniele. Favre era un «uomo modesto, sensibile, di profonda vita interiore e dotato del dono di stringere rapporti di amicizia con persone di ogni genere» (Benedetto XVI, Discorso ai gesuiti, 22 aprile 2006). Tuttavia, era pure uno spirito inquieto, indeciso, mai soddisfatto. Sotto la guida di sant’Ignazio ha imparato a unire la sua sensibilità irrequieta ma anche dolce, direi squisita, con la capacità di prendere decisioni. Era un uomo di grandi desideri; si è fatto carico dei suoi desideri, li ha riconosciuti. Anzi per Favre, è proprio quando si propongono cose difficili che si manifesta il vero spirito che muove all’azione (cfr Memoriale, 301). Una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo. Ecco la domanda che dobbiamo porci: abbiamo anche noi grandi visioni e slancio? Siamo anche noi audaci? Il nostro sogno vola alto? Lo zelo ci divora (cfr Sal 69,10)? Oppure siamo mediocri e ci accontentiamo delle nostre programmazioni apostoliche di laboratorio? Ricordiamolo sempre: la forza della Chiesa non abita in se stessa e nella sua capacità organizzativa, ma si nasconde nelle acque profonde di Dio. E queste acque agitano i nostri desideri e i desideri allargano il cuore. E’ quello che dice- Sant’Agostino: pregare per desiderare e desiderare per allargare il cuore. Proprio nei desideri Favre poteva discernere la voce di Dio. Senza desideri non si va da nessuna parte ed è per questo che bisogna offrire i propri desideri al Signore. Nelle Costituzioni si dice che «si aiuta il prossimo con i desideri presentati a Dio nostro Signore» (Costituzioni, 638).
Favre aveva il vero e profondo desiderio di «essere dilatato in Dio»: era completamente centrato in Dio, e per questo poteva andare, in spirito di obbedienza, spesso anche a piedi, dovunque per l’Europa, a dialogare con tutti con dolcezza, e ad annunciare il Vangelo. Mi viene da pensare alla tentazione, che forse possiamo avere noi e che tanti hanno, di collegare l’annunzio del Vangelo con bastonate inquisitorie, di condanna. No, il Vangelo si annunzia con dolcezza, con fraternità, con amore. La sua familiarità con Dio lo portava a capire che l’esperienza interiore e la vita apostolica vanno sempre insieme. Scrive nel suo Memoriale che il primo movimento del cuore deve essere quello di «desiderare ciò che è essenziale e originario, cioè che il primo posto sia lasciato alla sollecitudine perfetta di trovare Dio nostro Signore» (Memoriale, 63). Favre prova il desiderio di «lasciare che Cristo occupi il centro del cuore» (Memoriale, 68). Solo se si è centrati in Dio è possibile andare verso le periferie del mondo! E Favre ha viaggiato senza sosta anche sulle frontiere geografiche tanto che si diceva di lui: «pare che sia nato per non stare fermo da nessuna parte» (MI, Epistolae I, 362). Favre era divorato dall’intenso desiderio di comunicare il Signore. Se noi non abbiamo il suo stesso desiderio, allora abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera e, con fervore silenzioso, chiedere al Signore, per intercessione del nostro fratello Pietro, che torni ad affascinarci: quel fascino del Signore che portava Pietro a tutte queste “pazzie” apostoliche.

Noi siamo uomini in tensione, siamo anche uomini contraddittori e incoerenti, peccatori, tutti. Ma uomini che vogliono camminare sotto lo sguardo di Gesù. Noi siamo piccoli, siamo peccatori, ma vogliamo militare sotto il vessillo della Croce nella Compagnia insignita del nome di Gesù. Noi che siamo egoisti, vogliamo tuttavia vivere una vita agitata da grandi desideri. Rinnoviamo allora la nostra oblazione all’Eterno Signore dell’universo perché con l’aiuto della sua Madre gloriosa possiamo volere, desiderare e vivere i sentimenti di Cristo che svuotò se stesso. Come scriveva san Pietro Favre, «non cerchiamo mai in questa vita un nome che non si riallacci a quello di Gesù» (Memoriale, 205). E preghiamo la Madonna di essere messi con il suo Figlio.

