domenica 19 gennaio 2014

Legge omofobia, al Senato va anche peggio

Parlamento

di Gianfranco Amato

L’intolleranza della propaganda ideologica omosessualista «violenta e sopraffattoria» sta diventando un vero problema nel nostro Paese, al punto da «indurre ad una seria riflessione». Parola del governo italiano. Lo ha, infatti, affermato il Vice Ministro dell'Interno Filippo Bubbico nella risposta resa il 16 gennaio scorso ad un’interpellanza del senatore Carlo Giovanardi sui fatti di Casale Monferrato. Com’è noto, il 22 settembre 2013 nella cittadina piemontese si è svolto – o avrebbe dovuto svolgersi, visto come sono andate le cose – il convegno dal titolo «Gender, omofobia, transfobia: verso l’abolizione dell’uomo?».

Si trattava un’iniziativa organizzata dal Movimento per la vita, Alleanza cattolica, Comunione e liberazione, con il patrocinio della Pastorale della salute e Pastorale sociale della diocesi di Casale Monferrato, in cui avrebbero dovuto parlare come relatori l’Avv. Giorgio Razeto, membro dei Giuristi per la Vita, e il Prof. Mauro Ronco. Ebbene, quel convegno è stato disturbato ed interrotto a seguito di una becera gazzarra allestita da attivisti dei movimenti per i diritti dei gay, tra cui il coordinamento Torino Pride LGBT, il collettivo AlterEva e l’associazione Arcigay. Fatto gravissimo che ha spinto lo stesso Presidente dei Giuristi per la Vita a scrivere al Ministro dell’Interno on. Angelino Alfano un’accorata lettera di protesta.

L’episodio è stato oggetto anche di due interpellanze parlamentari: una alla Camera dei Deputati, da parte dell’on. Alessandro Pagano, ed una al Senato, come si è detto, da parte del senatore Carlo Giovanardi. Ed è proprio la risposta data a Giovanardi dal Vice Ministro Bubbico che rende l’idea dell’esatta dimensione del fenomeno. Lo stesso Bubbico, infatti, in un passaggio del suo intervento, dopo avere precisato che «i fatti esposti nell'informativa dell’organo di polizia sono tuttora al vaglio dell'autorità giudiziaria», ha affermato che «l'episodio di Casale Monferrato deve comunque indurre ad una riflessione seria sui valori della tolleranza e sulla necessità che la diversità anche più aperta delle opinioni non divenga motivo di contrapposizione violenta e sopraffattoria». Doverosa e conseguente, poi, la rassicurazione che «l’impegno delle forze dell’ordine è continuamente teso a garantire l’esercizio dei diritti fondamentali dei cittadini, costituzionalmente definiti, come il diritto di riunirsi pacificamente e di manifestare liberamente il proprio pensiero, nonché la salvaguardia – anche con le necessarie azioni di prevenzione – delle condizioni necessarie per una pacifica convivenza civile e politica».
Di fronte a questo inquietante scenario, l’iter parlamentare del disegno di legge antiomofobia prosegue in Commissione Giustizia del Senato. E qui le cose non sembrano mettersi per il verso giusto, viste le ultime sconfortanti notizie che ci giungono da Palazzo Madama. Nella seduta del 16 gennaio scorso, infatti, la relatrice Rosaria Capacchione del PD ha dato parere favorevole ad alcuni emendamenti, che, se possibile, peggiorano  la proposta di legge liberticida ed eterofoba che porta il nome di Scalfarotto. 
Lo afferma lo stesso senatore Carlo Giovanardi, rilevando come «oltre al carcere previsto per legge per chi sostiene idee che le associazioni gay ritengono discriminatorie nei confronti dei portatori di “orientamento sessuale” e “identità di genere”, fanno capolino anche come protette dalla legge penale  le  persone che sono, oppure vengono identificate, ovvero percepite, come omosessuali o transessuali». «Come ciliegina sulla torta», osserva sempre Giovanardi, «viene reintrodotta la rieducazione obbligatoria presso le associazioni gay di chi si ostina per esempio ad essere pubblicamente contrario al matrimonio o all’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali». 
Si tratta della pena accessoria prevista nel testo approvato il 9 luglio 2013 dalla Commissione giustizia della Camera (art.4), ovvero «l’attività non retribuita in favore della collettività da svolgersi al termine dell’espiazione della pena detentiva per un periodo da sei mesi a un anno», costituita da lavoro «in favore delle associazioni a delle persone omosessuali». Quella norma, indice evidente dell’impianto ideologico del disegno di legge (siamo alla rieducazione culturale di stampo maoista), fu poi eliminata a seguito dell’emendamento dei due relatori, Scalfarotto e Leone, il 22 luglio 2013. Ora i sostenitori del laojiao cinese tornano alla carica al Senato, trovando il favore della stessa relatrice in Commissione giustizia. Occorre davvero alzare la guardia: Hannibal ad portas!

