I magi raccontati da Benedetto XVI.
«Questa solennità — ha detto Papa Francesco durante l’Angelus dell’Epifania — è legata al racconto biblico della venuta dei magi dall’Oriente a Betlemme per rendere omaggio al Re dei Giudei: un episodio che il Papa Benedetto ha commentato magnificamente nel suo libro sull’infanzia di Gesù». E da questo libro, uscito nel 2012, sono tratti i brevi stralci che pubblichiamo.
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A Gerusalemme, la stella era chiaramente tramontata. Dopo l’incontro dei Magi con la Parola della Scrittura, la stella risplende nuovamente per loro. La creazione, interpretata dalla Scrittura, torna a parlare all’uomo.
Matteo ricorre ai superlativi per descrivere la reazione dei Magi: «Al vedere la stella, provarono fortemente una grandissima gioia» (2, 10). È la gioia dell’uomo che è colpito nel cuore dalla luce di Dio e che può vedere che la sua speranza si realizza — la gioia di colui che ha trovato e che è stato trovato.
«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (Matteo, 2, 11). In questa frase colpisce il fatto che manchi san Giuseppe, dal cui punto di vista Matteo ha scritto il racconto dell’infanzia.
Durante l’adorazione incontriamo accanto a Gesù soltanto «Maria sua madre». Una spiegazione pienamente convincente di questo, finora non l’ho trovata. Esiste l’uno o l’altro brano veterotestamentario in cui alla madre del re è attribuita un’importanza particolare (ad es. Geremia, 13, 18). Ma questo forse non è sufficiente. Probabilmente ha ragione Gnilka, quando dice che Matteo con ciò richiama alla memoria la nascita di Gesù dalla Vergine e qualifica Gesù come Figlio di Dio (Das Matthäusevangelium, I/1, p. 40).
Davanti al Bambino regale, i Magi praticano la proskýnesis, cioè si prosternano davanti a Lui. Questo è l’omaggio che si rende a un Re-Dio. A partire da ciò si spiegano poi anche i doni che i Magi offrono. Non sono regali pratici, che in quel momento forse sarebbero stati utili per la Santa Famiglia.
I doni esprimono la stessa cosa della proskýnesis: sono un riconoscimento della dignità regale di Colui al quale vengono offerti. Oro e incenso vengono menzionati anche in Isaia, 60, 6 come doni di omaggio, che verranno offerti al Dio di Israele da parte dei popoli.
Nei tre doni, la tradizione della Chiesa ha visto rappresentati — con alcune varianti — tre aspetti del mistero di Cristo: l’oro rimanderebbe alla regalità di Gesù, l’incenso al Figlio di Dio e la mirra al mistero della sua Passione.
In effetti, nel Vangelo di Giovanni compare la mirra dopo la morte di Gesù: l’evangelista ci racconta che Nicodemo, per l’unzione della salma di Gesù, aveva procurato, fra l’altro, anche la mirra (cfr. 19, 39). Così, il mistero della Croce, mediante la mirra, viene nuovamente collegato con la regalità di Gesù e si preannuncia in modo misterioso già nell’adorazione dei Magi.
L’unzione è un tentativo di opporsi alla morte, che solo nella corruzione raggiunge la sua definitività. Quando al mattino del primo giorno della settimana le donne giunsero al sepolcro per effettuare l’unzione, che, a causa dell’immediato inizio della festa, non era stato più possibile eseguire alla sera dopo la crocifissione, Gesù era ormai risorto: Egli non aveva più bisogno della mirra come mezzo contro la morte, perché la vita stessa di Dio aveva vinto la morte.
L'Osservatore Romano
Matteo ricorre ai superlativi per descrivere la reazione dei Magi: «Al vedere la stella, provarono fortemente una grandissima gioia» (2, 10). È la gioia dell’uomo che è colpito nel cuore dalla luce di Dio e che può vedere che la sua speranza si realizza — la gioia di colui che ha trovato e che è stato trovato.
«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono» (Matteo, 2, 11). In questa frase colpisce il fatto che manchi san Giuseppe, dal cui punto di vista Matteo ha scritto il racconto dell’infanzia.
Durante l’adorazione incontriamo accanto a Gesù soltanto «Maria sua madre». Una spiegazione pienamente convincente di questo, finora non l’ho trovata. Esiste l’uno o l’altro brano veterotestamentario in cui alla madre del re è attribuita un’importanza particolare (ad es. Geremia, 13, 18). Ma questo forse non è sufficiente. Probabilmente ha ragione Gnilka, quando dice che Matteo con ciò richiama alla memoria la nascita di Gesù dalla Vergine e qualifica Gesù come Figlio di Dio (Das Matthäusevangelium, I/1, p. 40).
Davanti al Bambino regale, i Magi praticano la proskýnesis, cioè si prosternano davanti a Lui. Questo è l’omaggio che si rende a un Re-Dio. A partire da ciò si spiegano poi anche i doni che i Magi offrono. Non sono regali pratici, che in quel momento forse sarebbero stati utili per la Santa Famiglia.
I doni esprimono la stessa cosa della proskýnesis: sono un riconoscimento della dignità regale di Colui al quale vengono offerti. Oro e incenso vengono menzionati anche in Isaia, 60, 6 come doni di omaggio, che verranno offerti al Dio di Israele da parte dei popoli.
Nei tre doni, la tradizione della Chiesa ha visto rappresentati — con alcune varianti — tre aspetti del mistero di Cristo: l’oro rimanderebbe alla regalità di Gesù, l’incenso al Figlio di Dio e la mirra al mistero della sua Passione.
In effetti, nel Vangelo di Giovanni compare la mirra dopo la morte di Gesù: l’evangelista ci racconta che Nicodemo, per l’unzione della salma di Gesù, aveva procurato, fra l’altro, anche la mirra (cfr. 19, 39). Così, il mistero della Croce, mediante la mirra, viene nuovamente collegato con la regalità di Gesù e si preannuncia in modo misterioso già nell’adorazione dei Magi.
L’unzione è un tentativo di opporsi alla morte, che solo nella corruzione raggiunge la sua definitività. Quando al mattino del primo giorno della settimana le donne giunsero al sepolcro per effettuare l’unzione, che, a causa dell’immediato inizio della festa, non era stato più possibile eseguire alla sera dopo la crocifissione, Gesù era ormai risorto: Egli non aveva più bisogno della mirra come mezzo contro la morte, perché la vita stessa di Dio aveva vinto la morte.