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Una festa in famiglia

Ignazio, Francesco Saverio, Roberto Bellarmino, Pietro Canisio, Luigi Gonzaga, Pietro Claver. I nomi dei santi della Compagnia di Gesù vengono scanditi dal coro, mentre Papa Francesco fa il suo ingresso nella chiesa del Gesù a Roma, venerdì mattina, 3 gennaio. Nomi conosciuti, altri meno noti al grande pubblico dei fedeli, ma familiari a quanti seguono la spiritualità ignaziana. All’elenco di questi santi è stato aggiunto per la prima volta Pietro Favre, che il Pontefice ha canonizzato il 17 dicembre scorso.Tutta la celebrazione, nella solennità del Santissimo Nome di Gesù, titolare della Compagnia, ruota proprio intorno al primo sacerdote gesuita e compagno di Ignazio. È, infatti, in ringraziamento della sua canonizzazione. Nella chiesa, che è un po’ il cuore della Compagnia, il ricordo dei gesuiti ora in cielo si unisce alle voci di quanti rappresentano la realtà ignaziana in 122 Paesi del mondo. A cominciare dal preposito generale, padre Adolfo Nicolás Pachón, che rivolgendo un breve saluto al Pontefice non nasconde la propria gioia per la canonizzazione di Favre e usa più volte la parola “grazie”. Il preposito generale ricorda anche che appena Papa Francesco ha firmato il decreto di canonizzazione del nuovo santo, gli ha immediatamente telefonato per informarlo. Padre Nicolás Pachón sottolinea poi che ogni gesuita elevato agli onori degli altari è uno stimolo e un invito per gli altri a vivere pienamente la propria vocazione.
A rappresentare nella celebrazione i circa diciottomila gesuiti sparsi nel mondo sono 346 religiosi, dei quali 98 fratelli. Ci sono i membri del consiglio generale, gli assistenti regionali, i direttori delle opere, oltre a padre Daniele Libanori, rettore della chiesa, al postulatore generale Anton Witwer, al vice Marc Lindeijer e a fratel Ángel Salvator Mura, che è stato per quattro anni l’hermano socio di Jorge Mario Bergoglio quando era superiore provinciale a Buenos Aires. Sono presenti anche i collaboratori laici e alcune rappresentanti di congregazioni religiose femminili che si ispirano alla regola di sant’Ignazio.
Insieme con il Papa hanno concelebrato i cardinali Vallini, vicario di Roma, e Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, l’arcivescovo Ladaria Ferrer, segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, monsignor Yves Boivineau, vescovo di Annecy, nella cui diocesi è nato Favre, e sedici gesuiti. Al termine della celebrazione i padri Witwer e Lindeijer hanno consegnato il fac-simile della formula degli ultimi voti del 1541 di san Pietro Favre. Conclusa la messa, il Papa ha salutato ciascuno dei religiosi presenti, oltre a un nutrito gruppo di laici e di suore.
L'Osservatore Romano

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«Centrati in Dio, divorati dallo zelo»

"Se il Dio delle sorprese non è al centro, la Compagnia si disorienta". Lo ha detto papa Francesco nell'omelia della messa presieduta nella Chiesa del Gesù, nel centro storico di Roma, per solennizzare la canonizzazione di Pietro Favre, nella ricorrenza del Santissimo Nome di Gesù. Erano presenti circa 350 gesuiti.

