Solo laici alle origini della Chiesa coreana.
(Cristian Martini Grimaldi) L’unico esempio di un’evangelizzazione che sia partita non da missionari ma da semplici uomini di cultura è quello della Chiesa in Corea. È un unicum nella storia e il ruolo svolto dai laici coreani non ha eguali al mondo. Anni prima dell’arrivo dei missionari il ruolo di questi intellettuali è stato infatti quello di prendere atto dell’esistenza di una religione straniera sconosciuta, fino a diffonderne i precetti nel proprio Paese.
Ma se i missionari giunsero in Corea con centinaia di anni di ritardo, ad esempio rispetto al Giappone, fu l’arrivo dei gesuiti in Cina l’evento che avrebbe avuto importantissime ripercussioni sulla nascita delle prime comunità cristiane nel regno di Joseon (l’antico nome della Corea).
I primi gesuiti arrivarono in Cina già sul finire del Cinquecento, e tra loro il più noto è certamente Matteo Ricci. E fu Ricci uno dei primi a tradurre in cinese non solo diversi testi di catechismo, ma molte opere di scienza e di letteratura. Proprio queste centinaia di opere tradotte attirarono l’interesse intorno alla religione di questi missionari occidentali, tanto che cominciarono i primi battesimi: nel 1608 c’erano trecento cristiani a Pechino e duemila in tutto il regno.
Nel 1603 questi testi vennero introdotti anche in Corea grazie a Yi-Gwang-jeong, diplomatico coreano in missione a Pechino, il primo a importare nell’omogeneo e confuciocentrico tessuto culturale coreano le nuove conoscenze: conoscenze che allora ricadevano nell’unica categoria di «saperi occidentali tradotti in cinese».
In seguito alla diffusione, tra le élites letterarie, di questi testi, accadde in Corea quello che si era già verificato in Cina: il cattolicesimo iniziò a incuriosire gli studiosi e cominciò a essere approfondito. Ben presto l’esistenza di Dio, i concetti di immortalità dell’anima e di divina provvidenza divennero materia di discussione nei circoli letterari, soprattutto quelli che si riunivano nel tempio Jueo a Seoul. Ma è solo più tardi che il cattolicesimo smise di essere materia accademica per diventare una realtà religiosa a tutti gli effetti. Era il 1784: la rivoluzione francese sarebbe scoppiata cinque anni dopo, ma intanto, dall’altra parte del mondo, si apriva un’altra rivoluzione: questa però, a differenza della prima, destinata a durare a lungo.
Yi Seung-hun Peter fu il primo coreano battezzato. Dovette letteralmente andare a cercare il sacramento oltre confine (a Pechino) e ad amministrarlo fu il gesuita francese Jean-Joseph de Grammont. Difatti, al contrario di quanto era già avvenuto in Cina e in Giappone, in Corea non vi era ancora alcuna presenza di sacerdoti.
Come pecore di un gregge senza pastore, insomma, le prime comunità cattoliche coreane avevano poche chances di cementare la loro unione e molte invece di disperdere la primigenia vocazione. Eppure si verificò esattamente il contrario. Questi primi nuclei di fedeli seppero infatti trovare la forza di restare uniti e perfino di prosperare.
I primi fedeli coreani usavano riunirsi nelle case dei letterati Ly Beyok e Kim-Beom-u (la casa di quest’ultimo si trovava proprio sul luogo dove oggi sorge la cattedrale di Myeongdong a Seoul). Ma a quel punto, proprio quando la piccola comunità si andava consolidando con il contributo di nuovi e giovani fedeli, ecco che cominciarono le prime persecuzioni. Almeno cento anni, su duecentotrenta, di storia della Chiesa coreana sono infatti segnati dalla discriminazione e dal martirio di molte migliaia di persone: i fedeli furono braccati, costretti a sconfessare la propria fede e infine uccisi.
Giovanni Battista Ly Beyok fu imprigionato in casa dalla sua stessa famiglia. Suo padre minacciò d’impiccarsi se il figlio non avesse rinunciato alla fede. Ly Byok morì a soli 31 anni, dopo quindici giorni di digiuno. Kim Beom-u venne arrestato, torturato ed esiliato ma — si dice — non smise mai di pregare a voce alta, sia in prigione che in esilio. Morì in seguito alle infezioni causate dalle percosse ricevute.
Ly Beyok e gli altri letterati testimoniarono la loro fede in assenza, non solo di una Chiesa strutturata, ma degli stessi sacerdoti. Insomma, così come accadeva in Giappone in quegli anni, anche in Corea la comunità di fedeli si sosteneva solo attraverso il sacrificio e l’ardore di semplici laici.
Nonostante la mancanza di sacerdoti, nonostante la persecuzione che minacciò ed eliminò i fondatori di quel primo nucleo di cristiani, nonostante le forti pressioni perfino da parte delle loro famiglie a ripudiare la fede, insomma nonostante l’ostilità e il disprezzo da parte della società e del governo, i pochi fedeli rimasti riuscirono a riorganizzarsi: si rifugiarono nelle campagne più remote dove trovarono anche modo di diffondere i precetti del Vangelo in quelle terre mai sfiorate dalla predicazione. In tempi di crisi la provvidenza aveva mostrato loro la via per trasmettere con successo la dottrina alle successive generazioni.
