Qualche anno fa, Peter Singer, che insegna Filosofia Morale a Princeton, in Australia, pubblicò La vita come si dovrebbe. Il programma descritto era chiarissimo: il dolore è negativo, a prescindere da chi lo provi; gli esseri umani non sono gli unici esseri capaci di provarlo; quando valutiamo la gravità dell’atto di togliere una vita dobbiamo guardare non alla razza, al sesso o alla specie cui l’essere appartiene, ma alle sue caratteristiche: per esempio il suo desiderio di continuare a vivere o il genere di vita che è capace di condurre; siamo responsabili non solo di ciò che facciamo, ma anche di quello che avremmo potuto impedire. Per Singer, autocoscienza e desiderio sono gli elementi fondamentali per poter dire che un individuo è anche una “persona” e ne consegue che “feti, handicappati, neonati, anziani, che non hanno reale coscienza, non sono persone”.
Non è un caso che questo personaggio, portatore di tali teorie, sia considerato il punto di riferimento degli animalisti di tutto il mondo. Un’ideologia, quella animalista, tra le più insinuanti e perniciose tra quelle che circolano, che in nome del materialismo che impera ha come obiettivo di fondo quello di equiparare gli animali alla persona umana ed è spesso anche violenta, a differenza di quanto si vuole far credere.
L’ha sperimentato sulla sua pelle, nei giorni scorsi, una ragazza di 25 anni, Caterina Simonsen, colpita da quattro malattie rare, che sul suo profilo Facebook aveva osato postare una foto con questo commento: «Io, Caterina S. ho 25 anni grazie alla vera ricerca, che include la sperimentazione animale. Senza la ricerca sarei morta a nove anni. Mi avete regalato un futuro». Nella foto appariva con il respiratore sulla bocca e un foglio in mano.
Tanti gli insulti – «Per me puoi pure morire domani. Non sacrificherei nemmeno il mio pesce rosso per un’egoista come te» o «Se crepavi anche a nove anni non fregava nulla a nessuno, causare sofferenza a esseri innocenti non lo trovo giusto» o ancora «Per me potevi pure morire a nove anni, non si fanno esperimenti su nessun animale, razza di bestie schifose» – e le minacce di morte, denunciate alla polizia postale, alle quali Caterina ha risposto con queste parole: “Metto ‘a nudo’ la mia realtà perché voi capiate che l’unica mia colpa in tutto ciò sia stata curarmi senza uccidere nessuno direttamente. «Il mio obiettivo è laurearmi (in Veterinaria, n.d.r.) e salvare gli animali. Ma devo dire che ancora oggi la sperimentazione animale in Italia è necessaria e obbligata, fino a che non ci sarà un metodo alternativo valido. Per quanto riguarda i farmaci, nella fase pre-clinica, cioè prima della sperimentazione sull’uomo devono essere sperimentati sugli animali, il che non è una cattiveria, perché anche gli animali hanno a loro volta bisogno di quei farmaci per guarire».
Parole tanto vere e sensate, che hanno ricevuto persino il sostegno di coloro che da parlamentari potrebbero adoperarsi da subito per modificare la legge approvata nello scorso mese di agosto, che ha inserito modifiche restrittive alla sperimentazione medica sugli animali, prevedendo una normativa ancora più severa di quella della direttiva europea in materia. A tanto si arriva, per gusto dell’ideologia.
Il caso di Caterina – sul suo caso è intervenuta anche l’Associazione italiana difesa animali e ambiente, precisando che intende «far emergere la verità: e cioè che nessun animalista vero è responsabile delle minacce a Caterina per le sue convinzioni sulla sperimentazione animale» ̶ ha riaperto il dibattito su questa questione, che concorre a dare la cifra della modernità, a volte davvero nauseante. (D.Q.)