Essere gesuita, ha sottolineato il Papa, "significa essere una persona dal pensiero incompleto, dal pensiero aperto: perché pensa sempre guardando l'orizzonte che è la gloria di Dio sempre maggiore, che ci sorprende senza sosta. E questa è l'inquietudine della nostra voragine. Quella santa e bella inquietudine". "Ma, perché peccatori, - ha proseguito Francesco - possiamo chiederci se il nostro cuore ha conservato l'inquietudine della ricerca o se invece si è atrofizzato; se il nostro cuore è sempre in tensione: un cuore che non si adagia, non si chiude in se stesso, ma che batte il ritmo di un cammino da compiere insieme a tutto il popolo fedele di Dio".

Il Papa ha osservato che è necessario "cercare Dio per trovarlo, e trovarlo per cercarlo ancora e sempre. Solo questa inquietudine dà pace al cuore di un gesuita, una inquietudine anche apostolica, non ci deve far stancare di annunciare il kerygma, di evangelizzare con coraggio. È l'inquietudine che ci prepara a ricevere il dono della fecondità apostolica. Senza inquietudine siamo sterili".
La figura di Favre, primo compagno di sant'Ignazio di Loyola, è stata indicata dal Pontefice come modello per la Compagnia e per la Chiesa. “Siamo anche noi audaci? Il nostro sogno vola alto, lo zelo ci divora? Oppure siamo mediocri?", ha chiesto.
"La forza della Chiesa - ha insistito il Papa - non abita in se stessa e nella sua capacità organizzativa ma nelle acque profonde di Dio". E sul modello di san Pietro Favre ha esortato a "pregare per desiderare e desiderare per allargare il cuore. Proprio nei desideri - ha sottolineato - Favre poteva discernere la voce di Dio. Senza desideri non si va da nessuna parte. Si aiuta il prossimo con i desideri presentati a Nostro Signore".

Papa Francesco ha ricordato ai gesuiti, e a tutti cristiani, che solo mettendo Cristo al centro della propria vita, e dei propri desideri, è possibile portare davvero il Vangelo nel mondo. "Favre era completamente centrato in Dio - ha detto - e per questo poteva andare, in spirito di obbedienza, a dialogare con tutti con dolcezza e ad annunciare il Vangelo. Mi viene da pensare - ha aggiunto il Papa - alla tentazione che tanti hanno di collegare l’annuncio del Vangelo con bastonate inquisitorie, di condanna". "Il Vangelo - ha ribadito - si annuncia con dolcezza, con fraternità, con amore".

Sul modello di Favre, il Papa ha ricordato che "l’esperienza interiore e la vita apostolica vanno sempre insieme. Favre - ha detto - prova il desiderio di lasciare che Cristo occupi il centro del cuore. Solo se si è centrati in Dio - ha detto papa Francesco - è possibile andare verso le periferie del mondo. Favre era divorato dall’intenso desiderio di comunicare il Signore. Se non abbiamo il suo stesso desiderio abbiamo bisogno di soffermarci in preghiera e chiedere il Signore che torni ad affascinarci, per intercessione del nostro fratello Pietro. Noi siamo uomini in tensione. Siamo anche contraddittori e incoerenti. Ma siamo uomini che vogliono camminare sotto lo sguardo di Gesù. Siamo piccoli, siamo peccatori Noi che siamo egoisti vogliamo tuttavia vivere una vita agitata da grandi desideri".

"Rinnoviamo la nostra oblazione all'Eterno Signore dell'universo - ha concluso - perché con l'aiuto della sua Madre gloriosa possiamo volere, desiderare e vivere i sentimenti di Cristo che svuotò se stesso. Come scriveva san Pietro Favre, 'non cerchiamo mai in questa vita un nome che non si riallacci a quello di Gesù'".
Avvenire

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Diario Vaticano / I nuovi cardinali che ha in mente Francesco
Chiesa - L'Espresso
 
(***) Saranno quattro o cinque in curia e una decina fuori, soprattutto in America latina, Africa e Asia. Ecco i nomi. Ma non mancheranno le sorprese (...)