L'Osservatore Romano
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Il Papa guarda alla Corea, frontiera della conversione
I primi gesuiti arrivarono in Cina già sul finire del Cinquecento, e tra loro il più noto è certamente Matteo Ricci. E fu Ricci uno dei primi a tradurre in cinese non solo diversi testi di catechismo, ma molte opere di scienza e di letteratura. Proprio queste centinaia di opere tradotte attirarono l’interesse intorno alla religione di questi missionari occidentali, tanto che cominciarono i primi battesimi: nel 1608 c’erano trecento cristiani a Pechino e duemila in tutto il regno.
Nel 1603 questi testi vennero introdotti anche in Corea grazie a Yi-Gwang-jeong, diplomatico coreano in missione a Pechino, il primo a importare nell’omogeneo e confuciocentrico tessuto culturale coreano le nuove conoscenze: conoscenze che allora ricadevano nell’unica categoria di «saperi occidentali tradotti in cinese».
In seguito alla diffusione, tra le élites letterarie, di questi testi, accadde in Corea quello che si era già verificato in Cina: il cattolicesimo iniziò a incuriosire gli studiosi e cominciò a essere approfondito. Ben presto l’esistenza di Dio, i concetti di immortalità dell’anima e di divina provvidenza divennero materia di discussione nei circoli letterari, soprattutto quelli che si riunivano nel tempio Jueo a Seoul. Ma è solo più tardi che il cattolicesimo smise di essere materia accademica per diventare una realtà religiosa a tutti gli effetti. Era il 1784: la rivoluzione francese sarebbe scoppiata cinque anni dopo, ma intanto, dall’altra parte del mondo, si apriva un’altra rivoluzione: questa però, a differenza della prima, destinata a durare a lungo.
Yi Seung-hun Peter fu il primo coreano battezzato. Dovette letteralmente andare a cercare il sacramento oltre confine (a Pechino) e ad amministrarlo fu il gesuita francese Jean-Joseph de Grammont. Difatti, al contrario di quanto era già avvenuto in Cina e in Giappone, in Corea non vi era ancora alcuna presenza di sacerdoti.
Come pecore di un gregge senza pastore, insomma, le prime comunità cattoliche coreane avevano poche chances di cementare la loro unione e molte invece di disperdere la primigenia vocazione. Eppure si verificò esattamente il contrario. Questi primi nuclei di fedeli seppero infatti trovare la forza di restare uniti e perfino di prosperare.
I primi fedeli coreani usavano riunirsi nelle case dei letterati Ly Beyok e Kim-Beom-u (la casa di quest’ultimo si trovava proprio sul luogo dove oggi sorge la cattedrale di Myeongdong a Seoul). Ma a quel punto, proprio quando la piccola comunità si andava consolidando con il contributo di nuovi e giovani fedeli, ecco che cominciarono le prime persecuzioni. Almeno cento anni, su duecentotrenta, di storia della Chiesa coreana sono infatti segnati dalla discriminazione e dal martirio di molte migliaia di persone: i fedeli furono braccati, costretti a sconfessare la propria fede e infine uccisi.
Giovanni Battista Ly Beyok fu imprigionato in casa dalla sua stessa famiglia. Suo padre minacciò d’impiccarsi se il figlio non avesse rinunciato alla fede. Ly Byok morì a soli 31 anni, dopo quindici giorni di digiuno. Kim Beom-u venne arrestato, torturato ed esiliato ma — si dice — non smise mai di pregare a voce alta, sia in prigione che in esilio. Morì in seguito alle infezioni causate dalle percosse ricevute.
Ly Beyok e gli altri letterati testimoniarono la loro fede in assenza, non solo di una Chiesa strutturata, ma degli stessi sacerdoti. Insomma, così come accadeva in Giappone in quegli anni, anche in Corea la comunità di fedeli si sosteneva solo attraverso il sacrificio e l’ardore di semplici laici.
Nonostante la mancanza di sacerdoti, nonostante la persecuzione che minacciò ed eliminò i fondatori di quel primo nucleo di cristiani, nonostante le forti pressioni perfino da parte delle loro famiglie a ripudiare la fede, insomma nonostante l’ostilità e il disprezzo da parte della società e del governo, i pochi fedeli rimasti riuscirono a riorganizzarsi: si rifugiarono nelle campagne più remote dove trovarono anche modo di diffondere i precetti del Vangelo in quelle terre mai sfiorate dalla predicazione. In tempi di crisi la provvidenza aveva mostrato loro la via per trasmettere con successo la dottrina alle successive generazioni.