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Crocetta aiuta tutte le coppie. Pure quelle non sposate
di Donata Fontana
La Regione Sicilia ha approvato da qualche giornoil nuovo piano finanziario dal quale spicca la concessione di bonus e agevolazioni economico-fiscali per le famiglie e le coppie di fatto. Proprio così: l’una e l’altra, la differenza pare non ci sia… e non sembra esserci nemmeno se si tratta di coppia omo o eterosessuale.
Dal bonus bebè al reddito minimo, dall’assegno mensile all’agevolazione per l’accensione del mutuo sulla prima casa: alcuni milioni di Euro saranno pescati da un fondo regionale (chissà quale, poi, in una Regione sull’orlo della bancarotta) e destinati in favore delle coppie giovani e con difficoltà economiche, anche se non sposate civilmente. Come, nel concreto, si inseriranno nella lista dei beneficiari sia famiglie che coppie di fatto e con quali criteri si preferiranno le une alle altre non è dato ancora sapere.
Sul sito ufficiale della Regione siciliana non si trova ancora il verbale dell’assemblea di approvazione del piano finanziario (passato, per la cronaca, con un’abbondante prevalenza di voti favorevoli) né il testo ufficiale del provvedimento, ma le festanti parole di gaudio del Governatore Crocetta non lasciano spazio a dubbi sulla veridicità e l’imminente attuazione di questa notizia: «Mi pare davvero una norma rivoluzionaria che dimostra come la Sicilia possa essere all'avanguardia in Italia».
A chi scrive (che ha da poco acquisito parenti siciliani e conosce abbastanza da vicino la Trinacria) vengono in mente mille e un ambito del sociale isolano in cui si sarebbe potuto scegliere di investire altrettanto proficuamente nuovi fondi, per non parlare poi della situazione disastrata della sanità siciliana; ad ogni modo tanto di cappello se si sceglie di promuovere la famiglia e il suo welfare, incentivando la nascita di nuovi bebè.
Il problema, in realtà, è questo e solo questo: se uno - o meglio due - scelgono di non formare una famiglia perché bisogna trattarli come famiglia? Se uno insiste nella sua scelta di non sposarsi, o risposarsi, perché parificarlo a chi è già sposato. Sembra banale… e infatti lo è: ancor prima che giuridico, lo sgambetto è sul piano logico, perché non sia mai detto che due situazioni differenti vadano trattate allo stesso modo. Forse chi sottoscrive un contratto di locazione intende acquistare un appartamento? No certo, intende appunto prenderlo in affitto, altrimenti avrebbe fatto ricorso a un contratto di compravendita. E allora, vien da chiedersi, perché chi non sceglie il contratto di matrimonio per chissà quanti e quali motivi, deve vedersene riconosciuti lo stesso gli effetti?
Rendere tutto e tutti uguali non significa compiere vera giustizia. E se si sceglie di parificare situazioni diseguali si contravviene al dettato costituzionale, che impone di promuovere una sola di queste due realtà, vale a dire la famiglia fondata sul matrimonio. E se si parla di metter mano addirittura alla Costituzione di certo non basta l’autorità e la competenza del Governatore Crocetta.
Ma torniamo alla decisione della Regione Sicilia: benefici e sgravi verranno riconosciuti alle coppie regolarmente iscritte da almeno un anno negli appositi registri comunali. E mentre Crocetta annuncia con impeto la prossima mossa della sua Amministrazione (cioè rendere obbligatorio in ogni Comune siciliano il registro delle unioni civili) non si può far a meno di pensare che forse un anno è un po’ poco, rischiando di diventare facile scorciatoia per assicurarsi un buon tasso di interesse sul mutuo e poi, dopo un anno, ciascuno per conto suo. A chi farà di sicuro notare che anche molti matrimoni terminano con la separazione dopo solo un anno, rigiro la domanda: e quante coppie di innamorati saranno costrette a rinunciare a sposarsi per mancanza dei soldi necessari solo perché si vedranno negare questi bonus, assegnati ad altri semplici conviventi di fatto?
Poi, con una punta di malizia, ci si immagina anche quanto precisa e puntuale dovrà essere la norma attuativa di questa disposizione e quanto rigorose dovranno essere le verifiche di sussistenza dei requisiti necessari per le coppie di fatto per accedere a questi benefici. Il rischio – come si è verificato molte altre volte – che raccomandati e preferiti si insinuino nelle liste di beneficiari è sempre latente; se i Registri comunali tenderanno a essere il meno vincolanti possibile (ragion d’essere stessa dell’unione civile) si profila il rischio di un aggiramento sulle norme circa la seconda casa.
Poniamo il caso di una coppia di fatto in cui uno dei due conviventi sia già stato sposato ed sia comproprietario della sua prima casa coniugale… o sia risultato il coniuge assegnatario della casa familiare in sede di divorzio. Poniamo il caso che, non intendendo risposarsi, decida di iscriversi nel registro delle Unioni civili e, dopo un anno, faccia richiesta di accendere un mutuo col suo nuovo partner per l’acquisto della loro prima casa insieme. Che fine farà la prima casa? Viene considerata, anche se è solo col matrimonio che si può parlare di comunione dei beni, oppure no? Potrebbe essere una buona mossa affittarla a qualcuno, garantendosi quindi di pagare le rate del nuovo mutuo con i canoni di affitto percepiti. Perché, si sa, fatta la legge, trovato l’inganno.

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«Forzatura giuridica, frutto di miopia politica»

Delibera sul registro delle unioni civili a Roma: l'editoriale di "Roma Sette"


«La proposta intende tutelare e sostenere le unioni civili equiparandole alla famiglia fondata sul matrimonio per gli ambiti di competenza comunale. Il pretesto, diremmo noi, è evitare ogni forma di discriminazione». Ma «la vera discriminazione consisterebbe nel trattare in modo uguale situazioni differenti, come sono le unioni civili e il matrimonio: nel secondo, infatti, due soggetti assumono precisi diritti e doveri di fronte alla legge, con rilevanza negoziale pubblica. Non si può barare con le parole». È quanto afferma Angelo Zema, direttore del sito di informazione www.romasette.it e responsabile del settimanale Roma Sette, nell’editoriale che sarà pubblicato domani - domenica 19 gennaio 2014 - sul periodico della diocesi di Roma in edicola con Avvenire in merito alla delibera per il riconoscimento e l’istituzione di un registro delle unioni civili approvata nei giorni scorsi nelle commissioni capitoline. Di seguito il testo integrale:
Il dado è tratto, in Campidoglio. La “battaglia” è quella sulle unioni civili. Nelle commissioni capitoline è stata approvata una delibera per il loro riconoscimento e per l’istituzione di un registro ad hoc. Preludio all’approdo nell’Assemblea capitolina. La proposta intende tutelare e sostenere le unioni civili equiparandole alla famiglia fondata sul matrimonio per gli ambiti di competenza comunale. Un elenco che va dalla casa all’occupazione, passando per sanità e servizi sociali, scuola e altro ancora. Con il riconoscimento ai soggetti iscritti nel registro di agevolazioni e benefici che spettano oggi ai coniugati. Il pretesto, diremmo noi, è evitare ogni forma di discriminazione. Pretesto, sì, perché non può sfuggire agli occhi di amministratori che dovrebbero avere a cuore il bene comune l’assurdità di tale ragionamento.
La vera discriminazione consisterebbe nel trattare in modo uguale situazioni differenti, come sono le unioni civili e il matrimonio: nel secondo, infatti, due soggetti assumono precisi diritti e doveri di fronte alla legge, con rilevanza negoziale pubblica. Non si può barare con le parole. Così, finisce per rivelarsi grottesco parlare della delibera come di «atto concreto per la lotta a ogni forma di disuguaglianza». Con il varo della delibera, a essere discriminate sarebbero le famiglie. Distinguere non è discriminare ma rispettare: questo dovrebbe essere chiaro. A meno che non si voglia immaginare di fornire assist a normative nazionali - ancora inesistenti - o di preparare qualche coup de théâtre nella città del Papa, cuore della cristianità.
Allora si può tutto. Perfino scrivere che «un consolidato rapporto coinvolge interessi meritevoli di tutela, al pari di ciò che accade per l’istituto del matrimonio», salvo contraddirsi riconoscendo l’iscrizione al registro delle unioni civili «senza previa richiesta di tempi minimi di coabitazione», e ancora concedere i locali del Campidoglio adibiti alle celebrazioni dei matrimoni civili per uno “pseudo-matrimonio” che suggelli l’iscrizione al registro, alla presenza di un delegato del sindaco. Un tocco hollywoodiano, una concessione alla scenografia per un’idea priva di sostanza, se si considera non solo l’inutilità giuridica di tale strumento ma anche il flop dei registri delle unioni civili in sei Municipi romani (meno di 50 coppie iscritte in 8 anni, come dimostrato da un’inchiesta di Avvenire). Insomma, la delibera è una forzatura giuridica, frutto di miopia politica. Di una politica che non sa guardare lontano, che vola basso e resta al palo dibattendosi tra le emergenze irrisolte della città.
Zenit