L'Osservatore Romano
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Il Papa guarda alla Corea, frontiera della conversione
Ci sono buone possibilità che nel mese di agosto Papa Francesco compia un viaggio apostolico in Corea, riportando così un Papa in Estremo Oriente a quasi vent'anni dall'ultimo viaggio di Giovanni Paolo II nelle Filippine. A confermarlo è stato ieri il portavoce della Sala stampa vaticana, padre Federico Lombardi, dichiarando ai giornalisti: «È vero che il viaggio è allo studio, c'è un invito e l'occasione sarebbe un grande incontro di giovani previsto in Corea a metà agosto». Come pure ci sarebbe «allo studio» un altro viaggio con tappe nelle Filippine e nello Sri Lanka, «ma non quest'anno» ha precisato padre Lombardi.
Il grande incontro dei giovani a cui fa riferimento il portavoce vaticano è la sesta Giornata della gioventù dell'Asia che si terrà dal 10 al 17 agosto a Daejeon in Corea del Sud. All'appuntamento - che è organizzato dalla Federazione delle Conferenze episcopali dell'Asia e segue lo schema delle Giornate mondiali della gioventù - sono attesi un migliaio di giovani da 29 Paesi. Ed è anche già noto il tema dell'appuntamento: «Giovani dell'Asia, svegliatevi! La gloria dei martiri risplende su di voi!».
Con un appello del genere non è difficile immaginare perché Papa Francesco stia accarezzando l'idea di essere presente. A suggerirgli di far rotta verso l'Asia non c'è certamente solo il fatto che questo continente negli ultimi anni sia rimasto fuori dagli itinerari dei viaggi papali. Per un gesuita - infatti - l'Estremo Oriente è la frontiera della missione per eccellenza: la terra di Francesco Saverio e Matteo Ricci. Bergoglio stesso ha raccontato di aver scritto da giovane all'allora padre generale Pedro Arrupe, chiedendo di essere destinato al Giappone; non fu esaudito solo perché i superiori ritenevano che la sua salute non glielo permettesse.
Andando in Corea Papa Francesco troverà una Chiesa che è figlia del primo annuncio di quei grandi missionari gesuiti, anche se in una maniera del tutto particolare. Il cristianesimo nella penisola arrivò infatti grazie ad alcuni intellettuali che lo avevano scoperto proprio attraverso il catechismo scritto in cinese da Matteo Ricci, portato in patria da un coreano inviato alla corte di Pechino. Furono loro - nel Settecento, tra mille rischi - a prendere i contatti con la Cina, dove sapevano che c'era una comunità cattolica che avrebbe potuto illuminarli su quella fede studiata attraverso un libro. Puntualmente poi i governanti di allora perseguitarono molto in fretta i due sacerdoti cinesi che erano stati inviati; così per ben 56 anni - dal 1779 al 1835 - questa giovanissima Chiesa poté sopravvivere solo grazie alla testimonianza di quei laici. Molti dei quali affrontarono anche il martirio (e infatti a Daejeon il Papa dovrebbe anche proclamare beati 124 martiri coreani, che andranno ad aggiungersi ad Andrea Kim e i suoi 102 compagni, già canonizzati da Giovanni Paolo II nel 1984).
Questa - dunque - la storia gloriosa della Chiesa nella penisola; ma a colpire ancora di più è il presente del cristianesimo a Seul: nelle statistiche la Corea del Sud è il Paese dove gli ultimi decenni tutte le confessioni cristiane hanno fatto registrare numeri da record e non solo nelle conversioni. Per quel che riguarda la Chiesa cattolica li riassumeva in maniera molto efficace qualche mese fa il prefetto della Congregazione per l'evangelizzazione dei popoli, il cardinale Fernando Filoni, durante la visita compiuta nella penisola: «Nel 1949 la popolazione cattolica in Corea si calcolava attorno all’1,1% con appena 81 sacerdoti e 46 parrocchie - ricapitolava -. Subito dopo il Concilio Vaticano II si era al 2,5%. A cinquant’anni da quell’evento oggi i cattolici sono il 10,3%, i sacerdoti oltre 4.600, i religiosi e le religiose oltre 10.000. E desidero manifestare anche tutto il mio apprezzamento per le centinaia di missionari presenti in circa 80 Paesi, attraverso cui questa Chiesa risponde generosamente all’anelito di evangelizzazione del mondo». La Conferenza episcopale coreana ha addirittura lanciato un programma chiamato Evangelization Twenty Twenty, con l'obiettivo ambizioso di raggiungere entro il 2020 quota 20% di cattolici.
Certo, si dirà che non contano solo i numeri (e infatti anche in Corea le contraddizioni non mancano; a partire da tante nuove periferie - anche esistenziali - che aspettano ancora di essere illuminate veramente dalla luce del Vangelo). Eppure l'immagine di questa Chiesa così dinamica e ansiosa di evangelizzare resta qualcosa di unico nel panorama del cattolicesimo di oggi. E se fosse proprio per questo che Papa Francesco il Papa dell'Evangelii Gaudium - dopo le tappe «obbligate» di Rio de Janeiro e della Terra Santa, adesso sta pensando di andare proprio lì?